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Growgirl

Per capire i vantaggi e i pericoli della legalizzazione della marijuana negli Usa è meglio leggere il libro della protagonista di Blair Witch Project.

I. La Ragazza Di The Blair Witch Project

Per essere una donna deceduta nel 1994, Heather Donahue aveva davvero una bella cera al ritrovo della classe ’91 del liceo Upper Darby High. Certo: i segni del tempo e i chili in più si notavano subito. Ma i vecchi compagni, in quella serata d’inizio 2012 nei sobborghi di Philadelphia, si erano trovati davanti una florida bionda di 36 anni, non un cumulo d’ossa.

Nel 1999 Heather Donahue era una dei tre protagonisti di The Blair Witch Project, un indie-horror girato in appena otto giorni che aveva sfondato ai botteghini di tutto il mondo (250 milioni di ricavi, a fronte di una spesa di produzione di circa 500mila dollari). Più che all’effettiva qualità della pellicola, il successo sembrava dovuto ad una campagna di guerrilla marketing particolarmente riuscita. The Blair Witch Project non veniva presentato come un film: era il materiale grezzo girato da tre studenti (che avevano gli stessi nomi degli attori), scomparsi nei boschi del Maryland in circostanze misteriose. Alla prima a New York, la Donahue – che teoricamente era morta – è dovuta restare fuori dal cinema a osservare la fila. La strategia mediatica aveva raggiunto un tale livello di credibilità che i genitori dell’attrice hanno ricevuto diverse lettere di condoglianze.

Se da un lato il film ha permesso alla Donahue di finire sulla copertina di Newsweek ed essere ospitata al Daily Show di Jon Stewart, dall’altro ne ha paradossalmente stroncato la carriera. Quando venne rivelato che i tre protagonisti del film non erano degli studenti ma degli attori professionisti, la maggior parte delle persone – come ricorda la stessa Donahue – «pensava che questo fosse il livello successivo della bufala. […] A quel punto era diventato veramente difficile convincere la gente del contrario, sia da un punto di vista professionale che generale». Insomma, sulla carta la Donahue era un’attrice di Hollywood, ma nella realtà quotidiana era diventata La Ragazza Che Piange Con Cappellino Di Lana E Moccolo Al Naso Di The Blair Witch Project. Ed era morta, ovviamente.

Alla cena di classe dell’Upper Darby High Heather Donahue aveva fronteggiato una selva di domande a cui, nell’ultima decade di semi-notorietà, aveva ormai fatto l’abitudine. «Oddio, ma allora sei viva?», le chiedevano i compagni. «Avevi veramente paura? Sei ricca?». Ed infine: «Fai ancora l’attrice?» A quest’ultima domanda, la Donahue di solito rispondeva sempre con un secco «no». Ma questa volta era diverso. C’era una spiegazione: «No, ho scritto un libro».

II. La Nuova Classe Media Dell’Erba

Nelle prime pagine dell’autobiografia Growgirl (2011), la Donahue scrive: «Sono sicura che da qualche parte sulla copertina di questo libro ci saranno le parole Blair Witch Project e, credetemi, avrò fatto di tutto per evitarlo». L’autrice non ci è minimamente riuscita, dato che il sottotitolo recita: How My Life After The Blair Witch Project Went To Pot. Il film continua a rimanere una maledizione, o meglio una pietanza a base di «cetrioli o chili», qualcosa che «all’epoca sembrava deliziosa, ma non adesso che ne sento ancora il sapore a dieci anni di distanza».

E dire che l’ex attrice le ha provate tutte per rimuovere quello che lei stessa chiama «un tatuaggio sulla faccia». Dopo aver abbandonato l’attività attoriale, rotto definitivamente con il fidanzato storico e regalato la felpa usata nel film ad un barbone, la Donahue ha ammassato quasi tutti i suoi averi materiali nella macchina e guidato fino al deserto fuori Los Angeles, dove ha dato avvio alla Grande Purga – un rogo purificatore di curriculum, lingerie ed un passato che assomigliava ad uno «stomaco costipato». I legami con la Grande Città sono recisi nell’arco di una sera. Ormai non c’è più nulla da perdere.

