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Cortázar era il migliore

Compie cent'anni lo scrittore argentino che ha portato la finzione letteraria ai suoi vertici. Una specie di omaggio.

Una delle citazioni più utilizzate quando si parla di Julio Cortázar, di quelle usate nelle bandelle o sul retro dei libri, come per sponsorizzare l’acquisto prima e la lettura poi, è una frase molto d’impatto di Pablo Neruda che dice: «Chiunque non legga Cortázar è condannato». A che cosa? si domanda il lettore, ma la risposta ce l’ha soltanto chi ha letto Cortázar, ed è per questo che la frase di Neruda funziona perfettamente: «leggi Cortázar e saprai da cosa ti sei salvato», dice in realtà, «ignoralo e sarai condannato, ma non saprai a cosa». Un’altra frase utilizzata con lo stesso scopo promozionale dagli editori venne pronunciata da Roberto Bolaño, che da Cortázar ha attinto poetica e anche stile, e che ha detto più prosaicamente: «Cortázar es el mejor». A pensarci bene (ma anche a pensarci male, a non pensarci per nulla) Julio Cortázar non ha bisogno di sponsor, per quanto questi siano Roberto Bolaño e Pablo Neruda. Un articolo su Julio Cortázar è difficile da iniziare, perché per me potrebbe iniziare e finire in quattro parole: “Cortázar è il migliore”, è vero, è così. Perché? Chiedi a Neruda: leggilo, e lo saprai. Ma qualcosa bisogna pur scrivere, e allora.

Julio Cortázar nasce cento anni fa a Bruxelles, e muore dopo settant’anni di vita a Parigi. Europa-Europa. Ma in mezzo c’è tutto il Sud America, il Centro America, la letteratura di un continente cambiata per sempre (e la letteratura mondiale, in un certo senso, ma una letteratura mondiale in realtà non esiste), ci sono le rivoluzioni socialiste, i doveri del letterato di fronte alle rivoluzioni, gli errori del letterato di fronte alle rivoluzioni, c’è il gioco, il confine tra reale e irreale, c’è l’Europa di nuovo. Ma andiamo con ordine. Cento anni sono molti: Julio Cortázar nasce quando scoppia la Prima Guerra Mondiale, quando Gavrilo Princip spara a Francesco Ferdinando, quando c’erano imperatori che portavano baffi ridicoli e copricapi ancora più ridicoli, mostrine alle spalle imbottite, medaglie, sciabole, ghette. È strano pensare che Cortázar sia nato così lontano nel tempo, perché i suoi libri (anche se i più famosi sono del secondo dopoguerra, è vero) sono più che moderni, contemporanei, forse universali più che contemporanei, ma tendenti sempre verso l’alto, verso la poesia e la fantasia e la modernità, insomma libri che non fanno pensare al fatto che l’autore abbia la stessa età della Prima Guerra Mondiale, eppure.

Creare un mondo che non sia di questo mondo: Cortázar è il migliore di tutti nel fare questo

È difficile scrivere e razionalizzare il perché Cortázar sia così grande, sia «el mejor» eccetera, ma in questa mattina di agosto 2014, cent’anni dopo la sua venuta al mondo, su questa scrivania vuota con i suoi libri a fianco al computer portatile aperto mi viene in mente un motivo sopra tutti: perché Cortázar, proseguendo una linea diversa ma simile già tracciata da Borges, è riuscito (riesce tuttora, perché rileggendolo ci riesce ancora, al presente, oggi, e domani, e forse per sempre) a elevare il destino dell’essere umano in una sfera più celeste di quella del mero animale razionale, Cortázar sublima la letteratura, cioè la finzione, l’invenzione, e rende lampante e luminosa e piena di senso questa incredibile capacità dell’uomo, quella della creazione fantastica. Creare un mondo che non sia di questo mondo è una delle attività più straordinarie che questo nostro piccolo cervello, questa nostra discussa coscienza siano in grado di fare, è un privilegio, un dono, probabilmente un destino. Cortázar è il migliore di tutti nel fare questo. Per spiegare meglio cosa tutto ciò voglia dire, sarà opportuno appoggiarsi ad alcune lezioni di letteratura – della sua letteratura – che lui stesso tenne a Berkeley nel 1980, pubblicate nel maggio 2014 da Einaudi con il titolo, normale eppure bello, di Lezioni di letteratura. Per due mesi, ogni giovedì, Cortázar spiegò a centinaia di studenti in California cosa significa essere scrittore, cosa significa essere Cortázar, perché ha scritto quello che ha scritto (soprattutto i racconti, che sono il vero cuore della sua letteratura) e perché lo ha scritto così.

