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Progetti per il futuro

Chude Jideonwo è il poster boy della Nigeria, proprio mentre la Nigeria è il poster boy della "rinascita africana", con tutte le contraddizioni del caso. Lo abbiamo intervistato, sul numero 18 di Studio, in edicola.

(English version here)

Quello che segue è un profilo a Chude Jideonwo, giovane imprenditore e fondatore dei Future Awards, dalla storia di copertina del n.18 di Studio, “Cool Nigeria”. Chude sarà a Milano: faremo due chiacchiere con lui giovedì 13 febbraio, h 19, al Calligaris Flagship store, foro Buonaparte 24 (mappa).

Questa storia comincia con un ragazzo di diciannove anni che accende la televisione. È un pomeriggio come un altro del 2004, quando Chude Jideonwo sta facendo zapping con un paio di amici e si rende conto, tutto d’un tratto, che la TV nazionale trasmette quasi solo notizie negative: storie di povertà, di conflitti tribali e religiosi, di emigrazione forzata e di sfruttamento della prostituzione. Certo il suo Paese, la Nigeria, in quel periodo non stava attraversando un momento facile: le prime elezioni democratiche dopo una decade di giunta militare risalivano ad appena un anno prima; Lagos, la capitale economica, era travagliata dagli scontri tra cristiani e musulmani; la violenza era all’ordine del giorno in aree critiche come il Delta del fiume Niger e il confine col Camerun; chi ne aveva la possibilità, lasciava il paese. Come tutti, anche Chude era preoccupato. Ma qualcosa gli diceva che tutto questo era solo una parte del quadro, che la Nigeria era anche altro e, soprattutto, che il cambiamento fosse nell’aria: «Stava succedendo qualcosa, tra i giovani di tutto il continente», racconta in una conversazione via Skype conStudio. «Questa, almeno era la nostra impressione».

Così, insieme alla sua amica Adebola Williams (a quel tempo non facevano quarant’anni in due), Chude contatta i media locali per proporre un’idea, assegnare un premio annuale a un giovane che rappresenta il lato migliore della Nigeria: «Serviva qualcosa per ispirare la gente». Da allora the Future Project è stato assegnato ogni anno a beneficio delle categorie più disparate – si va dagli imprenditori dell’hi-tech agli attivisti politici, passando per la musica pop – con il patrocinio di nomi internazionali del calibro di Shell, Unilever e della Banca Mondiale. Da quel progetto ne sono nati altri: nel 2011 Chude ha lanciato Red Media, gruppo che gestisce, tra le altre cose, una televisione, una radio, un sito d’informazione, un magazine, e fornisce contenuti e servizi di consulenza a terzi. In qualità di giovane uomo d’affari, ma anche di tenace oppositore delle componenti antimoderne che ancora fanno sentire il loro peso nel Paese, è stato ospite di media statunitensi come Cnn e l’Huffington PostForbes lo ha messo nella sua lista di 30 imprenditori africani under 30.

L’Africa è cambiata. E, soprattutto, è cambiata l’impressione che del continente africano abbiamo in Occidente.

Il tempo gli ha dato ragione. Nell’ultimo decennio sono accadute molte cose in Nigeria. Tra il 2005 e il 2013 il Pil è cresciuto con una media del 6,8 per cento, stando ai dati della Banca Centrale del Paese, mentre per il 2014 si prevede una crescita del 7,8 per cento. Con quasi 170 milioni di abitanti e i più vasti giacimenti di petrolio del continente, la Nigeria è “una calamita per gli investitori”, titolavaBusinessweek nel 2012. Non si tratta soltanto di compagnie petrolifere (Mobil, Chevron, Eni, per dirne alcune), il cui interesse pare ovvio. Nella lista di chi ha fatto investimenti in Nigeria ci sono anche nomi meno scontati: Microsoft, Apple, Google, Intel.

