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Dopo che Mamdani ha consigliato ai newyorchesi di leggere Heated Rivalry, i download del libro sono aumentati del 500 per cento Download tutti arrivati dalla rete delle biblioteche pubbliche della città, dove il libro si poteva scaricare gratuitamente.
Ikea ha annunciato che non produrrà più la borsa Frakta (quella blu da 99 centesimi) L'accessorio, passato anche sulle passerelle di Balenciaga e sui campi da tennis, sarà sostituito da un nuovo modello, in fase di progettazione.
Sydney Sweeney rischia una denuncia per atti vandalici per aver coperto la scritta Hollywood con i suoi reggiseni Era tutta una trovata pubblicitaria per lanciare la sua linea di biancheria intima, Syrn. Ma, a quanto pare, la trovata pubblicitaria la porterà in tribunale.
La CDU, il partito di maggioranza in Germania, vuole abolire il diritto di lavorare part time Secondo il partito del cancelliere Merz, la crisi economica tedesca è colpa soprattutto dei troppi lavoratori che decidono di fare part time.
I cittadini di Minneapolis hanno organizzato una festa per il licenziamento di Greg Bovino davanti all’hotel dove alloggiava Cori, canti, balli, musica, festeggiamenti. Fino a quando la polizia non è intervenuta per interrompere violentemente il party improvvisato.
Ad Amsterdam saranno installate lungo i canali delle mini scale per aiutare i gatti che cadono in acqua Centomila euro che il Comune ha deciso di investire nella costruzione di quelle che tecnicamente si chiamano “scale per l’uscita della fauna selvatica”.
Dopo il litigio con il figlio Brooklyn, una canzone di Victoria Beckham di 25 anni fa è arrivata in cima alle classifiche inglesi A 23 anni dal lancio, "Not Such An Innocent Girl" raggiunge la vetta di ben due classifiche inglesi, grazie al pubblico litigio tra Victoria e David da una parte e il figlio Brooklyn dall'altra.
Per la prima volta Pitchfork ha spiegato come assegna e cosa significano i voti che dà agli album È una guida che introduce anche gli abbonamenti al sito, che permetteranno agli utenti di aggiungere il loro voto a quello dei giornalisti.

Io capitano non è il solito film italiano

Quello di Matteo Garrone è un film lontanissimo dall'idea di cinema italiano così diffusa, apprezzata e premiata negli Stati Uniti: ed è per questo che la sua candidatura all'Oscar per il Miglior film internazionale è tanto sorprendente.

24 Gennaio 2024

Io capitano di Matteo Garrone è stato selezionato ieri nella cinquina candidata all’Oscar come Miglior film straniero, prima nomination per il regista di Roma, vincitore pochi mesi fa del Leone d’argento per la regia a Venezia. L’ultimo italiano a partecipare in questa categoria nella notte degli Oscar fu Sorrentino, due anni fa, con È stata la mano di Dio. Sempre lui l’ultimo a vincere, nel 2014 con La Grande Bellezza. C’è stata poca gloria per i film italiani ultimamente ma restiamo i più titolati, quattordici statuette (quattro a Federico Fellini). Quest’anno ci prova Garrone, che ha raggiunto lo status di venerato maestro, e se ne va a veder le stelle.

Che annata, per il nostro cinema. Smentite le previsioni più disfattiste, quelle che vaticinavano la sparizione delle sale cinematografiche dopo le chiusure causa Covid e il lento ritorno con mascherine ma senza popcorn, magari la vendita di Cinecittà a Amazon e il riciclaggio di Favino alla conduzione di Sanremo nel post Amadeus. In realtà, nonostante lo sciopero degli operatori del settore americani, Barbie e Oppenheimer hanno guadagnato carriole di soldi e Paola Cortellesi se ne è uscita con un film girato in bianco e nero, storia di libertà ed emancipazione femminile, che ha incassato più di trenta milioni (territori di Checco Zalone) e l’ha resa un feticcio della sinistra, tirata per la giacchetta e invitata a patrocinare qualsiasi evento. Io capitano si è fermato per ora a cinque milioni, nell’attesa di vedere come le foto di Garrone in abito da sera sul tappeto rosso spingeranno il ritorno del film nelle sale, anche internazionali.

