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Quattro anni dopo Aftersun, la regista Charlotte Wells ha finalmente annunciato il suo nuovo film Verrà presentato a settembre al New York Film Festival, è un corto che racconta la vita della leggendaria batterista Paula Spiro.
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.

Una casa per la città

Martedì 13 dicembre inaugura a Milano la nuova Fondazione Feltrinelli, un'altra meta culturale e simbolo della continua trasformazione della città. Ecco cosa sarà.

12 Dicembre 2016

La città e la casa è il titolo di un romanzo di Natalia Ginzburg. A Milano dire Feltrinelli significa pronunciare quelle due parole insieme. La città è appunto quella dei lombardi operosi, degli intellettuali nati al tempo del Boom, della cultura e dell’industria sempre allacciate l’una con l’altra. La casa è quella editrice, certamente, ma pure un luogo che è più di un singolo di un’etichetta che sceglie di pubblicare lo scrittore messicano o il giallista anni Trenta. Era il salotto di Giangiacomo e Inge, favolosi e favoleggiati, ancora incredibilmente contemporanei negli scatti che li ritraggono insieme, e non solo per via del così fotogenico bianco e nero di una volta. Era l’indirizzo che traghettava gli autori e le idee, le seduzioni esotiche e i nuovi orizzonti culturali nazionali.

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A metà dicembre, a Milano, arriva un posto che è un’altra cosa (un’altra casa) ancora: la Fondazione Feltrinelli. Esisteva già, la data di nascita è il 1949, cinque anni prima della casa editrice, al principio si chiamava più novecentescamente Biblioteca, poi è diventata Istituto, quindi come si conviene Fondazione, finora rimasta sempre un po’ segreta, territorio per addetti ai lavori, ricercatori, studiosi. «Oggi ha la leadership nel campo delle scienze sociali a livello accademico internazionale, è la più grande collezione in Europa – e una delle più grandi al mondo – dedicata agli studi sociali dal Quattrocento a oggi, con una specializzazione in campi molto precisi: la Resistenza europea, le rivoluzioni e le controrivoluzioni del Sudamerica, le evoluzioni del sistema politico italiano, la storia russa, il rapporto tra i cittadini e le organizzazioni, qualunque esse siano: i comuni, gli Stati, l’industria, i sistemi di convivenza moderni». Parla Massimiliano Tarantino, segretario generale della Fondazione, e si sente l’eco di quei salotti anni Cinquanta, di quelle idee che per un po’ erano rimaste chiuse nei cassetti e che adesso tornano a circolare fuori. Nella città.

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Dunque la Fondazione Feltrinelli rinasce in un edificio fatto di vetro e di legno, risultato di un progetto avviato nel 2007 dalle conversazioni tra Carlo Feltrinelli – figlio di Giangiacomo e Inge, autore del bellissimo autoritratto di famiglia Senior Service, oggi amministratore delegato della casa editrice – e gli architetti, meglio dire archistar, Jacques Herzog e Pierre de Meuron. Sorge a due passi dalla nuova-Porta-Nuova, da piazza Gae Aulenti (dove c’è guarda caso un punto Red, caffè-libreria a marchio Feltrinelli), nel luogo esatto in cui una volta c’era un grande vivaio amatissimo dalle signore della cerchia dei bastioni. Qualcuno ha detto che peccato, portano via i fiori e costruiscono i palazzi, poi però si è convinto in fretta che sarebbe diventato un altro posto dell’innovazione e dell’immaginazione, nella Milano del rinnovato fermento.

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«Salvatore Veca, il nostro presidente onorario, chiama la Fondazione “il luogo dell’utopia possibile”», dice Tarantino. La vocazione è alta: aprire finalmente al pubblico la sterminata casa europea delle scienze sociali, una mole da duecentomila volumi. «Inaugurare un progetto del genere nel 2016 costringe a un esame di coscienza, a un’autoanalisi attentissima. Che cosa s’intende oggi, in Europa, per istituzione culturale? Certo non può essere scambiata per un contenitore statico, semmai deve sapersi porre in una prospettiva dinamica rispetto alla società in cui viene collocata: perché anche la cittadinanza, ora, è un concetto in movimento. Non è cambiata una virgola del progetto architettonico originale. C’è tutto questo vetro perché l’intenzione è sempre stata quella di mettere a nudo le idee, di renderle trasparenti, in osmosi con i cittadini. È una piazza contemporanea, tutti quelli che vogliono partecipare in maniera consapevole al proprio futuro possono trovare qui una nuova casa».

