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Viaggetti in sicurezza

Il reportage di viaggio affrontato da Sandro Veronesi in Viaggi e viaggetti (Bompiani): ma sono racconti viziati, egotistici, moraleggianti.

Mi pare di avere iniziato a leggere Viaggi e viaggetti, la raccolta di reportage di viaggio di Sandro Veronesi, pubblicata in queste settimane da Bompiani, senza pregiudizi, se non uno terribile sull’ufficio stampa Bompiani da cui sono stato trattato con una sufficienza al limite della maleducazione. Ma sono in grado di provare che questo pezzo non è un tentativo di vendetta contro un ufficio stampa. Innanzitutto perché amo i reportage di viaggio e in Italia se ne scrivono pochissimi e quindi avevo decisamente voglia di leggere questi e trovarli belli. E in secondo luogo perché Veronesi non è mai stato il mio scrittore preferito, ma neanche lo scrittore bersaglio cui indirizzare tutti i miei rancori per le sorti decadenti delle patrie lettere. Alcune sue vecchie cose mi piacquero (per esempio Venite venite B-52) e trovo Caos Calmo uno dei migliori romanzi normali di questi anni, anche se devo dire, leggendo e non leggendo i suoi libri, ho continuato a chiedermi che genere di scrittore fosse e, passando dallo stesso Caos Calmo a una cosa come XY, coltivando il dubbio che la sua direzione e i suoi interessi umani fossero a lui stesso poco chiari. A leggere questa raccolta di reportage, che proprio strutturalmente hanno, rispetto al romanzo, la capacità di mettere molto più a nudo l’essenza di uno sguardo (anche perché formalmente sono meno legati alla tecnica narrativa), il dubbio è diventato una voragine.

I testi si situano tra la guida turistica e lo scimmiottamento di una guida turistica che ogni comune mortale che è tornato entusiasta da un qualsiasi luogo della Terra ha postato su un forum di viaggi.

Ma c’è da fare un ulteriore premessa sul contesto. La raccolta di reportage, come indicato nell’introduzione, si compone di pezzi scritti per la rivista Traveller più alcuni inediti. Questa informazione che potrebbe assumere la consistenza di un alibi si trasforma invece nella trita, cupa e pessimistica riflessione sull’editoria italiana, nonché su quella che mi spingerei a definire l’impotenza dell’autore. Riassumendo: 1) Un giornale di viaggi chiama uno scrittore di grido per affidargli un serie di reportage (modelli: vedi lo scontato esempio di DFW in crociera su commissione di Harper’s, ma ci sono anche parecchi e illustri precedenti italiani: Manganelli, Parise, etc. etc.). 2) Lo scrittore gode insolitamente anche di uno spazio appropriato (da vero e proprio long journalism in alcuni casi). 3) Lo scrittore più che offrire il suo sguardo si adegua allo sguardo e al tono generale della rivista fornendo non reportage, ma testi che si situano tra la guida turistica e lo scimmiottamento di una guida turistica che ogni comune mortale che è tornato entusiasta da un qualsiasi luogo della Terra ha postato su un forum di viaggi. 4) Perché allora una rivista dovrebbe affidarsi a uno scrittore di grido per ricevere testi così letterariamente poveri? Dice: conta il nome. Ma allora ci si trova di fronte a questo terribile bivio: o questo nome, per quanto sia pubblicamente apprezzato, non è in grado di trasformarsi in soggetto, dando quindi un senso al suo nome, perché il mezzo, cioè la rivista, è a tal punto preponderante da annegare la sua individualità in un piattissimo tono medio, oppure questo nome non è un soggetto. 5) Dice: questo nome è un soggetto ma – e cerca di essere comprensivo, puoi capirlo bene – questo nome ha accettato una commissione per pagare la baby-sitter senza investire alcuna ambizione letteraria nel progetto. Risposta: ok, ma allora perché farne un libro? Per pagare alla baby-sitter la liquidazione? E, in definitiva, perché separare in modo manicheo guadagno ed estetica, professionalità e letteratura?