Non è soltanto la Nigeria. E non è soltanto una questione di economia. L’Africa è cambiata. E, soprattutto, è cambiata l’impressione che del continente africano abbiamo in Occidente: non più Cuore di Tenebra, non più un luogo da rappresentare unicamente attraverso i resoconti di guerre, pandemie, fotografie di bambini affamati (una rappresentazione che, vale la pena di dire, molti africani consideravano quanto meno parziale se non razzista, anche quando veniva da attori benintenzionati, Ong incluse), ma un terreno di nuove opportunità, seppure con tutte le contraddizioni del caso, che non sono poche, e talvolta persino una fucina d’idee e creatività. Così capita che l’Economistnell’anno domini 2000 dedicasse una copertina all’Africa, il «continente senza speranze», ma che poi nel 2013 pubblicasse un rapporto speciale, intitolato «Emerging Africa» dove lo si definiva «a hopeful continent», citando la Nigeria tra le economie emergenti da tenere d’occhio.

Di questa stagione di rinascita africana, o percepita tale – ché, come vedremo più in là, la questione è complessa – la Nigeria è il poster boy. L’ultimo decennio è stato accompagnato non soltanto da una crescita economica, ma anche da un processo di democratizzazione. Oltre ai “classici”, “vecchi” settori che spesso dominano le economie dei paesi emergenti ricchi di idrocarburi – energia, edilizia, banche – stanno crescendo anche i nuovi business, più associati all’espansione di una classe media e ai consumi dei giovani, come le telecomunicazioni, la tecnologia, l’e-commerce (nelle pagine a seguire trovate un’intervista a Tunde Kehinde, fondatore di Jumia, l’equivalente africano di Amazon).

Lo showbiz è letteralmente esploso: insignificante fino agli anni Novanta, oggi “Nollywood” è la seconda industria cinematografica al mondo, seconda solo all’indiana Bollywood. I nigeriani hanno superato Hollywood nel 2009. «Il concetto stesso di cultura pop nigeriana era quasi inesistente quando andavo al liceo», racconta Chude. «Se volevi ascoltare qualcosa di decente ascoltavi musica americana, adesso l’hip hop nigeriano is the in thing». Anche nel mondo letterario, non mancano i nomi di giovani nigeriani che fanno parlare di sé: basti pensare a Teju Cole (Città Aperta è stata pubblicata in Italia da Einaudi nel 2013), o a Uzoamaka Maduka, fondatrice di The American Reader, che trovate intervistata nelle pagine a seguire.

«L’ascesa dell’Africa sta diventando un cliché», avverte Chude, che rischia di «oscurare una certa realtà»

Tutte cose vere, tutte cose da prendere con le pinze. «L’ascesa dell’Africa sta diventando un cliché», scrive Chude sull’Huffington Post. Un tempo, insomma, andava per la maggiore la retorica del “Salviamo l’Africa”, che oltre a essere irritante di per sé, implicava un rischio di appiattimento. «Stop Trying To “Save” Africa!», scriveva un altro nigeriano under 35, lo scrittore Uzodinma Iweala, in un editoriale sul Washington Post nel 2007, mentre David Bowie e Heidi Klum si facevano fotografare con ornamenti pseudo-tribali per una campagna benefica per “i bambini africani”: quali bambini? quali paesi africani? non sarà il caso di piantarla con questo genere di comunicazione che «diffonde lo stereotipo dell’Africa come un buco nero di morte e malattia?», si chiedeva il giovane autore. Adesso invece si corre il rischio opposto. Ossia che la retorica della rinascita africana – un cliché apparentemente antitetico, ma che riflette la stessa superficialità dell’Africa da salvare – «oscuri una certa realtà», avverte Chude.

