Il Leone d'oro al film di Mayy al-Tukhi ha lasciato interdetti sia i critici che gli addetti ai lavori. In un'edizione della Mostra mai così ricca e sorprendente, nessuno aveva previsto la vittoria di un film tanto minore.
C’è un punto preciso di Widow’s Bay (il quinto episodio, firmato da Ti West) che mi ha fatto pensare che il vero obiettivo dei dirigenti di Apple TV sia semplicemente quello di mandare in bancarotta Apple.
Non è la prima volta che lo penso, dato che da anni la piattaforma continua a produrre serie che sembrano fare esattamente il contrario che ottimizzare i costi, con una qualità produttiva e una cura del dettaglio che profumano di budget fuori scala e che, per qualche misteriosa ragione, non si riflette sui suoi film originali (per lo più sciapi, dimenticabili e sorprendentemente anonimi). Il catalogo Apple TV sembra uno sforzo congiunto dei vertici aziendali verso la bancarotta, condiviso con un reparto marketing che, eccezion fatta per qualche successo come Scissione, Slow Horses, Silo e Ted Lasso, è riuscito nell’incredibile impresa di trasformare Apple TV nel terzo segreto di Fatima della serialità contemporanea.
Eppure, se si supera lo scoglio di scoprire che esiste, Apple è probabilmente la piattaforma streaming che oggi si prende più rischi: sbaglia relativamente poco, difficilmente scende sotto il guardabile e continua a finanziare progetti che altrove non arriverebbero oltre la riunione in cui vengono presentati. Una serie come Sugar, fuori da Apple TV, semplicemente non esisterebbe. Widow’s Bay però è un azzardo di un livello ancora superiore. È il momento in cui Apple decide di prendere una piattaforma già poco incline ai compromessi e finanziare una serie che sembra fare deliberatamente tutto il possibile per respingere il pubblico. Viviamo in un momento in cui gran parte degli spettatori sceglie cosa guardare per inerzia. Si apre la piattaforma preferita, si preme play sulla prima cosa che compare in homepage e ci si lascia guidare dall’algoritmo verso facce familiari, franchise già conosciuti o prodotti che ricordano qualcosa che abbiamo amato in passato. Una chiave di lettura deprimente ma confermata dai dati Nielsen e dalle classifiche di visione, ricolme di film precedentemente ignorati al cinema, riscoperti solo quando entrati nella giusta traiettoria del telecomando.
Widow’s Bay naviga ostinatamente in direzione opposta a quella che riduce l’attrito d’ingresso del pubblico. È una storia completamente originale, non nasce da una proprietà intellettuale pre-esistente e per giunta rifiuta di essere venduta con l’approccio che ormai domina lo streaming. Mi riferisco a quel fenomeno per cui bastano dieci secondi di trailer per capire quale successo precedente un nuovo titolo stia cercando di evocare. Il rassicurante e implicito “se vi è piaciuto x, allora amerete y”: Widow’s Bay usa un alfabeto differente. Anzi, più la si guarda e più è complicato ridurla a un’etichetta. Comincia come un horror kinghiano ambientato in una sperduta isola del New England, con una misteriosa nebbia assassina che inghiotte un pescatore, ma basta un episodio perché quella che sembrava la premessa della serie diventi soltanto uno dei tanti problemi di una cittadina infestata da maledizioni, streghe marine, serial killer e fenomeni soprannaturali che cambiano continuamente tono e registro. L’horror diventa commedia, il folklore convive con la satira di provincia, e ogni volta che si ha l’impressione di aver finalmente capito che tipo di serie si sta guardando, Widow’s Bay decide di diventarne un’altra.
La serie continua ostinatamente a sottrarre allo spettatore tutti quegli appigli che normalmente rendono immediato affezionarsi a un racconto, acquisire familiarità con le sue premesse. Il cast, per esempio. Fatta eccezione per il volto familiare di Matthew Rhys (almeno per chi non è troppo giovane o troppo miscredente per aver mancato The Americans), è composto quasi esclusivamente da interpreti poco noti, da attori che sembrano persone vere. Hanno rughe, pance, facce vissute e quell’aspetto che oggi la serialità tende a censurare accuratamente. Non è la vecchiaia rassicurante, levigata, botoxata e fotogenica che rende sempre più difficile capire quanti anni abbiano davvero i personaggi interpretati da Nicole Kidman, da Scarpetta a Margo ha problemi di soldi. Sono persone che sembrano aver vissuto davvero e in un posto parecchio inospitale.
Lo stesso vale per l’isola. Il New England televisivo è praticamente una nazione a sé: cittadine pittoresche, coste spettacolari dal fascino decadente. Widow’s Bay invece è il posto meno invitante che si possa immaginare. Il sindaco sogna di trasformarla in una nuova Martha’s Vineyard e riesce perfino a convincere un giornalista del New York Times a dedicarle un articolo, ma mentre si guarda la serie ci si continua a chiedere perché qualcuno dovrebbe volerci passare un fine settimana. Ha tutte le scomodità di un posto remoto senza connessione Wi-Fi, ma senza il fascino bucolico del ritiro ameno, oltre che l’alto rischio di non tornare vivi a casa.
Come se non bastasse, Widow’s Bay decide di complicarsi la vita anche quando finalmente potrebbe venire incontro allo spettatore, attraverso il suo punto di vista sugli avvenimenti. Il sindaco Tom Loftis si presenta come il personaggio razionale attraverso cui entrare gradualmente in una realtà sovrannaturale. È uno venuto da fuori che ha sposato un’isolana: non è cresciuto sull’isola e quindi non crede alle sue leggende. Dovrebbe essere la voce della razionalità, invece precipita costantemente in continui controsensi. Sottovaluta puntualmente gli avvertimenti dell’ex sindaco, quando reagisce tende ad aggravare situazioni già disperate. Nel suo scetticismo, è sempre un passo indietro rispetto agli nativi dell’isola, che convivono con il soprannaturale con un’alzata di spalle e quelli che, per quanto bizzarri, si rivelano ottimi consigli. In una serie convenzionale Tom sarebbe un protagonista frustrante, qui invece funziona proprio perché Widow’s Bay si lascia guidare da un illuso non all’altezza di una comunità che si sta sfaldando sotto la sua guida.
