La vittoria di Woman Unknown è l’eccezione a tutte le regole della Mostra del Cinema di Venezia

Il Leone d'oro al film di Mayy al-Tukhi ha lasciato interdetti sia i critici che gli addetti ai lavori. In un'edizione della Mostra mai così ricca e sorprendente, nessuno aveva previsto la vittoria di un film tanto minore.

13 Settembre 2026

Era l’unica regista in concorso a Venezia, almeno fino all’annuncio dell’inclusione all’ultimo minuto di NAZA, co-diretto da Rachel Szor e Yuval Abraham. Per questa iniziale solitaria presenza femminile, Alberto Barbera era stato fortemente criticato alla vigilia della Mostra. In risposta alle polemiche, il Direttore artistico aveva laconicamente commentato che l’aumento del numero di opere presentate ai selezionatori non corrisponde all’innalzarsi della qualità delle stesse. Ma come, si erano chiesti tutti, c’è solo una regista meritevole di un posto in concorso? Poi i film del concorso li abbiamo visti e le polemiche si sono in parte quietate di fronte a una selezione di altissima qualità, che aveva affiancato alla buona prova della danese May el-Toukhy la discesa in campo di cineasti di grande fama e in assoluto stato di grazia, come il coreano Lee Chang-dong e il controverso regista russo Ilya Khrzhanovsky, che hanno speso rispettivamente dieci e venticinque anni lavorando alle loro pellicole Possible Love e Dau. Due film accolti come grandissime opere e premiati con i due riconoscimenti più pesanti dopo il Leone d’Oro: Gran Premio della Giuria a Chang-dong e Leone d’Argento alla regia per Khrzhanovsky. Gli altri due grandi pretendenti alla vittoria, in un’annata ricchissima di film forti, escono a mani vuote (Hirokazu Kore-eda con Look Back, il preferito dalla critica italiana) e con il premio al miglior attore (John Malkovich in Wild Horse Nine, che sente già profumo di Oscar, lui che la statuetta non l’ha mai vinta).

Qui comincia un lungo discorso fatto di regolamenti e non detti festivalieri che, anche se un tantino noioso, va seguito passo passo per capire quanto sia forte la posizione della giuria di Maggie Gyllenhaal, che peso metta sulle spalle di Woman Unknown e quanto questa scelta rischi, al contrario, di fargli più male che bene. Da regolamento, la Mostra prevede che uno stesso film non possa normalmente cumulare più premi nel palmarés. Ecco perché, quando Malkovich ha mandato il suo messaggio di ringraziamento per la vittoria della Coppa Volpi come Miglior interprete maschile, i critici in sala stampa hanno depennato Wild Horse Nine come possibile Leone. Non è in realtà impossibile vincere due premi, come il palmarès finale dimostra, ma è una circostanza eccezionale. Alcune combinazioni, tra cui Coppa Volpi e Leone d’Oro, sono possibili, ma richiedono di ricorrere alla deroga prevista dal regolamento. In altre parole, concentrare due riconoscimenti tanto pesanti sullo stesso film è già di per sé un modo piuttosto inequivocabile per dire quanto eccezionale la giuria lo ritenga. L’ultima doppietta risale al 2004 con Il segreto di Vera Drake, che vinse il Leone e la Coppa per Imelda Staunton: in oltre ottant’anni di Mostra, con tanti cambi di regolamento volti a rendere ancor più rara quest’occorrenza, sono pochissimi i precedenti della doppietta Volpi (per un uomo o per una donna)-Leone.

Un’annata difficile per i pronostici

Woman Unknown non è mai sembrato il tipo di film da diventare una delle rare eccezioni, nemmeno a quanti (non moltissimi, stando alle lunghe chiacchierate di sabato mattina in sala stampa) lo volevano come Leone. Non era tra i favoriti, non era tra i film meglio votati dalle giurie dei dailies, pur rimanendo nella parte alta delle classifiche. D’altronde è il terzo film di una regista non così nota e la protagonista Mathilde Arcel è alla sua prima interpretazione da protagonista. In un’annata scarica e poco esaltante come il 2025, sarebbe stata comunque una scelta forte ma facilmente contestualizzabile: dato che non c’è poi così tanto, cogliamo l’occasione per mettere sotto i riflettori una giovane promessa, come accadde qualche anno fa con L’Événement. Il discorso è differente quando invece discutiamo della migliore Venezia da dieci anni a questa parte, nell’anno del sorpasso qualitativo su Cannes, grazie a un concorso fortissimo e ricco di autori da anni in attesa di una consacrazione.

