Maurizio Nichetti è troppo interessato al cinema del futuro per fermarsi a rimpiangere quello del passato

Di cinquant'anni di vita e di cinema, Nichetti ha appuntato e si ricorda tutto: dalla folle decisione di fare un film muto, Ratataplan, a quella di mettersi a fare reel e podcast. Ne abbiamo parlato con lui.

20 Settembre 2026

Maurizio Nichetti dice che ha sempre provato a ricordare tutto quello che ha fatto, proprio per non perdersi niente: né i trionfi né i fallimenti. La sua visione è la visione dell’avventuriero, di chi fa, di chi si mette costantemente in gioco, di chi vede la vita attraverso la lente della commedia. Dal suo primo film, Ratataplan, sono passati quasi cinquant’anni, eppure la voglia di sperimentare e di trovare soluzioni differenti è rimasta sempre la stessa. Ed è quello, dice Nichetti, che manca al cinema di oggi: si punta troppo spesso al successo, sempre meno alla bontà delle idee. Il suo spettacolo, Occhi aperti! Serata tra amici, rappresenta un’occasione per incontrare gli spettatori, quelli nuovi e quelli di sempre, e per potersi raccontare. Aneddoti, dietro le quinte, curiosità. E poi i film, gli incontri, le intuizioni e i colpi di fortuna. È una sorta di viaggio nel tempo e nella memoria, e a Nichetti piace. Dopo il suo ultimo film, Amiche mai, si è avvicinato ai social, ha imparato a usarli e ha capito che là fuori c’è un pubblico pronto a farsi avanti e a partecipare, interessato a seguire chi si prende il tempo giusto, il tempo che serve, per dire qualcosa. Siamo immersi nell’audiovisivo, ripete Nichetti. Tv, cellulari, computer, cinema. Ovunque, in ogni momento. E a volte tutto quello di cui abbiamo bisogno è fermarci, fare un passo indietro e cominciare finalmente ad ascoltare. 

ⓢ Come nasce l’idea per questo spettacolo?
Prima di parlarti dello spettacolo, devo fare un passo indietro e partire dal film che ho diretto due anni fa, Amiche mai. Non so se l’hai visto…

ⓢ Sì, certo.
Ecco, io non facevo un film da più di vent’anni. Ci abbiamo messo sei anni solo per scriverlo, visto che in mezzo ci sono stati il COVID e diverse guerre. Questi eventi non hanno solo ritardato la lavorazione; sono riusciti a suggerire tante cose che, poi, sono finite nel film. E quando Amiche mai è arrivato al cinema, distribuito da Minerva Pictures, sono state organizzate delle presentazioni e io mi sono ritrovato ad accompagnare il film nel suo viaggio. Però confesso: non era così che mi ero immaginato il tour promozionale.

ⓢ E come te l’eri immaginato?
Be’, avevo pensato a un paio di sale, anche tre, nei capoluoghi e nelle città principali. Non di più. Quello che, insomma, si fa per innescare il passaparola. Invece sono dovuto andare in ogni città. Un piccolo film indipendente come Amiche mai non aveva una distribuzione garantita. Io ora non ti voglio dire che mi aspettavo due settimane sicure, che in teoria è il minimo per il passaparola, ma almeno la programmazione di un giorno.

ⓢ E non è stato così?
Amiche mai veniva programmato unicamente quando c’ero anche io a presentarlo. E questa è una follia. Due anni fa, ho girato l’Italia e ho fatto almeno settanta serate per presentare il mio film in settanta cinema diversi.

