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14:03 mercoledì 10 giugno 2026
Negli Stati Uniti già 70 città hanno imposto il divieto di costruzione di nuovi data center Divieti più o meno lunghi, più o meno temporanei, ma sempre più diffusi. Tra le città che ne hanno già imposto uno ci sono New York, Denver, New Orleans, Seattle e Minneapolis.
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Negli Stati Uniti già 70 città hanno imposto il divieto di costruzione di nuovi data center

Divieti più o meno lunghi, più o meno temporanei, ma sempre più diffusi. Tra le città che ne hanno già imposto uno ci sono New York, Denver, New Orleans, Seattle e Minneapolis.

10 Giugno 2026

Nell’agosto dello scorso anno, quattro americani su dieci dicevano che si sarebbero opposti alla costruzione di un data center nella loro zona. A maggio erano sette su dieci. Ora, oltre 70 città e contee negli Stati Uniti hanno già approvato divieti temporanei o permanenti sui nuovi data center, tra queste New York, Denver, New Orleans, Seattle e Minneapolis.

Martedì 9 giugno il Consiglio comunale di Seattle ha votato 9 a 0 per una moratoria di un anno. Il Parlamento di New York ha approvato un divieto statale sulla costruzione di nuovi grandi impianti. In 14 Stati, Democratici e Repubblicani hanno proposto la sospensione dei lavori in corso su data center già approvati. Il punto non è che le persone (e i legislatori) siano diventati improvvisamente contrari alla tecnologia: il punto è che la spesa per la costruzione di data center ha superato i 50 miliardi di dollari ad aprile – superando la spesa pubblica totale degli Stati Uniti per aeroporti e metropolitane – il costo delle bollette energetiche è aumentato e qualcuno ha iniziato finalmente a fare i conti.

La cosa politicamente interessante di questa storia è che non segue le linee di partito. Come scrive il New York Times, in Maine, il Parlamento a maggioranza democratica ha approvato una moratoria che è stata poi bocciata dalla governatrice democratica Janet Mills perché avrebbe minacciato un data center che avrebbe portato posti di lavoro nella cittadina di Jay, 4600 abitanti. In Michigan, la governatrice democratica Gretchen Whitmer è stata criticata dai membri del suo stesso partito per essersi fatta fotografare con Sam Altman, il Ceo di OpenAI, all’inaugurazione di un data center da 16 miliardi di dollari. A Seattle, 52 persone hanno parlato a favore della moratoria, nessuno ha preso la parola in difesa dei data center. Alex Beauchamp, direttore regionale per il nord di Food and Water Watch (un’organizzazione no profit che ha spinto per il disegno di legge che fermerebbe la costruzione di data center a New York) lo ha sintetizzato bene: «Non è tanto una questione di destra contro sinistra, quanto se ti consideri un membro dell’establishment o un populista». È la stessa frattura che attraversa la politica americana su molti altri temi, ma i data center l’hanno resa visibile in modo inaspettato.

La domanda di energia dei data center dovrebbe raddoppiare nel 2027 rispetto al 2025, secondo le stime di Goldman Sachs. Se tutti i 28 grandi data center la cui costruzione è attualmente in programma nello Stato di New York entrassero in funzione, potrebbero aumentare il consumo energetico dello Stato di circa un terzo, in uno Stato che sta già facendo fatica a raggiungere i suoi obiettivi climatici per il 2030 e che ha recentemente abbassato quegli stessi obiettivi. Ai problemi energetici si aggiungono il consumo idrico, il rumore, l’inquinamento atmosferico e – sullo sfondo ma neanche troppo – la questione più grande: a chi serve tutta questa infrastruttura e chi ne paga il costo. Le aziende tecnologiche hanno costruito la narrativa dell’AI come progresso inevitabile per anni ma si devono scontrare con il fatto che sempre più persone, anche nella politica oltre che in piazza, si stanno iniziando a domandare quali siano i costi reali di questo progresso.

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