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Il Giappone, il calcio e noi

Storia breve del calcio giapponese, del suo rapporto con l'Italia e dell'uomo che l'ha cambiato per sempre: si chiama Tom Byer, è statunitense e in Giappone lo adorano.

Quale sarà la fine di Keisuke Honda, in un certo senso, non importa poi tanto se non ai milanisti. L’importante, per ora, è il fatto che per settimane si è parlato di lui e per mesi se ne parlerà ancora, il secondo calciatore giapponese in una squadra tra le migliori in Italia (dopo Nagatomo all’Inter), tra le più ricche di tifosi nel mondo. Forse il passo di Honda è anche più importante di quello di Nagatomo, e lui è più rappresentativo del Giappone, ma questo solo perché il calcio è un gioco poco cortese, e ancora meno cortesi sono i media che vivono di calcio, e un numero 10 conta sempre, sulla carta, più di un numero 2. Se tutto andrà bene a Keisuke Honda, i mesi diventeranno anni. La cosa importante, in tutta questa storia, è che un giocatore giapponese in Europa (l’Europa che calcisticamente conta, che grazie al cielo è un insieme di Europa che economicamente conta ed Europa che economicamente conta meno) non sia più una novità né un affare soltanto di marketing né di immagine o vezzo orientalistico.

Quando Hidetoshi Nakata arriva al Perugia, nel 1998, ad accoglierlo c’è una coltre spessa di scetticismo e battute da bar e un esercito ancora più fitto di giornalisti giapponesi. Alla prima partita, in casa contro la Juventus, la squadra schierata per la foto di gruppo è assediata dai fotografi, tutti intorno a Nakata, che scattano con i flash e le pettorine colorate che devono indossare per il riconoscimento. È il 13 settembre 1998 e a Perugia non piove e non c’è il sole, posso immaginare una giornata umida da centro Italia, una giornata normale in cui, curiosità per il giapponese a parte, ci si aspetta una Juventus in tutto e per tutto destinata a distruggere il Perugia appena promosso dalla Serie B, allenato da Ilario Castagner, vecchio mister del Grifone degli anni Settanta, ma con una rosa molto modesta fatta di nomi tipici da provincia del calcio, Salvatore Matrecano, Sandro Tovalieri, Sean Sogliano. Nella Juventus campione d’Italia in carica ci sono Del Piero, Zidane, Davids, Deschamps, nomi di classe, eleganti, musicali. In quarantacinque minuti infatti il Perugia è sotto per tre a zero, grazie a Davids e a Tudor e a Pessotto. Nel giro di sette minuti, all’inizio del secondo tempo, Nakata si gioca la sua carta più importante. Non la migliore, ma quella grazie a cui tutti capiscono che Hidetoshi Nakata è un vero giocatore di calcio e un professionista, non uno sponsor turistico né un marziano flaianesco né un freak orientale da guardare divertiti nel grande circo del calcio che si rispetta. Segna due goal, tutti e due di destro, tutti e due tutto sommato normali, il primo addirittura bruttino, in cui è l’errore di Peruzzi che non copre il suo palo a essere decisivo. Bastano, il Perugia va sul 2 a 3 e il giapponese arrivato dallo Shonan Bellmare si è presentato, i tour operator d’Oriente che hanno creato pacchetti viaggio su misura per il Renato Curi possono preoccuparsi meno dell’orrido grigiore della periferia perugina e tirare sospiri di sollievo per l’investimento partito con il piede giusto. Per la Juventus segnerà poi Daniel Fonseca per fare due a quattro, ma il giorno dopo i giornali hanno solo un nome nei titoli di testa, e quel nome è Nakata.

Hidetoshi Nakata arrivava in Italia quattro anni dopo Kazuyoshi Miura, primo giapponese a segnare un goal nella Serie A, bollato e scherzato come “bidone” con quella spocchia colonialista da padroni del gioco, ignorando la sua storia prima e dopo quei pochi mesi a Genova, anzi trasformando una parentesi italiana nella sintesi di una vita. Invece Kazuyoshi Miura detto Kazu, che a 15 fa i bagagli e dalla prefettura di Shizuoka si trasferisce a San Paolo in Brasile e lì comincia a giocare, ha segnato goal a grappoli nel Verdy Kawasaki (oggi Tokyo Verdy) prima e dopo la parentesi italiana, li ha segnati anche al Kyoto Sanga e al Vissel Kobe e soprattutto in Nazionale Giapponese, dove ha giocato 91 partite andando a rete 56 volte. Sono passati quattro anni e i pregiudizi sul Giappone calcistico spariscono nei sei minuti dal 52 al 59 del cronometro del Curi di Perugia. Nakata segna 10 goal alla sua prima stagione in A, come Rui Costa e Mancini, due in meno di Montella (Sampdoria), Totti e Vieri (Lazio) e Leonardo (Milan). La Roma, a gennaio del 1999, un anno e mezzo e dodici goal dopo, spende 21 miliardi di lire e gli dà la maglia numero 8. Lui non è sempre titolare (15 partite da gennaio a giugno, 15 partite ancora la stagione successiva) ma fa la differenza spesso, segna solo goal belli, soprattutto nella partita decisiva per lo Scudetto del 6 maggio 2001, quando segna l’1 a 2 alla Juventus con un destro da fuori area e costruisce l’80 per cento del pareggio di Montella. Poi va al Parma, al Bologna, alla Fiorentina e si ritira a 29 anni per girare il mondo. De Rossi, intervistato nel marzo 2012, parla dei giocatori che annunciano il loro ritiro prima dei trent’anni per godersi la vita. Dice: «Lo dicono tutti, ma ne conosco uno solo che l’ha fatto. Hide Nakata. Altra testa, altra categoria».

