Di set e registi e riprese ne aveva abbastanza, Oldman. Ma quando ha scoperto questo personaggio, ha accettato immediatamente la parte. E ora questo personaggio è diventato il terzo, glorioso atto della sua carriera.
Prima di vincere la Coppa Volpi a Venezia, Mathilde Arcel è dovuta tornare a Copenaghen per presentarsi al centro per l’impiego perché è iscritta alle liste di collocamento e prende il sussidio di disoccupazione
È successo subito dopo la prima di Woman Unknown, il film di May el-Toukhy che le è valso il premio per la Migliore interpretazione femminile.
il giorno prima di vincere un premio al festival più prestigioso del cinema europeo ce lo si immagina diverso da così, in fila a un centro per l’impiego. È quello che è successo a Mathilde Arcel, attrice danese di 30 anni, che dopo l’anteprima del suo film è tornata a Copenaghen e si è presentata presso il centro dell’impego, in quanto persona iscritta alle lista di collocamento, beneficiaria di un sussidio di disoccupazione, lavoratrice in cerca di un impiego che le permetta di pagare affitto, bollette e spese quotidiane tra un ingaggio e l’altro, come racconta il Guardian. Pochi giorni dopo le è arrivato un messaggio in cui le si intimava di tornare immediatamente al Lido: alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia aveva appena vinto la Coppa Volpi per la Migliore interpretazione femminile, al suo primo ruolo da protagonista, per il film Woman Unknown di May el-Toukhy, vincitore pure del Leone d’Oro per il Miglior film, grazie al voto unanime (ma tutt’altro che “pacifico”, come abbiamo raccontato qui) della giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal.
Il film, in danese Kvinde Ukendt, racconta la storia di Marie, cameriera e bambinaia nel dopoguerra danese, che si prepara a sposare un vedovo benestante mentre nasconde una relazione avuta durante l’occupazione nazista con un soldato tedesco – un riferimento diretto alla vicenda storica delle cosiddette “ragazze tedesche”, le donne che nell’Europa occupata ebbero rapporti con militari tedeschi e per questo, alla Liberazione, furono umiliate pubblicamente. Per la regista May el-Toukhy, già nota per Queen of Hearts (Audience Award a Sundance nel 2019), è la consacrazione: con questo Leone d’Oro entra accede ai piani alti del cinema europeo, l’ottava donna a dirigere un film vincitore a Venezia, in un’edizione dove era l’unico titolo in concorso diretto da una regista.
Tornando ad Arcel: cresciuta artisticamente al Royal Danish Theatre e già bambina prodigio del cinema di famiglia – il cugino è il regista Nikolaj Arcel – oggi si trova a vivere la strana vita di chi lavora nel cinema indipendente europeo, dove un premio internazionale non equivale automaticamente a un contratto. “Ci sono molte chiamate e molto interesse dall’estero, e dobbiamo capire cosa succederà”, ha dichiarato alla tv danese DR, aggiungendo – con un pizzico di ironia sul divario tra il glamour di Venezia e la quotidianità di un attore – di sperare in un ruolo nella serie Midsomer Murders. Una storia che, tra Coppa Volpi e modulo di disoccupazione, dice più sull’industria del cinema di tante analisi da festival.