Così, visto che ogni reportage mi pareva più che altro una testimonianza cliccata sulla community di Turisti per caso, le domande che mi facevo andavano al di là del testo, stavano prima ancora. La colpa della cattiva riuscita di questo libro era di Veronesi o dell’editoria? E, più nello specifico, era di Traveller o di Bompiani? Intanto mi capitava anche di leggere il chiacchieratissimo, e retorico e ricattatorio, post di Francesca Borri, la reporter di guerra precaria, che tutti avrete letto e mi dicevo: troppo comodo dare la colpa al sistema, la colpa è di Veronesi. Ma poi leggevo le critiche al post di Francesca Borri, per alcuni tratti anche condivisibili, formulate per esempio da Matteo Bordone e Guia Soncini e mi dicevo: ok, la Borri sarà anche una figlia di papà cresciuta a pane ed eroismo da cameretta, però come si fa a parlare di libero mercato in un posto, l’Italia, dove il libero mercato, specie quello editoriale, semplicemente non esiste? Vogliamo fare finta di essere in America? No, mi dicevo, la colpa non è di Veronesi, è dell’editoria.

A partire dalla banalissima massima che avrebbe dovuto indurre almeno il suo editor a consigliare: «Dai Sandro, questa tagliamola»… e cioè: «I viaggi non sono solo destinazione, sono soprattutto cammino».

Ora, visto che è veramente rischioso scrivere 4.533 caratteri spazi inclusi senza fornire uno straccio di prova, contando solo sulla fiducia che il lettore dovrebbe mantenere per tutto questo tempo, ho le prove per chi è rimasto. A partire dalla banalissima massima che avrebbe dovuto indurre almeno il suo editor a consigliare: «Dai Sandro, questa tagliamola»… e cioè: «I viaggi non sono solo destinazione, sono soprattutto cammino». Ok Sandro, mi sono detto, la volevi proprio dire, ma magari ti ci fossi attenuto a questa ovvia, scontata definizione. Magari avessi camminato come Nooteboom o Sebald o anche solo Paolo Morelli, invece di mettere bandierine su ogni monumento/panorama/albergo/piazza in cui sei stato, riportando esclusivamente impressioni prefabbricate che non possono comunicare con il lettore, tipo:

«colpo d’occhio portentoso»;
«la storia di queste isole è molto interessante»;
«una delle zone più trendy di New York»;
«paesaggio assolutamente irreale»;
«lo spettacolo languido ed emozionante»;
«questa languida metropoli»;
«un locale molto trendy in pieno Barrio Alto».

Poi c’è una forma di ingenuità continuamente sbandierata, che non è una ingenuità dello sguardo, cioè una forma di artificio per ricostruire una purezza dell’osservazione, ma proprio ingenuità tout court, da ragazzino entusiasta e da turista alle prime armi:

«questo luogo diventa un demi-monde animato da tutti i diversi esemplari di umanità che vivono a Belleville, chiassoso e colorato, dove anche il forestiero viene accolto calorosamente». (cioè esattamente quello che si può pensare di Belleville senza esserci mai stati);

«Con chi è l’appuntamento? Be’, se è un segreto: perché dovrei dirlo? È un grande, comunque. Un grandissimo. No, non l’ho mai incontrato prima, è la prima volta». (Renzo Piano introdotto come una quindicenne bimbaminkia farebbe con Justin Bieber).

«casa di Gramsci è istruttiva, perché è piccola, modesta, a dimostrazione che gli uomini esemplari possono venir su dovunque». (caspita, che lezione illuminante!);

«Questo per chi crede, ingenuamente, come credevo io, che data la sua situazione economica la Grecia fosse una meta turistica conveniente: al contrario, pare che abbiano deciso di farsi ripagare il debito sovrano da noi». (questa l’ho sentita al bar);

«e poi lunga visita a City-Lights, dove compro qualche libro, inclusa una copia del mio romanzo (soddisfazione trovarcelo) che dedico a Ferlinghetti e lascio al commesso perché gliela dia. Vent’anni fa ci vedevamo quasi tutti i giorni, chissà se si ricorda di me. Ha più di novant’anni ormai». (no comment);

«tutto questo l’abbiamo visto così tante volte nei film che ci è diventato familiare. Allo stesso tempo però sembra finto, sembra una quinta, un’ammuina che da un momento all’altro verrà interrotta dallo ‘stop!’ gridato in un megafono da un aiuto regista col berretto da baseball messo al contrario». (questa pure l’ho sentita al bar);

«che cosa fantastica, Skype» (e questa è di mia zia).

