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Ultradestra cristiana contro bimbe Scout

Perché il movimento antiabortista ha dichiarato guerra ai biscottini delle giovani esploratrici? La strana storia di come le ragazze scout in America sono diventate “di sinistra”, e i Boy Scout “di destra”.

I biscottini “Samoas” sono la cosa più porcosa che possiate immaginare: a base di cioccolato, cocco, caramello e sciroppo di mais, contengono il 12% di grassi di cui 30% saturi, zero vitamine, zero calcio, zerovirgola proteine, e un botto di zuccheri. Sono la variante più iconica dei biscotti più iconici d’America: i Girl Scout Cookies, venduti porta a porta e in vari eventi benefici dalle piccole esploratrici che raccolgono fondi per campeggi e altre amenità.

Il pubblico italiano forse li conoscerà per gli innumerevoli riferimenti nella cultura pop – vedi alla voce Lisa Simpson, per non parlare di quel gran bel classico del cinema demenziale che è In campeggio a Beverly Hills (1989), dove un improbabile battaglione scout vende dolcetti a forza di balletti idioti – ma in America è una faccenda seria. Ogni anno sono vendute circa 200 milioni di scatole di Girl Scout Cookies, per un giro d’affari di 700 milioni di dollari: un vero e proprio «impero dei biscotti», come l’ha definito, e a ragione, Business Insider.

Recentemente un gruppo antiabortista del Texas, Pro-Life Waco, ha lanciato una campagna di boicottaggio contro i dolcetti delle ragazze scout, in quanto promuoverebbero… l’aborto. Pundit conservatori come Bill O’Reilly e Todd Starnes si sono schierati a favore della campagna, e contro le giovani esploratrici: «Fanno degli ottimi biscotti, ma quest’anno ho deciso di non comprarli», spiega Starnes. Che poi cita l’invito di una mamma blogger a ritirare le ragazzine dall’organizzazione: «Nessuna bambina dovrebbe mai avere a che fare con un’organizzazione che ogni anno uccide 330mila bambini non nati e invoca l’infanticidio».

Per chi se lo stesse domandando: no, le Girl Scout non sono un “infanticidio fan club”, né l’organizzazione ha una posizione ufficiale sull’interruzione volontaria di gravidanza. Quest’ultimo boicottaggio, nello specifico, nasce in protesta a un tweet, anche se, come vedremo più in là, l’idiosincrasia della destra pro-life nei confronti delle giovani esploratrici ha radici molto più profonde. Dunque, il tweet incriminato: lo scorso dicembre l’account ufficiale del movimento, @girlscout, twitta un link a un articolo dell’Huffington Post dedicato alle figure femminili che «hanno dominato il 2013».  Tra le donne (e bambine) elencate nell’articolo ci sono Beyoncé, Malala, ma anche Wendy Davis, membro del senato del Texas che ha tentato di fermare, tramite ostruzionismo, una legge che limitava le circostanze in cui è consentita l’interruzione volontaria di gravidanza. Da qui, l’indignazione dei gruppi pro-life e la successiva campagna anti-dolcetti ipercalorici.

Come mai ogni tot salta fuori un’organizzazione e/o un individuo ultraconservatore che sbrocca contro le Girl Scout?

Il fatto è che non si stratta di un episodio isolato: ogni tot salta fuori un’organizzazione e/o un individuo ultraconservatore che prende di mira le Girl Scout. Nel 2004, un altro gruppo antiabortista aveva organizzato un altro boicottaggio dei dolcetti: la causa scatenante, in questo caso, non era un tweet ma presunti legami con un’associazione che sostiene la pianificazione familiare (leggi: accesso alla contraccezione). Nel 2011 un gruppo dissidente, che si faceva chiamare Honest Girl Scout, aveva lanciato una campagna contro le giovani esploratrici, ree di avere accolto l’iscrizione di una ragazzina transgender. Sempre in quel periodo, la Fox e Glenn Beck hanno accusato le Girl Scout di promuovere un’agenda liberale. Nel 2012 un politico conservatore dell’Illinois aveva scritto una lettera aperta in cui denunciava il movimento giovanile come organizzazione «radicale». E questi sono solamente alcuni esempi.

Ora, c’è da chiedersi, com’è che le ragazzine scout si sono fatte una nomea di ultraliberal tra una certa destra? E, già che ci siamo, come si coniuga tutto questo col fatto che i Boy Scout americani sono un’organizzazione piuttosto conservatrice (ad oggi, per esempio, vige ancora il divieto per gli omosessuali di ricoprire alte cariche)?

