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L’Olanda ha attivato un piano nazionale anti-caldo Tende sulle finestre per non far entrare il sole, alberi artificiali, campagne di sensibilizzazione: l'unica vera risposta, però, resta investire negli spazi verdi, in parchi e giardini pubblici.
Gli scienziati hanno trovato un nuovo tipo di zucchero nello spazio profondo e questa scoperta potrebbe aiutarci a capire l’origine della vita sulla Terra Si chiama eritrulosio ed è lo stesso zucchero che si trova nei lamponi, nel mais e negli autoabbronzanti.
Dal primo trailer di Digger, una cosa si capisce chiaramente: anche Alejandro González Iñárritu non ne può più miliardari Nel film Tom Cruise interpreta anziano miliardario egocentrico e scurrile la cui compagnia petrolifera provoca "accidentalmente" un'eco-catastrofe. Più chiaro di così.
Le proteste contro i data center si stanno facendo sempre più diffuse, radicali e partecipate in tutto il mondo Le prime proteste si sono registrate negli Stati Uniti. Poi sono arrivati movimenti anche in Inghilterra e Olanda. E adesso si inizia a protestare anche in Italia.
Fa talmente caldo che a Firenze le cere anatomiche del Museo di Storia Naturale hanno rischiato di sciogliersi Un guasto all'impianto di aria condizionata ha messo a rischio quasi duemila modelli anatomici, alcuni dei quali hanno 250 anni.
A Bali i turisti consumano così tanta acqua che adesso il Paese deve affrontare una gravissima crisi idrica Un turista consuma indirettamente e direttamente tra i 2 mila e i 4 mila litri di acqua al giorno, un balinese se la deve cavare con 50.
Nonostante le innumerevoli critiche e stroncature, Michael è diventato il primo biopic nella storia del cinema a incassare un miliardo al botteghino mondiale 371,8 milioni di dollari negli Stati Uniti e in Canada, 629,8 milioni nel resto del mondo: mai nessun biopic ha incassato così tanto.
In un lago in Arizona sono morti tutti i pesci, tutti assieme, tutti nello stesso momento, tutti per lo stesso motivo È successo al lago San Carlos, un bacino d'acqua artificiale, il più grande dello Stato. Ovviamente, c'entra l'inquinamento.

Il senso di Warhol per la stampa

In mostra le collezioni di giornali "manipolati" e trasformati dall'artista pop: quotidiani sottratti al tempo

05 Luglio 2012

Andy Warhol era un feticista dei giornali e forse aveva già capito che sarebbero durati ancora non molto perché li collezionava, li adorava, li nobilitava come operine forse già archeologiche e classiche come si capisce bene da queste “Warhol Headlines” alloggiate temporaneamente alla Galleria d’Arte Moderna di Roma, in arrivo dalla National Gallery di Washington e Museum für moderne Kunst di Francoforte e in procinto di tornare “a casa” in autunno all’Andy Warhol Museum di Pittsburgh. L’interesse warholiano è totale e commovente: li colleziona in scatoloni che poi vengono chiamati nobilmente “Time Capsule”, poi numerati (qui è in mostra la Time Capsule, o T.C., numero 170, ripiena di New York TimesNew York PostDaily News d’epoca, tra cui una prima pagina del Newscon la morte di Elvis, 1977. Uno dei suoi preferiti naturalmente è il Post con i celebri titoli cubitali e surreali inventati da Vincent A. Musetto, scomparso un anno fa).

