Quindici minuti valgono venti monete virtuali, per arrivare a un dollaro di Singapore ne servono mille, cioè cinquanta giorni di lettura.
Nonostante gli scienziati dicano che non funzionerà mai, diverse persone stanno pagando 200 mila euro a un’azienda australiana per far congelare i loro cadaveri nella speranza di essere resuscitati in futuro
L'azienda si chiama Southern Cryonics, si trova a Holbrook, nel New Souther Wales, e ai suoi clienti propone "a chance of life extension".
In Australia c’è un posto vicino a Holbrook, nel New Southern Wales, in cui degli autoproclamati professionisti del settore offrono la possibilità di far congelare il proprio corpo subito dopo la morte, nell’attesa di un futuro risveglio. Un servizio che ha già attirato diversi “pazienti”, nonostante la comunità scientifica sia certa che non funzionerà mai. Come rivelato da un’inchiesta di Guardian, la Southern Cryonics – diventata famosa per l’offerta di “a chance of life extension” – opera in realtà all’interno di un banalissimo capannone prefabbricato, dove sono presenti enormi cilindri d’acciaio immersi nei vapori dell’azoto liquido a 196 gradi sotto zero, il tutto situato nella zona industriale di Holbrook, una cittadina del New South Wales.
I Millennial, davanti a una storia come questa, non posso che pensare a Philip J. Fry, il protagonista della sitcom animata Futurama che, congelato per errore la notte del Capodanno 2000, si risveglia un millennio dopo in una New York futuristica e demenziale. Nella realtà, però, la comunità scientifica continua a dirci che a nessuno di noi toccherà il destino di Fry, perché al momento l’ibernazione umana è poco più che un capriccio che si possono permettere persone con tanta speranza e moltissimi soldi. Gli scienziati paragonano il tentativo di resuscitare un corpo crioconservato a quello di far tornare soda, fresca e perfetta una fragola scongelata ormai ridottasi a una poltiglia (esempio un po’ crudele ma molto cronenberghiano ed efficace, bisogna ammetterlo). Un conto è congelare e scongelare singole cellule in provetta e in laboratorio, ma riportare in vita un intero organismo è tutta un’altra storia. Già solo il cervello pone dei problemi apparentemente insormontabili: è composto da un tessuto troppo denso in cui le sostanze necessarie al congelamento faticano a penetrare in profondità senza arrecare danni alle connessioni neuronali.
Perfino Peter Tsolakides, presidente della Southern Cryonics, cioè di un’azienda che letteralmente vende il servizio di ibernazione e rianimazione umana, ammette che le probabilità di far risvegliare una persona dopo un sonno criogenico di decine o centinaia di anni si attestano attorno al 10 per cento nella più ottimistica delle ipotesi, cioè nella sua, quella di una persona che letteralmente vende il servizio di ibernazione e rianimazione umana. Eppure, evidentemente, la voglia di risvegliarsi in un futuro – implicitamente immaginato come migliore – è più forte pure delle certezze scientifiche.
Il processo di crioconservazione avviene subito dopo il decesso. Immediatamente il corpo viene subito raffreddato a 6 gradi, il sangue viene drenato e sostituito con una soluzione crioprotettiva per evitare che la cristallizzazione distrugga i tessuti. Successivamente il paziente viene inserito in un sacco termico e immerso nel ghiaccio secco a -80°C, per poi passare gradualmente a -200°C. La conservazione avviene con il corpo che tenuto a testa in giù – perché in teoria questo ridurrebbe i danni al cervello in caso di scongelamento improvviso e imprevisto – all’interno di giganti serbatoi chiamati dewar. L’intero processo dura circa 10 ore e costa oltre 200 mila dollari, una cifra considerevole, considerato che si tratta, in un senso piuttosto letterale, di scommettere sulla propria resurrezione. All’interno della struttura sono stati accolti già sette “pazienti”, ognuno identificato da un anonimo codice numerico. Per 200 mila euro, era lecito aspettarsi un meccanismo di archiviazione e identificazione più personalizzato, come in tutte le experience che si rispettino.