Dopo aver parlato di regole, passiamo al gossip della vigilia. È un’annata particolarmente complicata per i pronostici, ma i bene informati davvero bene informati, dicono tutti Leone a Lee Chang-dong. Verso mezzogiorno arriva la notizia quasi certa che NAZA sia dentro e in modo importante: sono i due titoli che, secondo chi ne sa, se la giocano per il Leone. A inizio pomeriggio, il cortocircuito: nelle chat più riservate, nel fitto rincorrersi di voci tra cerimonieri e uffici stampa (quelli che vanno per forza avvisati per tempo) si diffonde come un incendio una voce. La giuria sta litigando perché qualcuno vuole cambiare all’ultimo il Leone. Voci di questo tipo sono abbastanza comuni quando si avvicina il red carpet finale, ma stavolta raccontano tutte la stessa cosa e puntano tutte sullo stesso titolo. Nella giuria c’è stata una spaccatura sul Leone d’Oro e qualcuno ha puntato i piedi, rompendo il fronte e cambiando all’ultimo il vincitore del premio. Il sottotesto è chiarissimo: anche se il voto del presidente vale come quello degli altri, chi ha la forza di far saltare il tavolo di solito è il presidente.

La maggior parte della sala stampa non sembra dare peso alle voci. Lee Chang-dong è sul tappeto rosso, la regista di Woman Unknown ha al fianco l’attrice che quindi è papabile per la Coppa Volpi. Sorprendente, ma non fuori dai radar. Diamo quindi il film fuori dai giochi per il Leone, come Wild Horse Nine dopo il premio a Malkovich. Poi NAZA vince il Premio Speciale della Giuria (stupore), Dau quello per la regia (troppo politico, si dice, per la vittoria finale) e poi la bordata: Chang-dong, Gran Premio della Giuria. Si alza un «no» molto forte: il mio, lo ammetto. Ci guardiamo, ci chiediamo se alla fine Kore-eda abbia fatto breccia. E poi arriva il Leone a Woman Unknown. Mezz’ora più tardi, in conferenza stampa, Maggie Gyllenhaal si dice stanca delle domande sulle donne registe e sul cinema femminile, salvo poi misurare Dau e tutti i film di cui parla sul metro di come vengono ritratti al loro interno le donne, con virgolettati che sarebbe ingeneroso riportare e che attribuirò alla tensione e alla stanchezza. Qualche faccia lunga, dietro le frasi di circostanza, sembra vedersi. Suggestione? Scavando dentro le frasi di Gyllenhaal, che dice che vorrebbe semplicemente si parlasse di un bel film che l’ha (lei, singolare) entusiasmata, c’è un particolare rivelatore: l’unanimità, dice, c’era sul secondo premio, quello all’attrice. Sul primo, quindi, no?

Che film è Woman Unknonw

È una questione perniciosa, fare il giochino del maschio o femmina sui vincitori, ma è la straordinarietà del doppio premio voluto dalla giuria, e soprattutto il modo in cui è stato spiegato e argomentato, a renderlo facilissimo per chi non vedeva l’ora di inveire contro femministe, politica woke e chissà cos’altro tireranno fuori quelli a cui Maggie Gyllenhaal e la sua giuria hanno spalancato la porta. Ancoriamoci dunque alla stretta cinematograficità, tentando di ignorare come Woman Unknown sia il terzo, piccolo film di una donna che mette al centro una donna che cerca di scivolare fuori dall’attenzione pubblica nel 1945, all’indomani della liberazione della Danimarca, dove dopo anni di occupazione e angherie si va a caccia dei collaborazionisti. Guarda caso, a pagarne pubblicamente il prezzo sono soprattutto le donne ree di essere finite a letto con il nemico: le rasano in pubblica piazza, le spogliano, dipingono loro addosso svastiche con la vernice rossa.