Warhol prende i dettagli, li ingrandisce, li deforma; prende il National Enquirer, da una prima pagina allarmista circa i pericoli del cibo congelato che “uccide”, siamo nel 1962 circa, taglia la frase “Frozen food can kill you” e rimane solo Food Kill; comincia a manipolarli, i giornali, inserisce refusi, taglia e aggiunge. Il Princeton Leaderdiventa Princton Leader; il National Enquirer diventa Enngurer. Sotto un titolo “uomo del posto termina apprendistato come idraulico e tubista” mette il nome del suo amico e pezzo grosso della Cbs Charles Lisanby. Li studia, li ricopia come un amanuense, ne isola e smonta le strutture, come le colonnine del Wall Street Journalancora nell’elegantissimo formato vecchio, mostro non ancora rovinato dalla riduzione tabloid di Rupert Murdoch. Li gigantizza; a partire dalle stragi, soggetto a lui molto caro – prima fra tutte il terremoto dell’Irpinia, 1981, con la copertina del Mattino, recentemente citata da un Sole 24 Ore preoccupato per lo spread, e il celebre “Fate presto”, ne fa pannelli colossali in bianco o in nero, he sembrano Rothko. Ci sono anche stragi minori; un New York Mirrordel 4 giugno del 1962 con un soddisfacente disastro aereo (“129 die in jet”), un bell’attentato a Beirut (“172-could top 200″ dove il soggetto naturalmente sono i morti), qui replicato in varie forme, vernici e polimeri, e poi in serigrafia su un metallo accartocciato a sua volta.

Sul metallo finiscono solo eventi succulenti: come la morte di un amico di Warhol e di Keith Haring, e relativa autopsia, e il titolo è “The artist could have been choked”, in diverse versioni, stampato su una specie di Kuki metallizzata, e su plastica. È una pagina naturalmente di giornale, la 36 del Daily News, accanto, in bella vista, alla pubblicità dei saldi dei grandi magazzini Gimbels, con gli sconti del 25 e 30 per cento su jeans di cotone, abiti poliestere e reggipetti “in puro acrilico” (cioè la stessa materia di cui è fatta l’opera). Con Haring nasce una famosa bella amicizia e nei primi anni Ottanta si dedicano insieme ai giornali: l’anziano Maestro ricopia i titoli, in grande, in azzurro, e il giovane allievo colora e fa i suoi graffiti e i sui omini rupestri che sembrano quelli della Valcamonica: vede così la luce il famoso dittico dedicato a Madonna, sul Post, in cui lei cavalca i primi anni di successo e scoop (“I’m not ashamed”!) in un felice momento di mercato ancora senza concorrenza agguerrita di icone scandalose.

Warhol tratta la stampa naturalmente come merce, da imprenditore, da consumatore, giammai da intellettuale: ne isola tutti i processi produttivi, e non trascura nemmeno i fratelli minori dei giornali, le agenzie. La serie Flash racchiude le decine di take spediti da Dallas per la morte di Jfk, imbellettati da una copertina fiorata fatta con gli stencil (stencil che poi sono messi sotto vetro a loro volta come opera d’arte nell’era della massima riproducibilità tecnica, e sono gli stessi stencil che Warhol aveva usato per fare delle improbabili pubblicità per il Daily News, da applicare sulle fiancate dei camion). La pubblicità è un’altra fase che Warhol considera naturalmente molto importante del processo industriale del giornale; ecco dunque dagli archivi molte foto di locandine newyorchesi, edicole, newspapers machines automatiche.

Sempre sul lato dell’offerta c’è anche l’editore in person, con un ritratto multiplo di un Gardner Cowles Jr., piccolo tycoon di giornali dell’Iowa, dipinto mentre legge a sua volta il giornale da lui edito. E (dal lato della domanda) ci sono poi i lettori: tre video in bianco e nero (Screen Texts) girati alla Factory mandano immagini al ralenti di persone intente a cercare la notizia tra i titoli e nel pezzo; ma il giornale è fuori campo e si vedono solo gli occhietti che guizzano veloci a destra e a sinistra (sono quelli, tra l’altro, della critica d’arte del New York Times Grace Glueck, che sembra una Anna Magnani che legge con aria sofferente, e quelli del nouveau réaliste Arman, poi celebrato protagonista del Novecento anche in indimenticabili televendite italiane).

E infine, dal produttore al consumatore, Warhol si preoccupa anche di fornire materia prima e semilavorata, sempre di grande qualità, all’industria della stampa. Anche a quella italiana, in occasione di diversi soggiorno romani; e qui ci sono tante interviste a entusiasti quotidiani e settimanali italici, cui fornisce titoli sempre perfettamente commerciali e vendibili: “Non penso, vedo!”; “Vorrei essere fatto di plastica!”, c’è pure un pezzo di Giulio Carlo Argan, su un Espresso del 1983, dal titolo: “Un po’ dandy, un po’ dadà!”.

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