Nel caso specifico della Nigeria, una delle realtà che rischiano di essere «oscurate» si chiama “Boko Haram”, il gruppo terrorista islamico che ha fatto più di mille vittime solo nella seconda metà del 2013: i loro obiettivi sono soprattutto i cristiani, che pure non sono una minoranza, ma esattamente la metà della popolazione nigeriana. Il nome, che significa “l’educazione occidentale è proibita”, oltre a essere tutto un programma, è anche indicativo della diffusione di sacche di resistenza contro la modernizzazione del Paese. Poi c’è il problema delle infrastrutture, che mancano, a cominciare da una rete elettrica in grado di reggere 24 ore su 24. C’è un dislivello sociale che non accenna a scemare – da come la racconta Chude, i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri restano poverissimi, la classe media spende di più ma non è chiaro se davvero guadagni meglio o semplicemente stia vivendo al di sopra dei propri mezzi.

Infine, c’è un governo corrotto. Contro cui, a dire il vero, si sta ribellando un numero sempre maggiore di persone: la Nigeria è stata finora l’unica nazione africana ad avere un suo Occupy, «anche perché, in effetti, siamo quelli che passano più tempo su Twitter», spiega Chude, che nella nascita di Occupy Nigeria ha svolto un ruolo di primo piano. Cosa bizzarra, s’è tentati di fargli notare, per un imprenditore finito in una lista di Forbes. Mica tanto, risponde lui, perché Occupy Nigeria è unica nel suo genere, non è anti-capitalista e c’è anche chi è decisamente pro-market: «È cominciato tutto quando il governo ha tagliato i sussidi alla benzina», racconta (il Paese esporta petrolio ma non possiede la tecnologia per raffinarlo, da cui il costo relativamente alto del carburante). «Ma noi non ce l’abbiamo con il taglio in sé, quanto piuttosto con il fatto che non è chiaro cosa ci farà il governo, che opera in modo quanto meno opaco, coi soldi risparmiati», spiega. «Dicono: è il mercato, e gli rispondo: mi sta benissimo, ma cominciate a comportarvi come una vera democrazia, date veramente spazio al mercato e alla libera impresa».

Eppure, con tutti i dubbi sul cliché della rinascita africana, e nonostante la sua seconda carriera di indignado, Chude dice che qualcosa di vero c’è, quando si dice che è il momento della Nigeria. «Un po’ di cose stanno cominciando a funzionare», dice. È una combinazione di fattori diversi: «Abbiamo avuto 13 anni consecutivi di democrazia, e finalmente la gente comincia a godersela, così come dovrebbe essere». I prezzi alti del greggio hanno contribuito ad alzare il Pil, ma Chude sostiene che l’hi-tech non è stato da meno: «C’è un focus globale sulla tecnologia, e, banalmente, la Nigeria, con il suo clima di fiducia e il suo numero di abitanti, è il terreno ideale per testare una nuova idea per il mercato africano».

«Quando ero un ragazzino, tutti volevano andarsene, ora i returnée sono un fenomeno di cui parlano tutti»

C’è chi sta tornando – da Londra, Parigi, Zurigo, New York. «Quando ero un ragazzino, tutti volevano andarsene, c’era questa percezione diffusa di caos, ora ireturnée sono una comunità vibrante, un fenomeno di cui parlano tutti». Sul sito movebacktonigeria.com si possono leggere alcune delle loro storie. Come quella di Ugo Iromantu, analista finanziario con doppio master alla London School of Economics e alla francese Insead, che dopo avere lavorato a Londra per Citi Bank ha deciso di tornare in Nigeria, «perché questo è il momento giusto per le persone con delle buone idee». Dice di non sentire più di tanto la mancanza delle città europee, perché nel frattempo «Lagos è diventata così cosmopolita che non è proprio un ritorno».

Chude, dal canto suo, non si fida più di tanto di chi dice che tutto va bene. Sa che la Nigeria è zeppa di problemi, che questo momento dorato è carico di contraddizioni e potrebbe scomparire troppo presto per lasciare un segno permanente. «Quello che posso dirti è che, per la prima volta, qui c’è la sensazione di avere una direzione. Ed è una sensazione bellissima».

 

Dal numero 18 di Studio

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