ⓢ Come ti ha fatto sentire questa cosa?
Non ti nascondo che ho sentito una certa tristezza per il cinema. Perché se il cinema deve vivere con gli autori che vanno in giro a presentare i loro film siamo rovinati. E attenzione: fanno tutti così, anche i nomi più famosi, non c’è una persona che non si imbarca, a un certo punto, in un tour di presentazioni. Quando arrivavo nelle varie sale, mi dicevano sempre la stessa cosa: oggi ci sei tu, domani viene Mastandrea, ieri c’è stato Favino e così via. Quando facevo una presentazione, trovavo la sala sempre piena e a volte parlavamo per più di un’ora. E a quel punto ho capito una cosa. Che il pubblico era disposto ad ascoltarmi e che era incuriosito. Voleva sapere i retroscena del film e, più in generale, della mia carriera. E questa cosa riguardava tutti: sia gli spettatori che mi conoscevano sia quelli che mi incontravano per la prima volta. Da due anni, subito dopo il film, ho cominciato a raccontare questi aneddoti e questi dietro le quinte, le cose che sono accadute nel corso del tempo, nei reel su Instagram. In Amiche mai ci sono anche i telefonini e i content creator, ma io non ho mai utilizzato i social come veicolo di dialogo con il pubblico. Su Instagram, per dirti, prima mi seguivano poche persone, non lo usavo. Tra i vari social, oggi, ho qualcosa come 100 mila follower. E queste persone sono contente di ascoltare un racconto. In più, oggi ti chiamano per fare dei podcast, dove ti intervistano per un’ora, un’ora e mezza. Ecco, a questo punto mi sono detto: ma perché non può diventare un incontro con il pubblico, a prescindere dal film? In questo spettacolo non racconto solo i retroscena di Amiche mai; vado indietro, ai miei primi film e al contesto in cui sono stati fatti.

ⓢ Qual è il tuo obiettivo?
Oggi mi rendo conto che un ragazzo vuole sapere altro, vuole sapere come e perché ho girato Ratataplan, in che contesto è stato sviluppato, quali altri film e registi c’erano all’epoca. Oggi puoi recuperare il film, sì, ma non sai quale valore e quale ruolo ha avuto.

ⓢ Dopo l’esperienza di Amiche mai, hai pensato alla possibilità di fare un altro film?
Me l’hanno chiesto alcuni produttori a Roma due sere fa, durante la premiazione de La Chioma di Berenice.

ⓢ E tu che cosa hai risposto?
Che se fare cinema significa anche imbarcarsi in una specie di tour teatrale in giro per l’Italia, per accompagnare il film nelle sale, preferisco fare solo il tour, proprio per incontrare il pubblico. Quando ho fatto il tour due anni fa, parlare con le persone mi ha arricchito molto, ma non ha aiutato il film. Quando vieni distribuito in queste sale dove c’è una programmazione quasi televisiva, con un palinsesto preciso, che cambia di ora in ora, hai una sola proiezione al giorno. Sai quanto amici mi hanno detto che per vedere Amiche mai hanno dovuto chiedere un permesso al lavoro, proprio perché era programmato alle 4 del pomeriggio?

ⓢ Come dicevi tu prima, il tour promozionale è diventato una consuetudine, spesso anche contrattualizzata.
E io lo faccio volentieri, te lo ripeto. Ma lo faccio volentieri se serve a promuovere il film, non se serve a riempire la sala per una sera, per una sola proiezione. Perché così non ha senso. Aiutiamo un solo cinema ad avere trecento persone in quel momento, e non è qualcosa che può durare.

ⓢ C’è il rischio di associare l’esperienza della sala alla presenza fissa di attori e registi?
Assolutamente sì. Mi è capitato di fare un podcast alla Fabbrica del Vapore, a Milano, dove c’erano settecento persone: settecento persone che erano lì semplicemente per ascoltare, che non si sono chieste se andavano al cinema o a teatro. Per due ore e mezza, non si sono mosse. Se uno spettacolo dura più di due ore e mezza, devi prevedere una pausa. In questo caso, è come se fossi stato a casa di amici, nel salotto, e avessi raccontato una storia. Le persone stavano lì, attente. Questo mi ha fatto pensare: per una società dell’immagine come la nostra, che frammenta e miniaturizza la comunicazione audiovisiva nei reel di uno o due minuti, trovare qualcuno che si prende il suo tempo e che non va di fretta è una novità positiva. Perché alla fine abbiamo ancora voglia di ascoltare.

ⓢ Le persone hanno poco tempo libero, e spesso sono costrette a fare una scelta.
È una cosa che ha direttamente a che fare con la crisi del cinema. Se il cinema, oggi, è in difficoltà, è perché c’è talmente tanto audiovisivo, ovunque, dalla televisione al cinema, dai telefonini ai computer, che è diventato quasi impossibile prendere una decisione. E molto spesso, quando hai una serata libera, preferisci andare a uno spettacolo dal vivo o al ristorante.