Dopo Nakata arrivano in Italia Nanami e Yanagisawa, entrambi rimangono un solo anno senza incidere né al Venezia né alla Sampdoria. Poi Morimoto, che in Giappone è considerato una promessa, che ha segnato il record di più giovane marcatore della J-League a quindici anni, arriva al Catania a diciotto, segna diciannove reti in Serie A e di anni ne ha ancora venticinque. Nel frattempo i migliori giocatori giapponesi iniziano a scegliere la Germania e l’Europa del Nord. Non solo Shinji Kagawa, dal Borussia Dortmund al Manchester United. Prima di lui c’è stato Shinji Ono del Feyenoord, uno dei più forti giocatori asiatici di sempre, oggi vicino alla pensione (dorata) in Australia con Del Piero e Heskey, per attirare qualche microfono e telecamera sulla neonata A-League.

Il sito Whoscored.com, uno dei più importanti analizzatori di dati statistici, ha creato un algoritmo per incoronare i migliori giocatori secondo più di duecento caratteristiche (statistiche) elaborate insieme. Così viene fuori che il miglior giocatore giapponese in Europa nella scorsa stagione è stato Hiroshi Kiyotake, classe 1989, centrocampista del Norimberga, con un voto di 7.18, 31 partite giocata, 4 goal e 10 assist e alla prima esperienza europea, dopo due stagioni al Cerezo Osaka. Al secondo posto c’è Gotoku Sakai, classe 1991, da una stagione allo Stoccarda, difensore esterno. E poi Takashi Inui, 24 anni, del Francoforte, Maya Yoshida del Southampton, 24 anni, finalmente Shinji Kagawa, anche lui 24 anni. Tutta una generazione in bilico tra gli anni Novanta e gli Ottanta, da un lato all’altro del Muro, ma non c’entra, siamo in Giappone, loro sono figli di quel boom economico che aveva portato il reddito pro capite nipponico a superare quello degli Stati Uniti nel 1987, prima della grande crisi dei Novanta.

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Il calcio giapponese, invece, negli anni Novanta è esploso. La J-League nasce nel 1993 con dieci squadre dai nomi molto strani (c’è una piccola mania, in Giappone: usare nomi italiani con poco o nessun senso per le squadre, così esistono i Tokyo Verdy, i Fagiano Okayama, il Montedio Yamagata (monte+dio), il Gamba Osaka, lo Shonan Bellmare, e via dicendo), che presto salgono di numero e riempiono gli stadi di tutto il paese con un pubblico medio di quasi 20.000 spettatori nel 1994. Il calcio in Giappone oggi in termini di popolarità rincorre il baseball e la qualità del campionato è in ascesa costante (e si vede anche in termini di risultati internazionali), e i migliori frutti da esportazione riescono finalmente a fare la differenza anche in Europa. Il merito di questo successo va dato in gran parte a un nordamericano, ex giocatore professionista, di nome Tom Byer.

L’importanza di Byer per il calcio giapponese è riconosciuta e testimoniata da un aneddoto di tre anni fa: c’è Zinedine Zidane allo stadio Ajinomoto di Tokio, ospite di un’accademia calcistica; genitori e bambini riempiono tutti i posti disponibili. Il coro che si alza all’ingresso di Zizou, e che ti aspetteresti essere celebrativo per uno dei più straordinari artisti del calcio mondiale di sempre, non è diretto al francese. Il pubblico canta “Tomsan, Tomsan”. Tomsan sarebbe Tom Byer, il fautore, l’organizzatore della visita di Zidane. Tom Byer è, in tutto e per tutto, il fautore anche del successo del calcio giapponese.

