Attualità | Politica

Napolexit e la tragedia di un populista ridicolo

Sull’ultima trovata del sindaco di Napoli, un referendum per sancire l’autonomia della città da tutto e da tutti.

di Gennaro Ascione

Luigi de Magistris durante un intervista il 14 maggio 2016 (foto di Mario Laporta/Afp/Getty Images)

«Napolexit», chiamiamola così l’ultima trovata del Sindaco di Napoli: entro l’anno la città dovrebbe essere chiamata a un referendum per sancire l’autonomia da tutto e da tutti. Come se dopo secoli di sberleffi, discriminazioni, terremoti, epidemie, maremoti, eruzioni, scudetti mancati, carestie, e grandi morie delle vacche, il popolo napoletano scuotesse la testa e puntasse i piedi: «D’ora in avanti faremo tutto da soli». E sì che sarebbe divertente prendere sul serio questa ipotesi e immaginare con quale nonchalance Luigi de Magistris, nelle vesti della biondissima Teresa May, volerebbe sulle ali del consenso popolare fino a Montecitorio per negoziare il concordato di fuoriuscita di Napoli dallo Stato italiano. Purtroppo, per via del troppo ridere, Napoli ha il fiato corto, lo stomaco rigonfio e le lacrime agli occhi. Tanto da non riuscire più a distinguere la realtà dalle proiezioni distorte del suo sindaco mitomane politico e non vedere che in questo delicatissimo passaggio storico l’autonomia diventa un vantaggio per le regioni più benestanti e un disastro per quelle più svantaggiate. Ma a de Magistris non importa. Il sindaco punta solo al ruolo di antagonista di Salvini alle elezioni europee. E sull’altare della vittoria è disposto a sacrificare il futuro del popolo che tenta di aizzare a favore dell’autonomia a Napoli, pochi giorni dopo aver organizzato una protesta contro l’autonomia a Roma.

Il suo vessillo, la Rivoluzione arancione, non è altro che la denominazione di origine controllata di una delle forme più virulente e campaniliste del male che affligge i sistemi politici contemporanei: il populismo. Qui per populismo non s’intende una modalità di raccogliere consensi che bypassa le forme tradizionali d’intermediazione tra popolo ed élite: partiti, sindacati, associazioni, etc. Non c’entra con i gilet gialli, per intenderci. Qui per populismo s’intende un complesso sistema di manipolazione dei desideri e delle percezioni di un’intera comunità – i napoletani, in questo caso – il cui sentimento di appartenenza viene costruito su due pilastri fittizi: il primo consiste nel sostituire i problemi concreti e risolvibili con delle gigantografie che, date le dimensioni titaniche, risultano tanto visibili quanto schiaccianti; il secondo consiste nell’attribuire le cause di questi titanici problemi alla malevolenza dei nemici esterni che assediano la comunità. Il tutto condito con una presunta superiorità morale in virtù della quale i populisti si reputano sempre dalla parte del Bene assoluto, e perciò legittimati a travalicare qualsiasi regola condivisa perché giustificati dalla necessità di combattere il Male assoluto. Lo fa de Magistris quando agita la minaccia degli antimeridionali in modo da creare un’idea surrogata di napoletanità e lo fa Salvini con i migranti quando agita la minaccia dello straniero in modo da creare un’idea surrogata di italianità.

«Siamo pronti per l’attacco!», scrive il sindaco. «Da noi, vinta la sfida, regnerà l’umanità, la giustizia sociale, la felicità». Più banalmente, a Napoli i mezzi di trasporto sono al collasso, le strade cadono a pezzi, la città è inquinata, i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri perché il boom del turismo non è mai stato regolamentato in modo tale da redistribuire parte della ricchezza generata e combattere così il caro-affitti, calmierare l’aumento del costo della vita, impedire l’abbassamento del livello dei servizi, tutelare il verde pubblico, o garantire la refezione scolastica. Ma invece che rispondere in modo puntuale dei suoi fallimenti, de Magistris propone come soluzione «totale» un referendum cittadino che non avrebbe alcun effetto di rilevanza giuridica né alcun esito chiaro, se non quello di coinvolgere i poveri partenopei nell’ennesima ridicolizzazione della loro identità, della loro storia millenaria, della loro cultura e della loro dignità di napoletani, di cittadini, di meridionali. Di italiani.

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