Prima di tutto, c’è da chiarire una cosa: a differenza da quanto accade in Italia, in America i Boy Scout e le Girl Scout sono due organizzazioni completamente separate. Ambedue fondate all’inizio del Novecento sull’insegnamento di Robert Baden-Powell, cui s’ispira la stragrande maggioranza dei movimenti scoutisti nel mondo, sono sempre rimasti separati e, anzi, nel tempo hanno preso strade assai diverse. Mettendola giù un po’ brutalmente: in America i Boy Scout sono di destra, le Girl Scout di sinistra. O, se non altro, sono percepiti come tali, nonostante ambedue i movimenti non abbiano ufficialmente alcuna posizione politica.

Qualche anno fa The Atlantic pubblicava un pezzo il cui titolo era già tutto un programma: Boy Scouts Are From Mars, Girl Scouts Are From Venus (sottotitolo: “Behind the khaki uniforms, the two organizations have vastly different political leanings”) cercava di analizzare la natura e le cause di questa contraddizione. Inizialmente, i due movimenti erano separati, ma non necessariamente in contrasto tra loro. Poi, negli anni Cinquanta e Sessanta le Girl Scout, ma non in Boy, hanno cominciato a svolgere un ruolo nella lotta per i diritti civili e contro la segregazione razziale (Martin Luther King ha elogiato il loro impegno, definendole «una forza della de-segregazione») e da lì s’è innescato un meccanismo che ha fatto sì che i due movimenti sviluppassero gradualmente due sistemi di valori educativi separati: da un lato le Girl Scout promuoverebbero l’iniziativa personale e il pensiero autonomo, dall’altro i Boy Scout si baserebbero più su concetti come ordine, disciplina e rispetto. The Atlantic cita anche un paper dell’università del Maryland  che confronta i manuali dei due movimenti: «Il manuale delle ragazze veicola messaggi di pensiero autonomo e critico, mentre il manuale per i ragazzi facilita la passività intellettuale attraverso l’affidamento agli schemi dell’organizzazione». La rottura definitiva si è consumata negli anni Novanta, quando i Boy Scout hanno creato una associazione femminile, le Heritage Girls, mettendo in chiaro una volta per tutte che con le Girl Scout non c’entravano nulla.

Inoltre, il movimento delle Girl Scout promuove, da tempo ormai in modo piuttosto esplicito, il concetto di leadership come valore da trasmettere.  Cosa che, nell’America di oggi e in un’organizzazione tutta femminile, non è da poco. Qualcuno avrà forse seguito il dibattito aperto da Sheryl Sandberg con la sua campagna “Ban Bossy”. La Chief Operation Officer di Facebook è convinta che la cultura dominante incoraggi la leadership nelle bambine molto meno di quanto non avvenga con i maschietti: in base a questa teoria, ci sarebbero troppi genitori e insegnanti che, quando vedono un ragazzino che sa farsi sentire gli dicono “sarai un leader”, ma che quando notano gli stessi comportamenti in una femmina l’avvertono che si sta comportando da prepotente. Da qui la campagna “ban bossy“, che in soldoni manda alle ragazzine il messaggio “fatevi sentire, non abbiate paura di essere chiamate prepotenti”, e avverte genitori ed educatori a pensarci due volte prima di giudicare le femmine con criteri diverse dai maschi.

Ora, se Sandberg ha ragione quando sostiene che le qualità di leadership non sono promosse a sufficienza tra le bambine, che le ragazzine hanno paura di essere chiamate prepotenti se fanno sentire la loro voce, questo non lo so, e comunque mi pare un argomento che meriterebbe un discorso molto più ampio e serio. Ma se proprio dovessimo fare una divisione tra gente che quando vede una bimba tosta le dice “sei una prepotente” e gente che quando vede una bimba tosta le dice “sarai una leader”, le Girl Scout appartengono certamente alla seconda categoria. Forse è anche questo che ha la nomea di organizzazione ultra di sinistra.

A proposito, il loro motto è “where girls grow strong”, dove le ragazze crescono forti. Un amico mi ha fatto notare che, messa al maschile, “suonerebbe un pochino fascista”.

 

Nell’immagine: screenshot dal film In campeggio a Beverly Hills (1989)

 

 

 

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