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I libri del mese

Cosa hanno letto i nostri collaboratori e cosa abbiamo amato in redazione a marzo.

Edoardo Albinati – La scuola cattolica (Rizzoli)

Albinati scrive che «avere come modello Gesù non aiuta. Gesù è stato sempre il contrario di tutto». Albinati di Gesù non ama le contraddizioni: le rinunce che non sono rinunce, i funerali in cui si dice che i morti sono vivi, le malattie che sono doni, il fatto che se ti allontani da Dio lo stai cercando, il fatto che se sei povero in realtà sei ricco, etc. Questi insegnamenti che rovesciano la realtà, imparati negli anni di scuola cattolica, sono però penetrati nel suo modo di osservare la realtà. Nel restituire il contesto da cui si mossero, nel 1975, gli assassini del delitto del Circeo – evento che è il gorgo del libro – Albinati ribalta tutto. 6891513_1399154I bravi ragazzi di notte violentano minorenni, dietro la violenza c’è romanticismo: «Talvolta la violenza contro le donne è originata da questa miscela contraddittoria: brutalità e volgarità nei fatti espliciti, mentre in fondo al cuore esplode un selvaggio sentimentalismo pronto a tutto, persino a trasformare il culmine del romanticismo (“non posso vivere senza di te”) in una coltellata, o trenta»; «Fare le cose per scherzo è il modo più efficace per imparare a farle sul serio»; «si ha idea che i ragazzi siano ribelli, o almeno più ribelli degli adulti. Niente di più falso. La stragrande maggioranza dei ragazzi è superconformista»; «l’amore è la tomba del matrimonio». È così che un romanzo straordinario – uno dei migliori degli ultimi anni – stupisce sempre e pur essendo di 1300 pagine si legge come un libro di cinquanta.

(Francesco Longo)

 

Aziz Ansari – Modern Romance (Penguin Press)

81IWfWiI1vLAziz Ansari ha scritto un libro perfetto e divertente su cos’è l’amore negli anni Dieci, e a volte fa ridere, a volte fa pensare a due cose principalmente. La prima: a quanto siano banali e diffusi i pensieri e le aspettative dell’essere umano medio in Occidente quando si tratta di amore; la seconda: a quanto l’amore sia una cosa rischiosa e davvero grossa e complicata quando si arriva al momento di prendere La Decisione. Modern Romance è un saggio divertente, ma con una certa accuratezza scientifica: indagini su migliaia di coniugi americani (tramite i registri comunali) della prima metà dell’Ottocento fanno emergere che nell’ottanta per cento dei casi, all’epoca, ci si sposava tra vicini di casa, di pianerottolo a volte, dirimpettai più spesso. Triste, vero? Tipo un matrimonio combinato, solo combinato non dalle famiglie ma da un ordine più volatile, come l’abitudine o la fretta o la morale. Oggi, quanto sono cambiate le cose? Se considero altri aspetti della storia umana, e a quanto si sono evoluti (Internet; la nanomedicina; SpaceX; gli smartphone; il soylent; i diritti civili), e li paragono all’amore, e a tutto quello che lo circonda e che si porta dietro, non riesco a non pensare che sia il concetto più conservatore che esista.

(Davide Coppo)

 