Dopo un incontro fortuito con un certo Judah in un centro di meditazione, l’autrice decide di trasferirsi in campagna a Nuggettown (nome fittizio di una città sulla Sierra Nevada). Ma la vera ragione di questa scelta non è quella di allevare galline, avere un cane da guardia e fare giardinaggio: la Donahue si trasforma in una country girl (solo per un anno, però) per coltivare marijuana per uso terapeutico. Lo Stato della California ha depenalizzato la coltivazione nel 1996, ma a livello federale la sostanza è ancora assimilata a eroina, LSD e ecstasy. Di conseguenza, anche l’uso personale è punito severamente. Secondo i dati dell’Fbi, nel solo 2011 757,969 persone sono state arrestate per reati collegati alla marijuana (l’87% di queste per mero possesso). In pratica, si tratta di un arresto ogni 42 secondi.

I coltivatori californiani, dunque, si trovano a operare in una zona grigia che oscilla tra tolleranza, regole incerte e retate da parte delle forze dell’ordine. In un’intervista alla Reuters, la Donahue dice di non aver mai avuto «dilemmi morali» sulla scelta intrapresa: «Credo che il problema risieda nella politica, non nella pianta».

Oltre ai rischi che si corrono costantemente – e la relativa paranoia suscitata da ogni singolo incontro con una pattuglia della polizia – la coltivazione di erba presenta delle oggettive difficoltà tecniche. «Non è un business per i deboli di cuore», racconta l’autrice. ««La repulsione e l’attrazione per un lavoro normale è sempre presente». Far andare a male un raccolto e perdere una montagna di soldi è estremamente facile. Da soli non si va da nessuna parte: una principiante come la Donahue ha bisogno dell’aiuto di quella che in Growgirl è chiamata La Comunità.

Una delle parti più riuscite del libro è proprio la vibrante descrizione di questo bizzarra subcultura hippie-rurale-New Age fatta di coltivatori, esperti di lampade, affittuari, rivenditori di semi, medici “compiacenti”, bagni di gruppo, promiscuità sessuale e pot wives, ossia le donne di casa stile anni ‘50. L’ex attrice le considera una specie di «mogli-trofeo di Beverly Hills ma con più peli». Con loro la Donahue ha un rapporto piuttosto ambivalente, in cui si alternano frustrazione e invidia: mentre lei sta disperatamente cercando «un posto nel mondo», queste donne sono sempre rilassate, coccolate e fondamentalmente de-responsabilizzate. E vogliono rimanere nell’anonimato più assoluto. Ad una presentazione del libro, infatti, l’autrice è stata addirittura insultata da una pot wife, che le ha gridato contro un sonoro «fai schifo!».

Growgirl, tuttavia, non è solo un divertente resoconto personale sul genere del “Che Fine Hanno Fatto Le Meteore?”. È, soprattutto, una lucida analisi di un settore che in certi Stati Usa è diventato una potenza economica e un volano per la ripresa. Dall’inizio della crisi, il tasso di disoccupazione in California non si è mai schiodato dalla doppia cifra percentuale – 11.3 nel 2009, 12.4 nel 2010, 11.8 nel 2011. È chiaro che un business in così forte espansione ha le capacità di riassorbire parte della forza lavoro evaporata con i vari crack finanziari. Inoltre, ci sono degli indubbi benefici fiscali. In un articolo pubblicato nel 2010 sull’Huffington Post, la Donahue riporta che la marijuana porta nelle casse della California ben 14 miliardi di dollari all’anno. Un autentico toccasana, per uno degli stati più indebitati d’America.

E non solo: portata avanti in un certo modo, la coltivazione di marijuana è anche uno stile di vita. Jason Browne, attivista di lungo corso del movimento pro-cannabis, ha dichiarato sempre all’Huffington Post:

«La cannabis è pura America, nel senso più profondo del termine. Tutti i fondatori del nostro Paese, che erano dei ribelli, la coltivavano, usavano e sostenevano, avendo compreso i benefici che questa portava alla società […]. La cannabis è la chiave per aprire l’autentico subconscio americano? È un mezzo per ricordarci quali sono le nostre radici? Non sarebbe forse il caso di rinunciare a certa merda su cui abbiamo investito così a lungo e ripensare tutto?»

