Dal giorno della sua morte, è stata tirata in mezzo a tutte le polemiche di questi anni, da chiunque avesse bisogno di una bandiera, una statua, un simbolo dietro il quale nascondersi.
È il 2009 quando un anonimo impiegato d’ufficio inglese che ha pubblicato senza grande successo qualche romanzo thriller alle s’inventa un personaggio destinato a ribaltare l’archetipo di spia inglese glamour, efficiente e competente. Scrive la sera, al ritorno dall’ufficio e riempie le sue pagine degli edifici, dei negozi e delle atmosfere plumbee e brutaliste che osserva ogni giorno dal bus che lo porta al lavoro al Barbican. Più o meno nello stesso periodo, Gary Oldman è chiamato alla prova di interpretare la spia inglese letteraria per antonomasia: se al cinema la spia britannica è James Bond, in libreria (e in una vecchia, amatissima, epica serie Bbc) è George Smiley, il master of puppets di John le Carré. Sul set di La talpa, Gary Oldman è l’anello di raccordo tra una generazione di grandi vecchi della recitazione inglese (John Hurt, Kathy Burke) e una nuova leva (Benedict Cumberbatch, Tom Hardy) per cui un progetto così simbolico è la pietra miliare di una carriera. Oldman, chiamato a misurarsi con il pesantissimo confronto con Alec Guinness (storico interprete televisivo di Smiley), conquista così la sua prima nomination all’Oscar, con un’interpretazione magistrale.
Quando un paio di anni più tardi il romanzo Un covo di bastardi raggiunge il successo letterario, nonostante Oldman si sia appena distinto nel ruolo emblematico di una spia compassata, misurata, repressa all’estremo, nella mente del suo creatore Mick Herron c’è già Gary nei panni di quella che sembra quasi una sua versione farsesca. Jackson Lamb non reprime nessun rigurgito verbale, nessuna offesa, nessuna flatulenza, anzi: li trasforma costantemente in un’arma. In quel periodo, oltre ai dirigenti Apple che opzionano la serie (uno dei tanti progetti della scalata al successo seriale a suon di dad prestige television) un po’ tutta Londra sta leggendo i romanzi degli Slow Horses, o quantomeno un’intera generazione di attempati ex incendiari con la mania dei romanzi gialli: Mick Jagger, che scriverà la sigla della serie, e Gary Oldman stesso, che s’innamora del personaggio.
Sono anni impegnativi per l’attore inglese, che finisce invischiato in due franchise che sembrano legarlo per sempre nell’immaginario collettivo a quei ruoli: Sirius Black in Harry Potter e il commissario Gordon nel Batman di Christopher Nolan. Sono due ruoli che ricorrono in più film, legati al cinema popolare e così iconici da cancellare quasi in un colpo di spugna Sid Vicious, il conte Dracula di Coppola e forse anche lo stesso Smiley, che resta appannaggio degli estimatori del genere e dei cinefili. A scavare bene nella carriera di Oldman si nota come i blockbuster non li abbia mai disdegnati: è la sua caratura attoriale a farlo percepire come un attore di razza, anche nei turbolenti anni Novanta in cui si sposa con Uma Thurman, divorzia, cambia set e compagna in un turbinio definito tanto dal cinema quanto dall’alcol. Nel 1997 volta pagina, s’iscrive agli Alcolisti Anonimi, beve il suo ultimo, vero drink. Sul grande schermo continua però a interpretare alcolisti imperterriti: dallo scrittore John Cheever in Parthenope di Sorrentino a Winston Churchill in L’ora più buia, che lo costringe a piegarsi al giochino del biopic per portarsi a casa una statuetta lungamente meritata.
Dopo una vita a tratti burrascosa e una carriera eccellente, pur avendo inventato “il percorso Pattinson” prima di Robert Pattinson (quello che parte con il vampiro glamour, passa per Harry Potter e finisce con Batman), Oldman comincia a rarefare i suoi ruoli e parla a più riprese di pensione. Di fronte al progetto giusto, per esempio quando è David Fincher a chiedergli di interpretare Herman J. Mankiewicz in Mank (un film molto personale per il regista) al telefono risponde. Per l’amico Nolan in Oppenheimer o per Soderbergh in The Laundromat si limita a poco più di camei. Intanto però Apple sta lavorando a Slow Horses e cerca il suo Jackson Lamb: lo showrunner Will Smith pensa che Oldman sarebbe perfetto, Herron dice di aver pensato a lui per il personaggio e Apple probabilmente non vede l’ora di avere un nome tanto spendibile come protagonista di una serie che, pur nel solco confortevole dello spionaggio in tv, comporta non pochi rischi. Oldman sarebbe l’unico volto davvero noto di un titolo di spionaggio privo dell’azione, del glamour, degli intricati giochi mentali tra giganti del pensiero che sono il motivo per cui gli appassionati queste serie le guardano.