Louis-Ferdinand Céline – Lettere alle amiche (Adelphi) trad. Nicola Muschitiello

30a4fd25d10c6301859ef5a315837a0e_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyPagine: 250 circa. Contenuto: lettere. A chi: Érika Irrgang, studentessa tedesca; N., insegnante di ginnastica con frequantazioni nell’alta psicoanalisi austriaca; Évelyne Pollet, letterata belga; Karen Marie Jensen, ballerina danese; Lucienne Delforge, pianista francese, Elisabeth Porquerol, giornalista. Frase più ricorrente nei testi: «Il Voyage continua a vendere molto bene». Il necessario avvertimento: non sperate di trovarci l’amore. «Amore … non amore. Importa poco. Ciò che conta è vivere soffrendo il meno possibile». Invece c’è tutto il resto: la paura del futuro, l’ossessione per la sicurezza materiale, la dipendenza dalla bellezza, l’esilio, l’inutilità dell’arte, lo stato dell’editoria. Le corrispondenze cominciano tutte tra il 1932 e il 1935, sono gli anni che passano tra la separazione da Elizabeth Craig (la donna che amava) e l’incontro con Lucette (la donna che ha sposato). L’unica definizione possibile è: esercizi involontari di letteratura, le lettere si sistemano e s’accordano fino a diventare un diario personale. Céline usa poco la fantasia: parla di sé, parla per sé, quando parla alle amanti è per dare consigli con stile (i più belli sono quelli volgari), e anche in quel caso l’argomento torna lui. Il miracolo di scrittura è questo: è un compendio di egoismi, ma se cerchi il narcisista non lo trovi. Non dà mai l’impressione di esibirsi in qualcosa di profondo: «Il mio disprezzo della letteratura è grande, N. Per me non è più importante dello yoyo. Io la pratico proprio come se fosse uno yoyo. Perché la vita mi è atroce, perché devo pur passare il tempo e perché con lo yoyo vero non so giocare». Scritte con l’unica ambizione di restare segrete, queste pagine sparse a sei indirizzi riescono nel progetto riservato solo agli ultimi libri di un autore, quelli pensati a lungo: la sorpresa. Arrivi alla fine pensi che Céline era un altro, che la prima volta avevi capito male. Sarà impressione, ma il lavoro di vivere qui sembra meno faticoso, la rassegnazione è più divertita che amara: è il viaggio al termine di una notte un po’ più allegra. In genere non succede, ma tra i dettagli notevoli si trova prima uno dei minori, l’abilità nella frase di commiato: «Sia decisa» scrive a Erika, «non racconti, FACCIA – non parli più del suo passato…  se la sta cavando benissimo». Céline è stranamente bravo (anche) nella materia letteraria riconosciuta come impraticabile da tutti, i saluti finali. Le due righe di chiusura sono quasi sempre dei capolavori autonomi: «Tanti buoni baci, N. e si diverta molto pensando a me. Si possono amare molte persone contemporaneamente. È una verità che spesso uno scopre quando muore. Il suo buon amico, Louis».

(Ester Viola)

 

Francesco Ciabattoni – La citazione è sintomo d’amore (Carocci)

51-YsIV1K2L._SX334_BO1,204,203,200_Sotto le insegne di questo calco mogol-battistiano, Francesco Ciabattoni, Associate professor of Italian alla Georgetown University ci guida in un viaggio attraverso le correnti carsiche della memoria dotta di Vecchioni, Guccini, Branduardi, De André, De Gregori e Baglioni, a caccia di citazioni, allusioni, suggestioni, per mostrare come la parola cantata rielabori il dialogo che i cantautori intrattengono con gli spettri dell’influenza letteraria che li angoscia.  Che si arrivi a “Samarcanda” passando per Somerset Maugham, John O’Hara, ma probabilmente anche per l’Oriana di Se il sole muore. Che si arrivi alla “Fiera dell’Est” passando per Théodore Hersart de la Villemarqué (una via che aveva già percorso Pascoli per il suo Breus) e che forse l’edizione del Barzaz Breiz conosciuta da Branduardi non fosse la prima, ma quella del 1846. Che De André abbia riscritto Ronsard e Villon, e Álvaro Mutis. E che “La vita è adesso” debba più che qualcosa a Le ceneri di Gramsci di Pasolini, con buona pace di quelli ingaggiatissimi che storcono il naso davanti ai gorgheggi su tre ottave del Claudione nazionale. Che tutte queste e mille altre cose attraversino i testi delle canzoni, ora che (finalmente) a nessuno frega più nulla della querelle fra poeti e cantanti, si può finalmente dire. Con acribia filologica.

(Simone Lenzi)

 

Scott Spencer – Un amore senza fine (Sellerio) trad. Francesco Franconeri

Scott Spencer, Amore senza fineDavid è irragionevole. Non gli importa di sé, non gli importa di quel che dicono gli altri, non gli importa di finire in galera né in manicomio, non gli importa di deludere, ferire, non gli importa nemmeno di uccidere. Gli importa soltanto di Jade. Se lei gli sta vicina, lo tocca, lo ascolta, lo scopre, lo interroga, lo spoglia, lo sfotte, lo abbraccia, lo cerca, se Jade c’è, nulla importa. Nel momento in cui i genitori preoccupati (e perversi) di Jade decidono di separarli, negando a David l’accesso alla loro casa che era sempre stata aperta e generosa, l’amore di David diventa senza fine, ma quell’infinito cui tutti gli amanti aspirano è minaccioso e soffocante, come l’elenco del telefono sempre aperto, da consultare riga per riga: ti troverò, cascasse il mondo, ti troverò. Nei quattro anni che Scott Spencer ha impiegato a scrivere Un amore senza fine (fu pubblicato in America nel 1979, l’anno scorso è uscito in Italia edito da Sellerio), il suo matrimonio è finito, si è ritrovato senza lavoro e senza casa, ha girovagato per la costa est degli Stati Uniti infilando precarietà spietata in ogni riga del romanzo. Il libro ha avuto subito un grande successo, Spencer si è innamorato di nuovo e ha avuto il suo primo figlio, poi gli è venuta la sciatica e si è ritrovato a gattonare assieme al bambino, con la moglie a prendersi cura di entrambi, il piccolo che imparava a crescere e il grande che collassava inquieto. Come Jade e David, lei che si stacca e anche se si sente «tutta sparpagliata» prova a dire cose banali, da ragazzina che diventa adulta: un amore così grande quando eravamo così giovani, che spreco. Sceglie la normalità, Jade, non teme l’amore senza fine, ma ha paura del nero che David si porta dietro e che le scaglia addosso confondendo sesso e follia, tra lettere anonime, telefonate mute, incroci disastrosi e denunce alla polizia. David no. Gattona e non sa alzarsi, non vuole farlo, s’aggrappa a quell’amore impossibile e assoluto, e pure quando la quiete anche per lui arriva, perché a un certo punto la normalità accade, David scandisce il suo ritornello struggente e definitivo, senza fine: «Non m’importa né mi domando se sia pazzia: io vedo il tuo volto, ti vedo, in ogni posto ti vedo».