ⓢ Tra Honolulu Baby e Amiche mai sono passati più di vent’anni. Perché hai aspettato così tanto per fare un altro film?
Ti voglio rispondere con una battuta: quando invecchi non tendi a perdere la memoria, secondo me, ma hai talmente tante cose da ricordare che fai fatica a tenerle tutte insieme. E allora, evidentemente, mi ero dimenticato come mi ero sentito per Honolulu Baby. Ci ero rimasto molto male per il modo in cui era stato distribuito. All’inizio degli anni Duemila, sono cominciate le prime difficoltà per l’esercizio cinematografico. In più, su Honolulu Baby si era sommato l’arrivo del digitale e delle nuove tecnologie. All’epoca, nessuno voleva usarle. I grandi autori insistevano con la pellicola. E se ne vantavano. Il digitale sembrava una cosa senza futuro.

ⓢ Tu, invece, hai riconosciuto il suo potenziale.
Per Honolulu Baby ho lavorato in digitale, e sono stato visto quasi come un pericolo. Perché avevo dimostrato che si poteva fare un film evitando tutta la trafila di post-produzione analogica. C’è stato un cambio di marcia. Ma l’Italia ha accettato il digitale solo dieci anni dopo, quando tutti hanno abbracciato un certo modo di lavorare e una certa effettistica. Io ero stato bruciato da questa esperienza, e non ne volevo più sapere niente. Dopo vent’anni me ne devo essere dimenticato, ripeto, e quando Angela (Finocchiaro, una delle protagoniste di Amiche mai, ndr) mi ha chiesto: perché non facciamo un altro film insieme?, le ho detto di sì. Quando ho cominciato a lavorarci, però, mi è tornato subito in mente perché non avevo fatto altri film dopo Honolulu Baby.

ⓢ La rivoluzione del digitale, secondo te, ha mantenuto le sue promesse? Ha portato a una riduzione dei costi e a una maggiore democratizzazione del linguaggio e del cinema?
Hai citato due cose, la riduzione dei costi e la democratizzazione del linguaggio, che sono state due grandi speranze dell’epoca. Noi speravamo davvero che il digitale portasse con sé un abbassamento dei costi, facendoci risparmiare sulla pellicola. Ma ha creato altri passaggi e altri ruoli. Quindi non è vero che con il digitale c’è stato un vero risparmio. I soldi che non sono stati spesi per la pellicola sono andati altrove. In più la democratizzazione del cinema non c’è stata. Noi speravamo che, con il digitale, le sale potessero scegliere e programmare più film. Oggi, invece, quando esce un film come Buen camino, i multisala lo programmano in sette sale su quindici. E questo è stato possibile anche grazie al digitale, che ha permesso materialmente l’aumento del numero di copie. Chi ha un piccolo film deve accompagnarlo ovunque per farlo programmare. A nessuno interessa il cinema indipendente.

ⓢ L’intelligenza artificiale è un limite o è una potenziale risorsa?
L’intelligenza artificiale rappresenta un grosso punto interrogativo. Non ne faccio un discorso di tecnica: sicuramente semplificherà molti passaggi. E tutto quello che riguarda la preparazione di un film sarà inevitabilmente facilitato. Più la tecnica riproduce la realtà in maniera falsa, più sono importanti i bollini di autenticità, le dichiarazioni di intenti e le regolamentazioni. Altrimenti rischiamo di credere a qualunque cosa. Lo vedo sui social. Ci sono dei reel che sono chiaramente finti, che fanno ridere. Altri, invece, sono estremamente verosimili e sono un problema. Perché rischiamo di non saper più distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è.