Quando viene chiamato a interpretare Lamb, Oldman accetta. Lo vede come un traguardo: un ruolo che desiderava, iconoclasta e autoironico, un buon modo per dire addio alla carriera di attore, almeno fino al prossimo ripensamento. Televisione non ne ha quasi mai fatta, rimanere così a lungo nei panni di un personaggio gli è quasi alieno. Gli unici esempi a sua disposizione sono proprio i personaggi a cui lo associa il grande pubblico: Sirius Black e il commissario Gordon. A quattro anni di distanza da quella scommessa, cinque stagioni già andate in onda, una in arrivo, una settima già girata e un’ottava appena annunciata, Oldman oggi è Jackson Lamb. Può ben immaginarsi che, quando arriverà il momento, parecchi caporedattori saranno indecisi se definirlo (come è capitato anche al povero John Hurt) «l’attore di Harry Potter» oppure «l’interprete di Jackson Lamb».
La sua vecchia volpe disillusa e scorretta è il centro di una serie che è il sogno di qualsiasi emittente e piattaforma streaming: incensata dalla critica, in continua crescita di popolarità stagione dopo stagione, diventata insieme a The Pitt un modello produttivo di una televisione possibile: quello di una stagione l’anno, di una cadenza e di un ritorno quasi scolastico agli stessi personaggi, senza perdere in qualità o incisività delle storie. In sei stagioni Oldman ha fatto un miracolo: il suo ribaltamento della spia bondiana classica, un le Carré decisamente più sporco e meno ingessato, non è più tale. È diventato a sua volta parte del canone, del panorama, tanto che qualcuno sta anche tentando di crearne epigoni (vedi Netflix con Department Q e Black Doves). Oldman, che nel frattempo di Slow Horses è diventato anche produttore, non nasconde la stanchezza, nemmeno nelle interviste. Non per il ruolo, ma perché questo approccio da lui voluto e inseguito gli richiede di parlare con i giornalisti da un’uggiosa Edimburgo in pieno agosto e l’indomani essere a Istanbul per un’ottava stagione che, quando lo intervistiamo, in teoria non è stata ancora nemmeno annunciata. Ma Oldman è quel tipo di star a cui nemmeno Apple può sperare di arginare l’eloquio, l’onestà e l’incapacità di capire il concetto di spoiler. Per lui, lo ammette, è straniante parlare della sesta stagione quando nel suo vissuto è tutto un fluire, avanti e indietro. Nelle puntate in arrivo su Apple TV, per esempio, come anticipato dai primi trailer, tornerà Olivia Cooke nel ruolo di Sid Baker, creduta morta dopo la prima stagione. Quando Oldman ha cominciato a mettersi il gel nei capelli e a indossare abiti lisi (tanto che alcuni chiedono ai colleghi Kristin Scott Thomas e Jack Lowden se puzzi davvero sul set), Sid era “archiviata” anche nei libri, il suo ritorno di là da venire, pronto a sorprendere gli interpreti già sul set. Ora la serie, con il suo ritmo indiavolato, si appresta a mettersi in pari con il corpus di Herron.
Oldman però ci vive in mezzo da anni, continua a mettersi e togliersi Lamb di dosso da anni, che ora gli scivola via meno facilmente dei grandi ruoli cinematografici, archiviati dopo qualche mese di set. «Dopo averlo interpretato così a lungo, entra un po’ sotto pelle. Non è che nella vita di tutti i giorni io sia consapevole della presenza di Jackson Lamb, ma lui è lì: ormai posso semplicemente accenderlo». Schiocca le dita, indica qualche centimetro più in là della tempia e dice che Lamb è lì. «Potrei interpretarlo all’istante, proprio adesso. Non lo farò, ma me lo porto dietro, come se fosse il DNA del personaggio». È più o meno sempre lì, così come sull’account Instagram della compagna Gisele Schmidt, artista, scrittrice e fotografa dal set dei ronzini. Da giornalisti si tende a derubricare ogni dichiarazione sul set come grande famiglia un po’ come succede quando lo fa il capoufficio per rifilarti una sola. Seguendo il dietro le quinte di Slow Horses su Instagram, vedendo la tenerezza con cui Oldman ha provato a tirare la volata al suo collega e figlioccio narrativo Jack Lowden come prossimo James Bond, lui che in Slow Horses è il principale bersaglio dell’ironia brutale di Lamb e il suo incredibile sparring partner drammatico-comico, viene quantomeno voglia di crederci.