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La casa, ecco. «La sala polifunzionale, la più grande, quella che sarà certamente la più abitata, noi la chiamiamo proprio “second home”. Lì vogliamo che nasca una nuova idea di comunità, non solo milanese ma anche europea». È perché oggi il tempo corre troppo veloce – il tempo anche bellissimo dei like, delle emoji, dei «lo sai che adesso si possono creare le gif direttamente su WhatsApp?» – che serve un posto tranquillo dove fermarsi? «La Fondazione Feltrinelli vuole essere un antidoto a Wikipedia, detto senza aver nulla contro. Wikipedia è solo l’esempio di cosa sono diventate informazione e conoscenza negli ultimi dieci anni. Donald Trump, ma pure Barack Obama, e Grillo da noi, e Podemos in Spagna, tutti questi attori nello scenario politico di oggi sono figli più o meno accorti, strumentali, populisti delle tecnologie di questo millennio e del loro uso, del loro linguaggio specifico. La fusione digitale dei contenuti è diventata la vera ossessione del presente, tutta la conoscenza attuale sembra derivare dall’efficacia di un singolo tweet, e parlo apposta di efficacia: la forma di questi veicoli sembra contare anche più della sostanza. La nuova Fondazione Feltrinelli non dice snobisticamente: conta di più la ricerca, abbasso le tecnologie. Dice che va compreso e valorizzato il gusto per la complessità e per l’approfondimento, e prova a studiare come adattarlo ai nuovi linguaggi. La contingenza è diventata esclusiva, imperativa: a decidere tutto è la cronaca del giorno. Crediamo invece che ci sia, da qualche parte, la richiesta di tornare alla radice dei problemi, di indagare, di capire che cosa è successo nel passato, anche recente, per rendere quei fatti un faro che illumini il presente. Per capire le diseguaglianze sociali in corso, i flussi delle migrazioni, il dibattito sull’identità, la forma – anzi, le forme – della politica. Per creare modelli futuri e migliorare la qualità della vita, la vita di tutti».

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Detto così sembra materia per sociologi esperti. «No, perché vogliamo essere prima di tutto uno spazio di cittadinanza. Un luogo fatto per la ricerca, ma anche per la didattica e la divulgazione. Ci saranno mostre, dialoghi, al fondo c’è sempre l’idea di un’editoria multimediale, che va oltre la forma tradizionale del libro. Sarà strettissimo il rapporto con il teatro, il cinema, la danza, l’arte contemporanea, tutti intesi come veicoli per rappresentare il mondo che cambia, per tradurre più semplicemente l’esito delle nostre ricerche».

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Fuori dalla casa c’è la città, che è Milano nell’anno dopo Expo, ormai inserita tra i principali siti d’interesse sulla mappa culturale dell’Occidente. «Alla fine dell’Ottocento era Parigi il centro della vita culturale, non potevi non passare da lì se cercavi un confronto su qualunque arte. Il Novecento è stato il secolo di New York, il cuore dell’economia, delle trasformazioni, dell’innovazione. Milano, senza pudore, ha la chance di diventare in questa nostra epoca un riferimento globale, partendo da una delle caratteristiche dell’italianità: la creatività, il genio, il “saper fare” adattato alle condizioni di oggi, alle economie globalizzate, ai mutamenti sociali. Questo crocevia può giocare un ruolo fondamentale nel futuro dell’Europa, e ha già tutte le carte – culturali, economiche, ma anche identitarie – per fare da traino al continente. Sta nel mezzo di una bussola, ha facilità di rapporti con la Russia, l’Africa, il Medioriente, gli Stati Uniti. Il mondo ci guarda con attenzione». Appena prima di Natale le porte della Fondazione Feltrinelli si apriranno, e poi cosa succederà? «Si parlerà di tutto, di quello che accade oggi. Prendiamo il lavoro. Bene, c’è una piattaforma di ricerca sull’economia del lavoro che abbiamo chiamato Jobless Society, non per denigrare il presente ma perché anzi faccia da ispirazione costante. Lo dice il World Economic Forum, che il mondo 3.0 può generare una società senza lavoro: spieghiamo allora a tutti cosa vuol dire. Ma ci sarà anche l’arte che racconta la politica, e poi la satira, un tema che contraddistinguerà pure i nostri canali social. Con la cultura ci si può anche divertire, eh».

Dal numero 29 di Studio in edicola.
Fotografie di Filippo Romano (autore di una serie in cui ha seguito la costruzione dell’edificio sin dal primo cantiere).
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