E davvero non ho capito se Veronesi sia autenticamente questo – possibilità che mi fa deprimere parecchio – o se utilizza l’espediente per vestire i panni del turista occidentale medio. Ma se i suoi fossero reportage che tentano di replicare la condizione del turista medio, la figura di questo turista non viene mai problematizzata, scavata, messa in ridicolo o in discussione, che è poi quello che fa DFW (che Veronesi tratta come un dio intoccabile al pari di Renzo Piano) sulla crociera, prendendo per il culo gli altri, ma anche se stesso, insistendo sulla voragine della solitudine occidentale, ma anche sulla sua compromissione di osservatore/partecipante. Ed è in definitiva come se ci si trovasse in bilico tra una fenomenologia del turismo priva di profondità e un’epica del viaggio di marca adolescenziale che ci fa sentire Chatwin anche quando dormiamo in un Best Western. Tra l’altro la particolarità di Veronesi è che quasi sempre il contesto in cui si muove ci suggerisce la sua assoluta non medietà: alberghi e ristoranti di livello, convegni prestigiosi, incontri straordinari, oppure, in quello che forse è il pezzo più intollerabile della raccolta, vacanze di Natale passate con la sua nutrita famiglia e amici vari in un lussuoso cottage in mezzo alla neve affittato dal fratello a Courmayeur, dove Veronesi arriva con una costosa macchina che gli hanno prestato, incentrando tutto il pezzo su questa macchina, con la quale vorrebbe far rodere suo fratello dall’invidia, ma che invece non provoca nel fratello alcuna reazione (anche perché intanto il fratello si muove su una motoslitta per accompagnare gli ospiti dal cottage al paese e viceversa). Consiglio: rileggere Carrère per capire come trasformare la propria condizione di privilegio in una molla narrativa, invece di trattarla come una cosa normale, che il lettore, per il quale non può essere normale, è costretto o a invidiare o a odiare.

Un lievissimo spiraglio di luce si vede in Vézénobres, unico pezzo in cui non ci sono locali trendy in languide metropoli o appuntamenti con personalità grandissime o atmosfere epiche in cui ritrovare maestri della letteratura.

Per questo probabilmente, le spruzzate di moralismo che fanno capolino quando per esempio Veronesi viaggia in America («Il vero lusso, in questo paese, è questo: trovare qualcosa di poco americano, e soprattutto di poco moderno», oppure «io, europeo, vedo solo come può ridursi la gente quando arriva a concepirsi più potente della natura») e in Russia («Non che sia lecito aspettarsi un panorama ancora glabro e sovietico come trent’anni fa, ma questa omologazione così totale alla fine risulta triste»), mi hanno dato veramente fastidio. Sono giudizi, anche questi un po’ scontati e prefabbricati, che trascendono completamente la condizione di chi li formula, cioè un osservatore adagiato nel massimo del comfort occidentale. Consiglio: rileggere Houellebecq per immunizzare il proprio organismo dai sussulti di ipocrisia dell’essere intellettuale di sinistra.

In tutto questo buio, un lievissimo spiraglio di luce si vede quando Veronesi si avventura in una imprevista camminata di qualche chilometro nella campagna della Francia meridionale, in Vézénobres, unico pezzo di qualche interesse di questa raccolta. E non dev’essere un caso se in questo pezzo, che a me sembra l’unico riuscito, non ci sono locali trendy in languide metropoli o appuntamenti con personalità grandissime o atmosfere epiche in cui ritrovare maestri della letteratura, ma soltanto la campagna con i suoi dettagli minimi, e quindi l’impossibilità di ricopiare il previsto invece di cercare l’imprevisto. Vézénobres è l’unico pezzo di Viaggi e viaggetti in cui Veronesi accetta di avere paura, una paura sottile d’accordo, ma che almeno lo fa sentire un po’ minacciato. E non dev’essere un caso nemmeno il fatto che questo breve tragitto sia il solo che sembra provocare nell’osservatore un piccolo cambiamento.

 

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