Calciatore piuttosto scarso ritiratosi nel 1988, dopo una carriera negli Stati Uniti (molto prima dell’esistenza della Major League Soccer) e in parte anche in Giappone, Byer fonda un’accademia calcistica per bambini itinerante. Durante una presentazione dell’accademia in una scuola internazionale (all’epoca Byer parlava poco giapponese, e gli obiettivi delle sue “dimostrazioni” erano basi militari Usa o scuole statunitensi e canadesi) scopre che uno dei “suoi” bambini è figlio di un dipendente della Nestlé. Byer ha bisogno di soldi e sponsor per continuare l’attività, e una settimana dopo decide di chiamare il bambino figlio del dipendente Nestlé per cercare di parlare con il padre. Al telefono risponde il bambino stesso, Byer chiede di poter parlare con suo papà, ma prima chiede al bambino, per sicurezza, che ruolo occupa esattamente il genitore nell’azienda. Il bambino risponde, immagino ignaro della portata della sua risposta: suo padre è il presidente della Nestlé. Dopo una settimana, Tom Byer con la Nestlé firma un contratto di sponsorizzazione per la sua scuola calcio, in cambio deve soltanto regalare, durante i suoi “tour”, campioni omaggio di Milo, un drink energetico al cioccolato. È però soltanto nel 1993 che Byer apre la sua prima scuola calcio non itinerante, che oggi consta di 100 campus in giro per il Giappone con quasi 20.000 iscritti. Il metodo insegnato da Byer è rivoluzionario: insegna come prima cosa, e insiste molto su questo, la tecnica di controllo del pallone. Prima della fatica, prima dell’allenamento fisico, prima del dai-e-vai, del “tienila poco tra i piedi”, del “un tocco e via”: è il contrario della tradizionale idea di calcio europea, soprattutto giovanile. È un’idea di allenamento introdotta dal coach olandese Wiel Coerver, e subordina la tattica, il passaggio e il gioco di squadra alla tecnica individuale. Il controllo del pallone è tutto.

Nel 1998, in vista dei Mondiali francesi, Byer viene chiamato da Tokyo Tv per condurre uno spazio di pochi minuti all’interno del programma Oha Suta, il più seguito show mattutino per bambini del Giappone. Il pubblico di Byer, ora, è televisivo e quindi enorme, un pubblico che era, prima, irraggiungibile con le sole accademie calcistiche. E poi è un pubblico paritario sotto il profilo del genere. Forse non è un caso che la Nazionale giapponese femminile sia campione del mondo in carica, e medaglia d’argento olimpica. Nel frattempo la più diffusa rivista di fumetti per bambini giapponese, KoroKoro Komikku (Komikku sta per Comics) gli offre una rubrica fissa di due pagine, e il gioco è più o meno fatto: i media hanno messo nelle mani di Tomsan Byer il futuro del calcio nazionale. E il Giappone risponde con un interesse mai visto per il calcio.

I bambini crescono, in dieci anni, e alla fine del primo decennio degli anni zero, alcuni vecchi “studenti” di Tom Byer sono diventati calciatori veri, a diversi livelli, e non solo in Giappone. Tom forse lo sospetta, ma non può ricordare tutti i volti, tutti i nomi delle decine di migliaia di piccoli calciatori a cui ha insegnato a palleggiare. Ad esempio non ricordava il nome di un bambino che a Tokyo, a undici anni, volle farsi regalare un pallone autografato da lui al termine di un allenamento. Tom ha ricostruito il ricordo a posteriori, con pazienza, pezzo per pezzo: ricorda di un bambino molto bravo e molto poco timido, un fatto molto particolare in Giappone. Ha saputo chi era quando il bambino è diventato ragazzo, è andato a giocare al Borussia Dortmund e ha chiesto a un delegato del suo sponsor, l’Adidas, di salutare Byer laggiù in Giappone e di chiedergli se si ricordava di lui. Come già detto, Tom non si ricordava di Shinji Kagawa. Si ricorda bene, invece, di Aya Miyama, capitano della Nazionale femminile campione del mondo, e anche Aya Miyama si ricorda bene di Tom, visto che più di una volta l’ha pubblicamente ringraziato dopo una vittoria.

Il cliché di Holly&Benji sembra definitivamente distante dalla realtà del calcio giapponese, e sono finalmente distanti, sembra, anche gli scetticismi basati sulla prima avventura sfortunata di Kazuyoshi Miura. Tom Byer ha lasciato il Giappone con una nazionale maschile che approccia i Mondiali brasiliani con Alberto Zaccheroni in panchina e probabilmente un’amalgama di talenti mai vista in precedenza nel Paese, e se n’è andato in Cina. L’hanno chiamato i cinesi, e non dev’essere stato molto facile per loro assumere un uomo che ha rivoluzionato il calcio dei rivali di sempre. Era necessario: come testimonia il medagliere delle ultime Olimpiadi, i successi negli sport individuali della Repubblica Popolare continuano a crescere, mentre il calcio rimane la spina nel fianco, il tallone d’Achille, e altre cose che significano insieme “punto debole” e “motivo di profonda vergogna”. Non dev’essere male, dopo una carriera mediocre da calciatore, avere l’impero cinese ai propri piedi.

 

Nell’immagine, un tifoso sugli spalti dello stadio di Tianjin, in Cina, durante Giappone – Cina, calcio femminile, il 9 ottobre 2013. Hong Wu/Getty Images

Una versione precedente dell’articolo era già comparsa su queste pagine.

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