Di cinquant'anni di vita e di cinema, Nichetti ha appuntato e si ricorda tutto: dalla folle decisione di fare un film muto, Ratataplan, a quella di mettersi a fare reel e podcast. Ne abbiamo parlato con lui.
Dave Harrington è tante cose, ma tutte indissolubilmente legate alla musica. Come recita la sua bio di Instagram: «Improviser, producer, composer… playing guitar+++ in Darkside band & improvised music across Los Angeles and beyond». Polistrumentista cresciuto tra le jam session e la scena avant-rock e jazz di New York, Harrington è la metà a sei corde del trio Darkside, fondato nel 2011 insieme al producer Nicolas Jaar dopo essersi incontrati durante il tour di Space Is Only Noise. Un incontro di mondi apparentemente distanti, il clubbing di Jaar e il background sperimentale di Harrington, che ha ridefinito l’elettronica contemporanea, prima con Psychic (2013) e poi, a distanza di anni e dopo lunghi percorsi da solisti, con Spiral (2021). Oggi stabilitosi a Los Angeles e sempre immerso in collaborazioni diverse, dall’artista Mary Lattimore al jazz di Kalia Vandever, fino a John Dwyer degli OSEES e a un’ossessione per Jerry Garcia dei Grateful Dead, Harrington porta nei Darkside un’idea di suono che si potrebbe riassumere con la frase “buona la prima”. In occasione della loro tappa pugliese al VIVA! Festival della scorsa estate, lo abbiamo intervistato per farci raccontare la ricerca con Nicolas Jaar, l’ingresso del percussionista Tlacael Esparza, la filosofia dell’improvvisazione e l’importanza della musica immersiva. Una visione confermata dalla loro esibizione in Valle d’Itria, un concerto vivo, plastico, radicato nell’etica e nella politica, emersa con forza sul palco quando Nicolas Jaar ha fermato lo show per recitare una poesia dedicata a Gaza.
ⓢ Tu provieni dalla scena jazz e rock d’avanguardia di New York, mentre Nicolas viene dalla musica elettronica e dalla cultura clubbing. Qual è stato il punto d’incontro o il compromesso più interessante che avete trovato per costruire il suono unico dei Darkside?
Penso che i Darkside siano sempre stati una questione di unire i nostri interessi ed esperienze individuali e stare a guardare cosa succede quando si scontrano tra di loro, con lo scopo di creare sempre qualcosa di nuovo. Credo che l’evoluzione del mio modo di suonare al di fuori della band – con il mio attuale coinvolgimento nella scena jazz di Los Angeles e la mia fissazione per Jerry Garcia – abbia creato nuovi punti di partenza da cui slanciarsi all’interno del gruppo. Cerco di portare quanto più me stesso possibile nella band; non deve per forza incastrarsi tutto e non devo fare tutto nei Darkside, ma voglio che queste opzioni rimangano disponibili per aiutare a ispirare la musica in modi sempre nuovi.
ⓢ Con l’ingresso di Tlacael Esparza alle percussioni nei vostri ultimi show dal vivo, come si è evoluta la dinamica sul palco tra te e Nicolas ora che c’è una terza persona a guidare il ritmo?
Conosciamo Tlacael e suoniamo e improvvisiamo con lui da così tanto tempo che è stato del tutto naturale. Ora è una parte fondamentale della band. Parliamo tutti lo stesso linguaggio musicale, quindi rende l’intero progetto ancora più entusiasmante, imprevedibile e creativo.
ⓢ Oggi molta della musica elettronica dal vivo è programmata e ampiamente automatizzata. Voi, al contrario, abbracciate l’improvvisazione, le chitarre e le percussioni dal vivo, prendendovi parecchi rischi. Perché è così fondamentale per voi mantenere viva questa imprevedibilità e l’energia del “buona la prima”?
È il modo in cui l’abbiamo sempre fatto. Fin da quando io e Nico abbiamo iniziato a suonare insieme c’è sempre stata l’improvvisazione: è al centro di tutto ciò che fanno i Darkside. Non esistono due concerti uguali, mai. Non esistono due versioni dal vivo della stessa canzone che siano identiche. È la cosa che ci entusiasma di più quando saliamo sul palco.
ⓢ Sei costantemente immerso nella scena underground, come porti questo senso di caos e libertà all’interno di un progetto più ampio e strutturato come Darkside?
Beh, come dicevo, ora che vivo a Los Angeles e sono stato così attivo nell’improvvisare con vecchi e nuovi amici lì – costruendo il mio mondo e provando sempre nuovi progetti – spero solo che le mie orecchie siano le più aperte possibili. Voglio sempre fare cose nuove, quindi spero che questo si rifletta in chi sono all’interno dei Darkside. Voglio dire, quest’anno ho iniziato a suonare in duo con l’arpista Mary Lattimore, ho registrato un disco con la trombonista Kalia Vandever, ho fondato una nuova band fusion/jazz/funk chiamata GIRAFFE e ho fatto per la prima volta un live improvvisato con il mio amico John Dwyer degli OSEES. Mi piace mantenere le cose fresche.
ⓢ Tra Psychic e Spiral è passato parecchio tempo, durante il quale entrambi avete esplorato diversi percorsi solisti. Quando vi siete ritrovati nella stessa stanza, qual è stata la cosa principale che avete dovuto ricalibrare per riconnettervi?
Abbiamo semplicemente ricominciato a fare musica e, per come la ricordo io, non appena abbiamo smesso di pensare all’idea dei Darkside e abbiamo iniziato a divertirci, a sperimentare o a sederci fuori con una chitarra acustica e un taccuino, tutto ha ricominciato a funzionare alla perfezione. Amo davvero Spiral, contiene alcune delle mie canzoni preferite in assoluto tra le nostre, ed è stato il disco che ha riaperto la porta permettendo alla band di esistere di nuovo. È qualcosa che percepisco ancora come molto speciale.
ⓢ Quando componi un brano ti concentri puramente sull’impatto fisico e viscerale che il suono ha sul corpo dell’ascoltatore?
Penso che una canzone possa nascere davvero da qualsiasi cosa; cerco solo di capire cosa sta facendo il brano, di cosa ha bisogno, e continuo a dargliene sempre di più.
ⓢ Questa estate avete suonato al VIVA! Festival in Valle d’Itria, un paesaggio fatto di masserie storiche e cieli aperti, molto lontano dai club bui e chiusi. L’ambiente e lo spazio circostante cambiano il modo in cui scegliete di interpretare i vostri brani in una determinata serata?
Sempre! Quello che suoniamo e il modo in cui lo suoniamo sono sempre influenzati dalla venue e dallo spazio: reagiamo sicuramente all’ambiente prendendo decisioni al momento in base ad esso.
ⓢ La vostra musica è di fatto come psichedelica. Eliminando i riferimenti agli anni ’70, cosa significa fare musica psichedelica oggi?
Per me ha sempre significato fare musica immersiva, musica che trasporta e ispira. Ma, cosa più importante, musica che non ti dice come devi sentirti: lascia sempre spazio alla tua personale esperienza. Breathe, breathe in the air, don’t be afraid to care.