Io capitano, l’undicesimo lungometraggio di Matteo Garrone, è un film molto diverso da quelli che, di solito, esportiamo. Mediterraneo, Amarcord, Nuovo Cinema Paradiso raccontano un’italianità da cartolina, donne procaci in sottoveste, elogi dell’arte di arrangiarsi e sempre tanta voglia di mettere le gambe sotto al tavolo per una spaghettata in compagnia. Amorazzi, biciclettate e paesaggi mozzafiato. Cambia il copione: Io capitano è ambientato principalmente dall’altro lato del Mediterraneo, in Senegal, Mali, Niger e Libia. Per una volta, niente dialetto romanesco: il film è girato in wolof (idioma senegalese), francese e inglese e viene proiettato con i sottotitoli. Nessun nepo baby: i due protagonisti, Seydou Sarr (premiato a Venezia con il premio Marcello Mastroianni) e Moustapha Fall, meno di quarant’anni in due, sono senegalesi e prima di girare Io capitano non avevano messo piede su un set. Stando alle interviste di Garrone, dopo la fine delle riprese si sono trasferiti a casa dei genitori del regista.

Un film atipico, intelligente e tenerissimo, che aiuta a riflettere su un tema che in Italia viene affrontato con poca acutezza: l’immigrazione clandestina dal continente africano. Si stima che nel 2023 siano morti annegati nel Mediterraneo, cercando di raggiungere le coste italiane a bordo di bagnarole sovraffollate, 2500 naufraghi (circa mille in più dell’anno precedente). Con ogni probabilità, è una stima al ribasso. Lo sappiamo benissimo, così come sappiamo che le rotte attraverso il deserto del Sahara, che conducono fra le braccia delle milizie libiche, rendono il percorso verso l’Europa una roulette russa. Basta guardare una mappa geografica del Mediterraneo, e incrociarla con due o tre dati sullo stato delle economie sub-sahariane, per capire che questo esodo non è destinato a interrompersi presto.

Io capitano non usa catastrofici processi migratori per sostenere posizioni ideologiche di principio. Il film non si schiera, non c’è una morale. Racconta i fatti, con pennellate di realismo magico, poi tocca allo spettatore e alla sua coscienza trarre le conclusioni. La sceneggiatura, scritta da Garrone con Massimo Gaudioso, Massimo Ceccherini (sì, proprio lui) e Andrea Tagliaferri, prende spunto da testimonianze dirette di emigrati che hanno intrapreso a piedi il viaggio dall’Africa verso l’Europa. Seydou e Moussa, i due protagonisti, vivono a Dakar. Come tutti gli adolescenti del mondo, amano il calcio e il rap. Certo, non vivono in un castello, si dorme tutti insieme nella stessa stanza con le sorelline. Ma i due amici non scappano da guerre o carestie, vogliono diventare famosi e firmare autografi. Abbacinati da falsi miti di migrazioni trionfali mettono da parte un po’ di soldi, rimediano un passaporto falso e partono verso nord, senza avvisare le famiglie. Questo accade nei primissimi minuti del film: da lì Garrone accompagna gli attori ragazzini in uno dei tanti viaggi spietati che ci hanno descritto fino alla nausea, il bambino affogato con la pagella cucita nella tasca interna, le madri morte a cento metri dalla riva perché non sanno nuotare, ma che continuiamo a trattare come qualcosa che non ci riguarda, troppo brutto per essere vero.

Matteo Garrone, beato lui, svernerà per i prossimi mesi in California, impegnato nel consueto giro delle proiezioni private fra pezzi grossi nel tentativo di promuovere la sua causa e guadagnarsi voti per l’Oscar. La penultima volta che un italiano ce l’ha fatta abbiamo assistito a momenti indimenticabili, con il famoso «and the Oscar goes to… Roberto!» di Sophia Loren, la camminata di Benigni sui seggiolini del teatro e il suo discorso gesticolante da ambasciatore italiano in pectore. L’ultima volta Paolo Sorrentino ci aveva spiegato che viviamo in un Paese «crazy but beautiful». Non pretendiamo di rivivere questi momenti. Ci basterebbe che qualche miliardario americano, vedendo il film, si interessasse al tema della diaspora africana e decidesse di venire qua a darci una mano perché, evidentemente, da soli non riusciamo a sbrigarcela.

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