Verso la fine del libro, la Donahue offre una risposta indiretta ai quesiti di Browne: «Nonostante tutte le loro stravaganze, i coltivatori che ho frequentato hanno più legami con la terra, le loro famiglie, e ogni altra cosa – montagne, fiumi, animali, piante – di chiunque altro io conosca. E sono molto più felici. Ognuno di loro». Questa classe media della marijuana, tuttavia, vive perennemente sull’orlo dell’estinzione. E a causarla potrebbero non essere le irruzioni, i sequestri e gli arresti della Dea (Drug Enforcement Agency).

A causarla potrebbe essere la fine del proibizionismo.

III. La Corsa All’Oro Verde

Lo scorso 7 novembre è stata una giornata storica per il movimento pro-legalizzazione. Negli Stati di Washington e Colorado, i referendum per il via libera all’uso di marijuana sono passati con il 55% dei voti. Il possesso personale (a partire dai 21 anni di età) di 28,5 grammi della sostanza «frutterà […] allo Stato di Washington circa 500 milioni all’anno, perché il provvedimento prevede una tripla tassa del 25 per cento». In Colorado, invece, le stime dei ricavi si aggirerebbero intorno ai 22 milioni di dollari ogni anno. Il Governatore di quest’ultimo Stato, il democrat John Hickenlooper, ha però avvertito i suoi cittadini: «Gli elettori hanno deciso e va rispettata la loro volontà. Sarà un procedimento complicato, ma intendiamo andare fino in fondo. Detto ciò, la legge federale dice ancora che la marijuana è una sostanza illecita».

Inevitabilmente, il voto americano ha avuto ripercussioni a livello continentale. Il Presidente dell’Uruguay, José Mujica, sta spingendo per approvare la legalizzazione della marijuana entro la fine dell’anno. Il Presidente colombiano Juan Manuel Santos – uno dei più stretti alleati di Obama nella regione – è favorevole alla legalizzazione, così come il Presidente guatemalteco Otto Pérez Molina. In una recente intervista a Time, il capo di Stato messicano Enrique Peña Nieto – che punta a ridurre gli omicidi (più di 80mila) che tormentano il Paese dall’inizio della guerra ai narcos – ha evidenziato la necessità di «rivedere la nostra politica in tema di guerra alla droga». Il Ministro degli Esteri del Messico, Jorge Castañeda, si è spinto ancora più in là: «Perché fermiamo i camion pieni di marijuana in Messico quando in certi Stati americani viene tranquillamente venduta? Non c’è alcuna logica. È schizofrenia».

Heather Donahue, pur riconoscendo gli indubbi vantaggi nel contrasto alla criminalità organizzata, non è tuttavia convinta che una legalizzazione indiscriminata della sostanza porterà un beneficio economico generalizzato. Certo, in una congiuntura in cui ogni alternativa sembra incerta e destinata al fallimento, la coltivazione dell’erba sta diventando un rifugio sicuro. Ma l’aumento esponenziale dei competitor favorirebbe quasi sicuramente le grandi aziende, ossia le uniche dotate dei mezzi per produrre su scala industriale e reggere l’urto del calo dei prezzi. In un simile scenario, le piccole-medie imprese a conduzione familiare sarebbero spazzate via, e posti come Nuggettown sprofonderebbero nella depressione più totale. Insomma, sarebbe la fine di questo peculiare tipo di capitalismo molecolare. E sarebbe un peccato.

Scrive la Donahue: «Gli esseri umani e la cannabis si sono evoluti insieme per migliaia di anni, e nemmeno la guerra alla droga ha convinto l’erba ad alzare bandiera bianca. Anzi, nell’avversità ha accresciuto sia la propria forza che il numero degli utilizzatori». Stando a quanto riporta Rolling Stone, gli Stati Uniti sono arrivati ad avere 20-30 milioni di consumatori e 6 miliardi e passa di spinelli rollati all’anno. Per l’autrice di Growgirl la questione principale è la seguente: «La classe media della marijuana continuerà a crescere? Oppure la cannabis diventerà un altro prodotto commerciale, un’industria con delle impenetrabili barriere all’ingresso? Esiste una via intermedia?»

Solo il tempo potrà dirlo. Per ora, «stiamo tutti tentando la sorte, muovendoci sul confine di leggi deliberatamente vaghe e repressione a intermittenza. Come la corsa all’oro, è un’offerta a tempo limitato».

 

(Immagine: Heather Donahue oggi, via)

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