(Lezioni è anche, mi sono convinto anche se per me non è andata così, un buon libro per iniziare a leggere Cortázar, cioè per non essere condannati. È un approccio un po’ universitario quello di leggere prima una specie di testo critico e intanto – sono contenuti nello stesso testo – racconti o frammenti di racconto. Ma si potrebbe iniziare così, e poi leggere i racconti in ordine sparso, nell’opera omnia pubblicata sempre da Einaudi, come seguendo una lezione a quarant’anni di distanza. E poi si potrebbero comunque comprare singolarmente tutti i libri, perché hanno delle copertine belle e colorate, soprattutto – se si riesce a trovarla – la prima edizione dei Nuovi Coralli di Bestiario, 1974, con un’incisione di una testa di capriolo di Dürer che affascina e inquieta in modo molto hoffmaniano, o cortázariano appunto.)

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Julio Cortázar divide le lezioni in otto capitoli: il primo si chiama “Le strade di uno scrittore”, e qui viene delineato il destino dello scrittore Cortázar e alcune sue definizioni di romanzo e di racconto. Dice, ad esempio, «io non ero nato per scrivere romanzi», e dice anche «grazie a una specie di brusca rivelazione – e la parola non è esagerata – ho sentito che non solo ero argentino: ero argentino e latinoamericano (…). Mi sono reso conto che essere uno scrittore latinoamericano significava fondamentalmente essere un latinoamericano scrittore». Quindi i temi trattati maggiormente sono due, la differenza tra racconto e romanzo (il primo una sfera, «meraviglia di perfezione», il secondo «un poliedro, un’enorme struttura» che rimane aperta e che «può svilupparsi all’infinito e che, a seconda delle esigenze della trama e della volontà dello scrittore, a un certo punto finisce, ma non ha un limite preciso»); e i diritti e doveri poetici e politici di un “latinoamericano scrittore” con opinioni non banali: «lo scrittore che si considera impegnato, nel senso che scrive solamente del tema del suo impegno, o è un cattivo scrittore o è un buono scrittore che smetterà di esserlo perché si sta limitando, sta chiudendo totalmente il campo dell’immensa realtà, che è il campo della scrittura e della letteratura, per concentrarsi esclusivamente su un lavoro che i saggisti, i critici e i giornalisti svolgerebbero probabilmente meglio di lui».

Il senso del fantastico di Cortázar ruota fortemente intorno ai concetti di tempo, di spazio, di realtà