La protagonista del film, Marie, a letto con un tedesco c’è andata, una vita prima. Ha cambiato città, ha cambiato nome, ha abbandonato la famiglia, non si sa bene che fine abbia fatto il figlio nato da quell’unione. Lei dice che sia morto durante il parto, ma il mistero più fitto circonda il suo passato. Si è rifatta una vita, prima come domestica e ora come futura moglie del padrone di una piccola ditta che produce guanti. Convive però con lo spettro della prima moglie morta, bellissima ed elegante, che lei, ragazzotta di campagna piena di segreti, non può sperare di uguagliare: c’è un divario sociale che i bei vestiti che le compra il futuro marito sembrano quasi esaltare, così come i ritocchi all’abito da sposa sui fianchi più generosi di lei, che fatica a smettere di fare da governante alla figlia della moglie morta, di cui diventerà presto matrigna. Non gliene importa nemmeno molto: la sua sembra una sorta di calcolata rinascita in un luogo sicuro. Solo che un soldato che la conosce da una vita, che sperava di farla sua, la incontra e il giorno dopo, sul suo portone di casa, appare una svastica. C’è un delatore, ma chi?

Il film, accusato da alcuni di prestarsi a una lettura così conservatrice da far sospettare tendenze filonaziste, in realtà è un’opera molto nordeuropea e molto, molto danese, in un cinema che sembra incapace di assolvere il passato della propria nazione. Uno dei particolari rivelatori è come la gravidanza le abbia reso doloroso il sesso, una sorta di castigo del destino che la costringe ad assumere oppiacei per sopportare i rapporti con il nuovo marito.

Il film è forte nella sua freddezza, ma ha anche diverse ingenuità. Spesso non si capisce dove finisca l’ambiguità e dove inizi la scrittura lacunosa e un po’ sciatta di certi passaggi. C’è, per esempio, una seconda “tosatura” di una collaborazionista, molto forte, molto insistita. Ho chiesto a chiunque in sala stampa chi fosse, perché sembra una figura non legata agli altri personaggi: nessuno ha saputo rispondermi. Metafora? Visione? Allegoria? C’è poi un uso molto manicheo di alcuni personaggi, introdotti per far succedere qualcosa e poi fatti scomparire, senza risoluzione e senza senso, quando non servono più. Emblematico è il probabile delatore (non siamo certi sia stato lui a far apparire la svastica sul portone) che dice alla donna che vuole la stessa cosa che ha dato al tedesco. Qualcuno dietro di me sussurra: «Un figlio?». No, vuole andarci a letto. Lei si spoglia, si sdraia: sarà drammatico, lo sappiamo, perché non ha gli oppiacei con sé. Invece lui le sputa in bocca, la guarda un po’ indeciso e letteralmente scompare dal film: perché? Non è dato sapere. Similmente, e molto più pesantemente, il film inserisce un personaggio femminile indipendente, ribelle, che parla a voce alta, lo tiene in bilico e poi lo fa fuori dalla trama all’occorrenza. C’è una gigantesca ingenuità iniziale, perché uno dei problemi di Woman Unknown è che fatica a costruire con naturalezza le svolte necessarie a mandare avanti la trama. La protagonista gira con un’enorme scatola con dentro qualcosa di molto prezioso, ma se la dimentica e scappa via in una maniera così mal gestita a livello di regia che da spettatore viene subito da esclamare: «Ah, la scatola!».

Non è in sé un brutto film, anzi. È una terza prova solida, che non mi sarei stupita di vedere in Orizzonti ma che il concorso lo merita. È condotta con un approccio freddo e senza la smania di spiegarsi, ma ha diversi problemi di scrittura, perché gestisce con tempi e modi sbagliati diversi dei suoi personaggi, che spesso sembrano pedine più che persone. Lascia dietro di sé uno stuolo di domande e la sensazione di un buon film, di certo non nuovo né nei contenuti né nei modi. Il punto è chiaro: la società giustizialista danese, nella fretta di imbiancare i propri sepolcri, inchioda le donne che non si sono piegate alla sua morale in maniera crudele. La protagonista può aspirare al massimo a una vita quieta, a un talamo doloroso, pur di lasciarsi alle spalle un passato pericoloso. Non sappiamo se costretto, voluto, rimpianto: di fondo non sappiamo nulla di lei.

Bello, ma in un mondo in cui esiste qualcosa di enormemente più complesso sul tema, femminile e storico, come Il portiere di notte, o anche solo un Black Book di Paul Verhoeven (che fotografa questo doppio standard contro le donne in maniera ancora più raggelante, con lo strisciante collaborazionismo nordeuropeo frettolosamente nascosto sotto il tappeto), è davvero difficile vedere quel film forte ed entusiasmante di cui parla Gyllenhaal. Soprattutto perché ha come contraltare un film con una scrittura senza un passo falso come Possible Love, che nelle sue due ore e quaranta di durata è costruito così bene e scritto con così tanta cura che nulla di ciò che mette in scena risulta casuale e senza conseguenze. Per giunta, pur essendo scritto e diretto da un uomo, ha al suo centro uno straordinario personaggio femminile, colto nella progressiva presa di coscienza della propria appartenenza al proletariato, della violenza che subisce il marito e che si ripercuote sul loro rapporto, fino a imbastire un raffinato gioco di potere con il coniuge ricchissimo dell’altra coppia al centro della storia.