Quel che è evidente è la fortuna che è piovuta addosso a Oldman, che nelle interviste non vede l’ora, proprio come il suo personaggio, di appoggiare a tradimento una battuta sulla sua flatulenza mentre ripercorre volentieri le eterne domande su Lamb: il suo ribaltamento bondiano, il suo carattere aspro, il suo essere politically incorrect. Dentro Lamb c’è qualcosa del vecchio Oldman degli anni Novanta e Duemila. Anzi, c’è molto di quello che Oldman si è lasciato alle spalle per diventare la versione di sé che è oggi. C’è l’alcol, ci sono le sigarette, c’è una personalità estremamente spigolosa. «Io non bevo più, non fumo. Sono molto più morbido», dice. Lamb, invece, «non ha filtri, è estremamente diretto con le persone. Io oggi non voglio più lo scontro: la vita è troppo breve. Forse da giovane mi piaceva un po’ di più fare a botte con il mondo, ma adesso non voglio ferire le persone o farle sentire inferiori o a disagio. Lamb sì. C’è una parte di lui che ne trae persino piacere». Poi, come Lamb, non resiste alla tentazione di disperdere la gravitas del momento: «Quindi spero di non aver preso nessuna delle sue abitudini. E comunque non scoreggio dal 1971».
È come un attore shakespeariano a cui il Bardo regala un King Lear e, replica dopo replica, scopre che è quello il ruolo di una vita, pur avendo alle spalle tanti Amleto e Macbeth. Tutto funziona perché è personale non solo per il pubblico, ma anche per Oldman, sia come interprete, sia come persona e spettatore. Se Lamb gli viene così bene, forse, è perché anche lui sotto la scorza un po’ burbera ci tiene, enormemente. Non rimarrebbe quasi costantemente sul set nei panni unti e sgradevoli di Lamb altrimenti, non elaborerebbe teorie su ciò che prova o non prova Lamb nei confronti del suo pupillo River, interrogandosi se quella lettura sia finita nella serie perché ce l’ha vista lui nel lavoro di Herron. Così come Lamb è profondamente protettivo nei confronti dei sottoposti che tartassa, Oldman è genuinamente interessato ai suoi personaggi e a Lamb in particolare.
Sta per partire per Istanbul (una delle capitali dello spionaggio reale e letterario) e parla ininterrottamente per più di mezz’ora con i giornalisti di tutto il mondo collegato da una stanza d’albergo edimburghese, in abiti comodi che lo fanno sembrare parte del decoro studiatamente tartan della camera. Dice di essere stanco, ma continua a rispondere alle domande. Spiega di aver trovato il tempo, chissà come, di cominciare a vedere la sesta stagione, di cui gli hanno mandato gli episodi. L’unica nota sprezzante che ha in questi giorni è per i colleghi che fanno l’opposto: quelli che parlano per anni di film e personaggi che però, per disinteresse, non riguardano mai. «Immagina se fossi uno di quegli attori che non guardano mai quello che fanno. Come potrei fare questa intervista? Ci sono attori che non guardano mai, mai, il proprio lavoro» dice con un tono meravigliato che scivola entro fine frase nel disprezzo.
Oldman sa di aver ricevuto un dono prezioso: a pochissimi capita di poter ridefinire la propria carriera alla soglia dei settant’anni. Per giunta con un personaggio di cui non riesce a smettere di parlare con un entusiasmo che pare genuino, di cui parla ininterrottamente da quattro anni, che continua a traghettarlo agli Emmy, ai Golden Globe, nel gotha televisivo. Spesso perdente, proprio come i suoi ronzini, di fronte al Noah Wyle di The Pitt della situazione. Eppure Slow Horses e i suoi perdenti, una sconfitta dietro l’altra, sono diventati paradigmatici di un modello di televisione che prova a riconquistare lo spettatore con la continuità, anche qualitativa. È un bel modo, alternativo e molto stancante, di godersi gli anni in cui Oldman si era immaginato in pensione. Con quello che doveva essere uno degli ultimi personaggi e si è trasformato nel suo King Lear, al fianco di un’altra giovane generazione di talenti inglesi da accompagnare. Interpretando una spia che ha preso come parodia farsesca del canone britannico e, stagione dopo stagione, ha finito per trascinare dentro quello stesso canone. Jackson Lamb non è più l’anti-Bond, né lo Smiley sporco e sbracato che sembrava all’inizio: ormai, quando pensiamo alle grandi spie britanniche di finzione, da qualche parte tra il Martini di Bond e gli occhialoni e il trench di Smiley c’è anche un uomo con i capelli unti, il cappotto lurido e una scassatissima Honda gialla. Ha il volto di Gary Oldman.