ⓢ Secondo te che cosa manca, oggi, al cinema? Se riflettiamo sul tuo esordio, Ratataplan, fu un caso più unico che raro, fatto anche di coraggio.
Non ho seguito regole che si possono applicare anche ad altri progetti. Io per primo non ho fatto altri film muti. È talmente complicato e fuori dal tempo che averne già fatto uno, riuscendo ad andare in tutto il mondo, è stato una soddisfazione enorme. Se ne avessi fatto un altro, seguendo l’esempio di Ratataplan, sarebbe stato un azzardo. Quello che serve oggi è la voglia di sperimentare, di misurarsi con tecnologie nuove e con altri linguaggi. Il passato non torna, e non ha senso rimpiangerlo. Le sale da migliaia di posti, sempre piene e affollate, non sono più la regola. Magari può succedere ogni tanto, per questo o quel film. Ma non possiamo credere che possa essere la normalità. La normalità, oggi, è altro.

ⓢ E che cos’è?
Guarda, quel tipo di cinema, popoloso e popolato, io l’ho vissuto da bambino. E ti dico la verità: per certe cose faceva anche schifo. Ricordo che andavo in sala per un film e che uscivo puzzando di fumo, e io non fumavo. Rimpiangere il cinema degli anni Cinquanta e Sessanta non ha senso, tutte le cose hanno i loro pro e i loro contro. Dobbiamo smitizzare i nostri ricordi. Oggi dobbiamo tenere gli occhi aperti su quello che succede, su quello che ci circonda, e dobbiamo stare attenti a quello che ci viene detto. Dobbiamo cercare di vivere questa epoca con una vigilanza maggiore, proprio perché la tecnologia è più avanzata.

ⓢ Mattia Torre diceva che la comicità è una cosa sacra. Tu come la definiresti?
Non lo so se è possibile definire la comicità come una cosa sacra; forse sì. Ma non metterei insieme sacro e profano… Per me rappresenta un vero e proprio bisogno. La comicità è un modo di guardarsi attorno, di vivere la propria vita, di non prendere ogni cosa, nemmeno la più tragica, troppo sul serio. Proprio perché altrimenti il dolore sarebbe troppo. La comicità è una lente attraverso cui osservare il mondo. E credo che un giovane, che può essere messo a dura prova dalla realtà e dai problemi, abbia bisogno di una visione distaccata, cogliendo l’importanza di saper ridere anche di sé stesso e delle proprie debolezze. La comicità può essere un meccanismo di sopravvivenza.

ⓢ Negli anni hai sempre insegnato. Ti chiedo: che effetto ha avuto su di te poterti confrontare costantemente con le nuove generazioni?
Il motivo per cui mi piace insegnare e stare con i ragazzi è la loro passione. Una passione decisamente superiore rispetto a quella che possono avere le persone più adulte. Da giovane, è giusto avere dei sogni ed è giusto volerli perseguire. Per me è fondamentale ricordare ai giovani l’importanza di avere una mente aperta, di essere pronti a inseguire i propri obiettivi. Così facendo, finisco per ricordarlo anche a me stesso. I soldi e il successo sono relativi.

ⓢ La passione si può insegnare?
No, non si può insegnare. Durante le lezioni, però, io e questi ragazzi ci ritroviamo insieme e per un’ora il film di cui stiamo parlando diventa la cosa più importante del mondo; e io riesco a trasmettere quello che provo. Finché riuscirò sempre a incontrare giovani che ci vogliono provare, che credono in quello che fanno e che non hanno paura di chiedere una mano con un’idea, sarò sempre contento. Non posso passare il mio tempo a disperarmi perché i miei film non escono in sala o non escono nel modo in cui mi piacerebbe che uscissero.

ⓢ Secondo te c’è una carenza di buoni maestri?
Ma che cos’è, poi, un buon maestro? Tutti possono essere sia buoni che cattivi maestri. È importante capire che cosa possiamo offrire agli altri e, soprattutto, quali sono i nostri limiti. Un ragazzo di oggi ha decisamente più strumenti per esprimersi. Una volta, però, eravamo di meno, non c’era tutta questa competizione; era richiesto un impegno diverso. Oggi tutti possono fare – per esempio – un videoclip per un rapper. Ma visto che tutti possono farlo è più difficile emergere. In passato farsi notare era più facile per alcune cose. Mi viene in mente il caso di Luca Lucini, che ha fatto tantissimi videoclip e ora lavora nel cinema. Oggi riuscire a convincere un produttore a fidarsi per un lungometraggio è una sfida enorme.