Nella seconda lezione, “Il racconto fantastico I: il tempo” Cortázar spiega come funziona la sua immaginazione o la sua ispirazione, senza grande metodologia (è estremamente umile e poco metodologico) se non quella che chiama “distrazione”: «mi capita di distrarmi, e attraverso questa distrazione irrompe quel qualcosa che poi dà questi racconti fantastici per i quali siamo qui riuniti. Attraverso questi stati di distrazione entra questo elemento altro, questi spazio e tempo differenti». Un’altra ispirazione di Cortázar sono i sogni, o gli incubi, grazie ai quali sono nati almeno due racconti. Il primo è “Casa occupata”, forse il suo racconto più famoso, il primo di Bestiario, in cui due fratelli, una notte, devono abbandonare di fretta la casa, spaziosa e antica, che abitano, con addosso soltanto i quattro vestiti del momento, e senza niente altro. Perché? Perché la casa è stata occupata. Da chi? Non si sa. Fantasmi, ombre, ad ogni modo da esseri ineluttabili, perché i due fratelli escono sul patio, poi in strada, buttano via la chiave rassegnati, non disperati o terrorizzati. E camminano nella notte di Buenos Aires, e il racconto termina. Poi “La notte supina”, da Fine del gioco, un racconto in cui realtà e fantastico si invertono e si mescolano, e l’una diventa l’altro fino a confondersi completamente, uno dei topoi di Cortázar più ricorrenti. Qui un uomo, dopo un incidente in motocicletta, viene portato all’ospedale. Si addormenta. Sogna di essere un indio messicano ai tempi dei grandi imperi centroamericani e fugge, una notte, da alcuni aztechi che intendono catturarlo e sacrificarlo agli dei. È un incubo ma si sveglia, si ritrova in ospedale e questo gli dà sollievo. Ma si riaddormenta, ed è ancora l’indio che scappa, poi si sveglia ed è in ospedale, e il sonno lo prende di nuovo, torna l’incubo dell’indio, gli aztechi riescono a catturarlo, lo portano in cella in attesa del sacrificio, l’uomo si risveglia e vede la sua gamba ingessata e la sua stanza di ricovero. Per l’ultima volta si riaddormenta, il suo io onirico – l’indio – viene condotto all’altare, il sacerdote con il coltello è pronto a estrargli il cuore pulsante, lui prova a svegliarsi con tutte le forze e arriva la rivelazione: la realtà è quella invertita, lui è davvero un indio che sta per essere sacrificato, e addormentandosi sognava un’assurdo luogo chiamato città con un’altro assurdo luogo chiamato ospedale in cui era stato ricoverato dopo un incidente mentre cavalcava uno strano mostro di ferro con le ruote. Arriva in cima alla piramide con il sacerdote, il racconto finisce.

Il senso del fantastico di Cortázar, cioè tutta la sua opera, anche quella più realista, ruota fortemente intorno ai concetti di tempo, di spazio, di realtà, concetti malleabili o che Cortázar muove e manipola a suo piacimento e con facilità. Nello spazio di questo fantastico c’è anche il concetto di fatalità, o destino, che si riconosce già nel racconto “La notte supina” e che è ancora più forte in racconti come “L’idolo delle Cicladi”, storia di tre archeologi (due francesi, un argentino) che ritrovano una statuina di marmo durante una vacanza in Grecia e delle conseguenze che questa statuina incide nelle loro vite, e nelle loro morti. C’è del magico? Sì, c’è del magico. C’è del magico sempre in Cortázar, magico perturbante come in questi casi o magico che con molte virgolette definirei “buono” o “giocoso”, ed è il caso delle Storie di Cronopios e di Famas, un piccolo volume che raccoglie solo storie di Cronopios e Famas. I Cronopios e i Famas sono creature inventate da Cortázar, esseri molto poco descritti (ma antropomorfici, o quasi) che abitano un inesistente mondo e si dedicano a normali attività. Nei “raccontini” di Cronopios e Famas Cortázar, per farla breve, presenta varie situazioni della vita dei Cronopios e dei Famas, in cui i primi sono (uso le parole di Calvino) «l’intuizione, la poesia, il capovolgimento delle norme» e le seconde «l’ordine, la razionalità, l’efficienza», eppure dire così, sempre secondo Calvino, è un’enorme riduzione, una semplificazione estrema del mondo e dei caratteri di Cronopios e Famas. Succede, ad esempio, che i Famas per conservare i ricordi li imbalsamano, li avvolgono in lenzuola nera e li classificano con ordinati cartellini (come: “Gita a Quilmes”, o “Frank Sinatra”), mentre i Cronopios, «disordinati e tiepidi, sparpagliano i ricordi per la casa, allegri e contenti, e ci vivono in mezzo e quando un ricordo passa di corsa gli fanno una carezza e gli dicono: “Non farti male, sai”, e anche: “Sta’ attento, c’è uno scalino”».