Il risveglio delle forze oscure sull’isola dovrebbe essere una tragedia, invece si ride di continuo. D’altronde la creatrice e showrunner Katie Dippold non arriva dall’horror ma dalla comedy e invece di lasciarsi alle spalle quella sensibilità, la porta dentro una serie horror. Anche quando si consumano le morti più atroci, Widow’s Bay sceglie di ripiegare nel registro comico, spesso proprio ai danni del povero Tom: pavido e continuamente travolto dagli eventi. Gli abitanti s’intestardiscono per facezie mentre il pericolo incombe, la comunità affronta il Male con lo stesso spirito con cui il cast di Parks and Recreation negli episodi scritti da Katie Dippold affrontava una riunione comunale andata storta. È un’oscillazione tra registri stilistici che rende la serie imprevedibile, dato che non si sa mai se la svolta successiva farà ridere, sobbalzare sul divano o entrambe.
Mentre buona parte della serialità contemporanea rincorre misteri costruiti con un continuo crescendo di tensione fino al colpo di scena ad effetto, Widow’s Bay nega sistematicamente allo spettatore tutti quei momenti esplosivi. I climax vengono ellissi e alcune delle rivelazioni cruciali si consumano dopo la fine di un episodio e prima dell’avvio del successivo. La serie torna a mostrare allo spettatore cosa sta succedendo a picco emotivo avvenuto, quando non sta succedendo niente. Anche la natura antologica con il “mostro della settimana” va nella direzione opposta rispetto alle logiche del binge watching. Invece di stringere progressivamente il campo attorno a un unico grande enigma da spiegare, la progressione narrativa si espande fino a trasformare l’isola in un ecosistema narrativo soprannaturale che ha al centro il Municipio e il suo bunker antitornado.
Contro ogni previsione, Widow’s Bay seduce con sorprendente facilità. Ben presto si smette di aspettare il prossimo colpo di scena, passando volentieri del tempo tra le dicerie del municipio, l’accoglienza passivo aggressiva della locanda, le serate solitarie dentro casa di Tom, Patricia e degli altri abitanti. Il sinistro folklore locale diventa la deliziosa cornice horror del racconto di un’intera comunità che vive una realtà che sfugge a qualsiasi logica: potrebbe essere la nostra, minus il serial killer con la maschera di gomma. È proprio quando ormai la serie quasi ti ha sedotto che arriva il quinto episodio e si torna inevitabilmente al punto di partenza: l’allergia di Apple per ottimizzazione dei costi. Fino a quel momento si poteva ancora pensare che avesse semplicemente finanziato una serie molto originale, poi arriva un episodio diretto da uno dei nomi più riconoscibili dell’horror contemporaneo e ambientato quasi interamente nel 1702, con un villaggio d’epoca ricostruito e un intero secondo cast messo insieme per raccontare venti minuti di flashback sulle origini di una delle tante piaghe soprannaturali dell’isola. La sensazione continua negli episodi successivi, tra lunghe sequenze della povera Patricia inseguita in esterna e in notturna (e sempre perfettamente visibile nella sua frustrazione), piogge torrenziali e scenografie costruite con un livello di dettaglio tale da raccontare metà della storia senza bisogno di dialoghi: ci sono una miriade di rivelazioni nascoste in quadri ricamati da adorabili vecchine, calendari con fotografie inspiegabilmente inquietanti, dipinti così sinistri e deprimenti degni del piano degli scissi in Scissione.
La bellezza di Widow’s Bay sta proprio nel fatto che questa ostinazione produttiva corrisponde perfettamente alla sua idea di televisione. La sua ricerca dell’eccellenza non passa dalle priorità che la serialità contemporanea ci ha insegnato a considerare indispensabili, ma da quelle che negli ultimi dieci anni abbiamo imparato a ritenere sacrificabili: scenografie, fotografia, costruzione degli ambienti, oggetti, texture, dettagli. Ci siamo convinti che bastino appartamenti anonimi che sembrano Airbnb, una fotografia così piatta da essere illeggibile, protagonisti artificialmente piacenti e un colpo di scena ogni dieci minuti per fare una grande serie. Widow’s Bay invece sceglie deliberatamente di fare l’opposto.
Nel pieno dell’ultimo episodio, mentre fuori infuria la tempesta e l’apocalisse sembra ormai imminente, lo show fa sedere protagonisti e spettatori davanti a un proiettore per assistere alla ricostruzione di un interminabile albero genealogico. È una scena che qualunque manuale di sceneggiatura consiglierebbe di tagliare o spostare, che invece diventa una delle più riuscite dell’intera stagione, perché siamo finalmente adattati, come Tom, al ritmo espanso dell’isola. È probabilmente questo il vero lusso che Apple continua a finanziare: quello di spendere per permettere agli autori di prendere ogni volta la strada meno ovvia. Widow’s Bay fa di tutto per respingere il pubblico di oggi e proprio per questo la soddisfazione di lasciarsi conquistare è infinitamente maggiore. In un panorama televisivo che cerca continuamente di ridurre l’attrito, è una serie che sceglie ostinatamente di fidarsi dello spettatore. Contro ogni logica industriale, dimostra che vale ancora la pena fare le cose bene, con fatica, controcorrente.