Un’eccezione non eccezionale

Non è nemmeno l’unico esempio. Un bon petit soldat di Stéphane Brizé ha a sua volta al centro una donna schiacciata dalla violenza di un sistema, in questo caso quello lavorativo. Carla, interpretata da Alba Rohrwacher, è responsabile delle Risorse Umane di una grande azienda e occupa una posizione volutamente ambigua. È contemporaneamente vittima di quel mondo e una delle persone incaricate di perpetuarne i meccanismi. Come Marie in Woman Unknown, non ha davvero la capacità di ribellarsi al sistema che la intrappola, ma diventa progressivamente consapevole del grande inganno di cui è insieme vittima e complice. Brizé costruisce questa presa di coscienza con una scrittura puntuale, solida, che non lascia per strada personaggi o conseguenze e che non a caso è stata premiata dalla giuria con il premio per la migliore sceneggiatura. Era il mio cavallo in caso di un Leone di forte compromesso, per il semplice motivo che quella scrittura è più puntuale e solida di quella del film che il Leone l’ha poi vinto. Sicuramente più ancillari sono i ruoli femminili in Wild Horse Nine e, giocoforza, in NAZA. Se è bello e anche giusto che, a parità o in presenza di una minima discrepanza qualitativa, una giuria si ponga il problema di avvantaggiare registe che il sistema, l’industria e l’opinione pubblica al contrario mettono in una posizione di handicap iniziale, purtroppo questo non mi sembra il caso. Cosa dire poi del film tutto al femminile di Kore-eda, Look Back, incentrato sulle complesse relazioni amicali e professionali tra due ragazze che crescono insieme?

Talvolta le giurie s’innamorano di un film che da fuori non viene capito o altrettanto apprezzato e seguono con purezza la propria intuizione, premiandolo. Fa arrabbiare i cinefili e la stampa, con il loro codazzo di statistiche, decenni di torti, abachi di premi mancati e ingiustizie presunte o reali. Fa arrabbiare, ma va ammirata la libertà di una giuria che decide di non farsi condizionare.
Il problema, qui, è che la questione è stata posta in tutt’altro modo, e questo rischia di non fare bene a nessuno. Nemmeno, soprattutto, a Woman Unknown. Il film di May el-Toukhy non è affatto un brutto film: è solido anche se imperfetto, interessante nella sua analisi, con una protagonista che meritava attenzione e un punto di vista preciso. Ma il doppio premio, la sua eccezionalità e il modo in cui è stato spiegato finiscono per chiedergli qualcosa di diverso: di dimostrare di essere il film eccezionale di questa Venezia.

Qui scatta il cortocircuito e il paragone con il resto del concorso diventa inevitabile e, per Woman Unknown, ingrato. Una Venezia che aveva azzeccato un’annata strepitosa ne esce così con un palmarès che rischia di sapere più di occasione mancata che di consacrazione, mentre chi ha lottato con film importanti, coraggiosi, dedicandoci anche decenni della propria vita, ancora una volta si ferma a un passo. Alla fine è la giuria a scegliere, ed è giusto che sia così. Questo Leone rimarrà però uno shock inaspettato, una scelta forte che mette Woman Unknown nella posizione più difficile possibile: quella di dover quasi giustificare, film alla mano, non di essere bello, ma di essere eccezionale. E forse è proprio questo il torto più grande che il premio rischia di fargli.

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Diretto da Kike Maíllo, racconta la storia Alicia Esteve, che per sei anni finse di essere la sopravvissuta Tania Head. Finse tanto bene da diventare la presidente dell'Associazione dei sopravvissuti del World Trade Center.

Che siano un record o meno poco importa, i 25 minuti di applausi per NAZA sono il momento più importante di questa Mostra del Cinema

È l'unico documentario in concorso, il titolo è un acronimo militare israeliano che indica i civili che si prevede moriranno in un attacco e lo hanno realizzato due dei registi di No Other Land.