In alcuni racconti che Cortázar chiama “realisti”  traspare l’impegno politico

Il contrario del mondo fantastico è quello che Cortázar chiama “Il racconto realista” (anche in una delle sue Lezioni), ma non è davvero realista, o meglio è realista per Cortázar, è realista per uno che non comprende normalmente la realtà, per uno che non pensa esista una realtà che si possa definire entità separata da quella onirica o da quella magica o da quella fantastica. E allora un racconto che Cortázar descrive come “realista” è “L’autostrada del sud”, in cui un ingorgo stradale nelle campagne alle porte di Parigi si protrae per giorni, poi mesi e anni, e si assiste alla nascita di un modello di società basato sulle corsie autostradali e sulle automobili, in cui gli individui vengono distinti per l’auto su cui viaggiavano (ci sono 404, Taunus, Floride, Dauphine, eccetera). Oppure “Apocalisse di Solentiname”, un resoconto fattuale di un suo viaggio in Nicaragua tra alcuni amici e combattenti socialisti riuniti in una comunità, che però si conclude con Cortázar che torna a casa a Parigi, guarda le diapositive scattate agli amici in quei pochi giorni di festa e vede fotografie non scattate da lui, immagini non viste dai suoi occhi, militanti torturati, bambini uccisi, donne violentate dai soldati fedeli alla dittatura nicaraguense di Somoza. È realismo questo? Forse si può rispondere con un “nì”: i fatti trattati sono fatti che parlando di realtà, cioè di autostrade, automobili, viaggi, fotografie, momenti storici, e non di fantasmi, presenze, magie, idoli pagani, Cronopios o Famas. Ma è finzione, è invenzione e il realismo allora diventa surreale più che reale. In alcuni racconti che Cortázar chiama “realisti”, ad ogni modo, dalle parole, dal “realismo”, dalla relativa scarsità o non sovrabbondanza di magico e fantastico, traspare l’impegno politico: “Apocalisse di Solentiname” è una denuncia dei crimini di Somoza, crimini che pur invisibili agli occhi dello scrittore viaggiatore si sono impressi (magicamente, eppure realmente) nel rullino della sua macchina fotografica. Per tornare a una frase citata all’inizio di questo testo sull’impegno e la letteratura: per Cortázar uno scrittore non deve non scrivere testi che trattino politica, o denuncino ingiustizie, anzi deve. Ma deve farlo con le armi della letteratura, e non sacrificare la letteratura alla politica. Più o meno. Rispetto ai due grandi sudamericani che l’hanno preceduto e seguito, Borges e Bolaño, Cortázar è estremamente più impegnato.

Potrei andare avanti per altre lunghe pagine a tentare di spiegare perché Cortázar es el mejor, ma aggiungerei esempi ad altri esempi, e sarebbero esempi parziali di parti di un’opera enorme e ricchissima: c’è l’umorismo, fondamentale in tutti i racconti, ed è un umorismo che non significa non prendere le cose sul serio, ma prendere serissimamente la questione del ridere, del distrarsi, del giocare con la razionalità e con la sintassi e con la letteratura. E che poi ha avuto un risvolto utile, e molto molto serio, ad esempio Cortázar stesso ha raccontato di un viaggio che fece a Cuba negli anni Sessanta in piena Rivoluzione, durante il quale fu convocato da un gruppo di guerriglieri in una stanza buia (per non farsi vedere, per la segretezza e delicatezza della Rivoluzione) che gli dissero soltanto che amavano molto leggere le storie di Cronopios “negli intervalli di una cosa che stiamo facendo”, ossia la Rivoluzione. E poi ancora, e ancora, e ancora. Perché Cortázar è il più grande? Perché era alto, altissimo, un gigante, ed era bello, e probabilmente simpatico, e scriveva divinamente, e i suoi testi sono un’esperienza totale, totalizzante e che contiene tutto il mondo, quello che c’è e quello che non c’è, ma alla fine che ne sappiamo noi di cosa davvero c’è e di cosa davvero non c’è.

 

Nell’immagine in evidenza, Cortázar nel 1970. Julio Urbina / Getty
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