ⓢ Che cosa ricordi del tuo primo incontro con Bruno Bozzetto?
Ho risposto a questa domanda tantissime volte… Voglio provare a dirti qualcosa di diverso. Quello che ti ricordi nel tempo è che hai trovato una famiglia, delle persone con cui vuoi stare. Ho respirato un’aria che mi piaceva moltissimo, in quegli anni. Altri posti non avevano la stessa energia. Incontrare Bruno ha significato incontrare un gruppo di matti, perché se non fossimo stati dei matti non avremmo fatto Allegro non troppo, e di persone piene di voglia di fare e di sperimentare. Incontrare Bruno mi ha permesso di riconoscere la mia passione, e quindi di riconoscere me stesso.

ⓢ E invece dell’incontro con Nanni Moretti che cosa ricordi?
Ho conosciuto Nanni quando lavoravo già da Bruno, allo studio, ma prima di girare Ratataplan. Era il periodo di Io sono un autarchico. Mi ricordo che era venuto a Milano, con il suo Super 8 sotto braccio e i capelli lunghi; ha fatto una proiezione a Brera. Forse lo hanno aiutato con il proiettore. Però era sempre lì, pronto. Siamo quasi coetanei, io e Nanni. E conoscerlo così, con il Super 8 sotto braccio, mi aveva dato grande speranza per il futuro.

ⓢ Perché?
Quando all’epoca venivano raccontati i ragazzi, mettevano una parrucca a Gassman o a Manfredi. Io, invece, mi riconoscevo nella generazione di Nanni: in questa voglia di raccontarsi in prima persona. Ho fatto di tutto per conoscerlo, sono stato a Roma, ci siamo frequentati. Lui ha fatto Ecce bombo, mentre io stavo preparando Ratataplan. E siamo diventati due registi di lungometraggi. Da quel momento ci siamo visti di meno. Non so se è stato perché eravamo concorrenti – lo ha detto lui, ma era chiaramente una battuta. Siamo stati monopolizzati dalla nostra passione. Ogni volta che ci siamo rivisti ai festival, però, è sempre stato bello.

ⓢ Che rapporto hai con il tempo che passa?
Ne è passato talmente tanto che non mi importa quasi più… Non mi preoccupo di quello che succederà. Ho già vissuto parecchio.

ⓢ Quanto sono importanti i ricordi?
Il fatto che io abbia tenuto un quadernetto dove appuntare tutto quello che ho fatto, dagli spettacoli alle giornate sui set, fin dalla mia prima recita più di mezzo secolo fa, credo che parli abbastanza chiaramente del mio rapporto con la memoria. L’ho fatto sì per tenere traccia del mio lavoro e di come lo facevo, ma è stato anche un modo per non perdermi niente. Quantomeno dal punto di vista professionale. Non stiamo parlando di un diario.

ⓢ Ne hai mai tenuto uno?
No, mai. Ho sempre conservato il ricordo di quello che avevo fatto professionalmente. Dopo sessant’anni di carriera, ho due quaderni pieni, fitti fitti di appunti e di note. Guardandoli, a seconda del modo in cui ho scritto una certa frase o del numero di asterischi che ho segnato, capisco che tipo di giornata fosse stata. Forse ho paura di dimenticare, ecco cosa. Ci ho messo sempre così tanta passione che mi sarebbe dispiaciuto scordare quello che avevo provato.

ⓢ Terrai un quaderno anche adesso, con questo tour?
Assolutamente sì. Ogni serata sarà appuntata.

ⓢ Perché ricordare?
Non voglio riflettere su tutto quello che mi succede per migliorare. Non sono Sinner. (ride, ndr) Però penso che sia il bello della vita, no? Malgrado il tempo che passa, malgrado le esperienze che hai fatto, finisci sempre per imparare qualcosa di nuovo. Non avrei mai scritto le mie sensazioni su un diario. Avrei avuto una biblioteca piena, e non me ne sarei fatto niente. Invece sono riuscito a tenere traccia del mio percorso, e questo è importante.

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