(Paola Peduzzi)

 

Paolo Di Paolo – Una storia quasi solo d’amore (Feltrinelli)

9788807031779_quartaPaolo Di Paolo voleva raccogliere una sfida, che aveva lanciato lui stesso al Di Paolo scrittore. La più difficile di tutte: scrivere una storia che fosse solo d’amore. Ha scritto un libro bellissimo proprio perché la sfida è fallita, o almeno è riuscita solo in parte: un piccolo «quasi» si è intromesso nel titolo. E si è intromesso naturalmente perché un narratore di stazza non può mai rinunciare alle proprie ossessioni. Per Di Paolo, da sempre, sono i tempi che corrono, la Storia che entra nei rapporti, e la difficoltà di capire un’epoca nell’attimo in cui la stiamo vivendo. Era l’età berlusconiana di Dov’eravate tutti, era l’inizio del Ventennio per Mandami tanta vita. In Una storia quasi solo d’amore è l’oggi di Nino, protagonista post-ideologico, teneramente superficiale, e quello della sua Teresa, che nasconde un segreto comune e emblematico quanto il ritorno alla fede. Ѐ l’oggi del dubbio, dei progetti precari, e di quella frattura tra i vecchi ed i giovani – il vecchio millennio, gli schemi del nuovo – che forse si rivelerà cruciale per capire, un domani, questi nostri anni Dieci. Se questa è una storia quasi solo d’amore, quel «quasi» conta davvero moltissimo: è lì che si smette di parlare di Nino e Teresa, e che si parla quasi solo di noi.

(Errico Buonanno)

 

Nuovi argomenti, “Che lingua fa?”

9788804661115Trovo sempre difficilissimo orientarmi nei dibattiti sulle trasformazioni dell’italiano senza ridurli a una mesta faida territoriale fra gente che ritiene “YOLO in NoLo” una formula ben formata e gente che dice “casella di posta elettronica” e “mescidare”. Per questo ho approcciato con grande interesse “Che lingua fa?”, l’ultimo numero di Nuovi Argomenti; con grande interesse e con quella precisa forma di irritazione pregustata, di ghigno cattivo in canna, che mi verrebbe da definire senso del troll. Cercavo rogna. Con mia grande sorpresa, non l’ho trovata: “Che lingua fa?” spazia attraverso un arco molto vasto di posizioni non tanto su quale sia la soluzione al problema della lingua, ma su quale sia tale problema. Raccoglie contributi di scrittori, traduttori ed editor e di quelli che la mia polverosa memoria di laureato in lettere del ’06 identificherebbe come i massimi studiosi di lingua italiana attivi oggi. Per gli scrittori (Trevi, Lagioia, Bellocchio) è soprattutto la questione della lingua letteraria: cosa la caratterizza, cosa ne giustifica l’a tratti spiazzante alterità, cosa la insidia in un’epoca in cui la pressione dell’inglese è sempre più forte. Carmignani racconta la sua esperienza di grande traduttrice, smontando il luogo comune secondo cui sia il “traduttese” a determinare le derive linguistiche dell’italiano. Ichino si vede costretta a difendere la sensatezza della pratica di editing, che nel 2016 è come difendere l’Habeas corpus. Mi aspettavo che la questione dell’inglese fosse al centro anche delle riflessioni dei linguisti: ma lì era considerata più che altro in quanto sintomo di una crisi d’identità dell’italiano: la sua debolezza (Coletti), la mancanza di una politica di insegnamento (D’Achille, Della Valle), le trasformazioni che stanno portando i flussi migratori degli ultimi decenni e la necessità di ripensare i termini di genere (Maraschi). L’ultimo intervento, di Trifoni, cita una frase famosa del grande linguista Migliorini: «La lingua sarà ciò che sapranno essere gli italiani». Siamo a posto.

(Vincenzo Latronico)

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