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Pieter Mulier è il nuovo Direttore creativo di Versace Diventerà ufficialmente Chief Creative Officer l'1 luglio. La sua prima sfilata potrebbe arrivare già a settembre.
La Lofi Girl di YouTube aprirà il suo primo Lofi Café in centro a Parigi Proprio come nel suo canale, diventato famosissimo durante la pandemia e attivo ancora oggi, sarà un posto dove studiare e rilassarsi insieme.
Negli Epstein Files Donald Trump viene citato più volte di Harry Potter nella saga di Harry Potter 38 mila volte, per la precisione. Il conteggio lo ha fatto il New York Times, per dimostrare quanto solido fosse il rapporto tra Trump ed Epstein.
Il documentario su Jeff Buckley arriverà finalmente anche in Italia, a marzo Soltanto per tre giorni, però: una proiezione-evento per celebrare 60 anni dalla nascita del cantautore di Grace.
Tra le centinaia di giornalisti licenziati dal Washington Post ce n’è una che lo ha scoperto mentre lavorava per il giornale in una zona di guerra La corrispondente Lizzie Johnson ha scoperto di essere rimasta senza lavoro mentre scriveva dal fronte ucraino, al freddo e senza corrente.
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In Giappone ha aperto un bar solo per persone che vogliono licenziarsi Secondo la regola d'oro del locale, la persona che entra annunciando di aver finalmente deciso di licenziarsi beve gratis.

Il jazz del futuro a Milano

Perché non bisogna perdersi i Sons of Kemet, tra i protagonisti della serata Stone Island Presents al Fabrique, frutto della collaborazione tra Stone Island e Club to Club.

di Studio
10 Novembre 2021

La musica che riempirà il Fabrique di Milano nella serata del 10 novembre è la dimostrazione che, come sostiene il dj, conduttore radiofonico, giornalista e discografico Gilles Peterson, citato in questo articolo che traccia un ottimo ritratto della nuova scena jazz londinese, «il confine tra la club culture e il jazz sta finalmente scomparendo». A precedere i Sons Of Kemet, protagonisti della serata Stone Island Presents, frutto della collaborazione tra Stone Island e C2C, sarà Arooj Aftab, fresca di un album – Vulture Prince, uscito nell’aprile 2021– che unisce tradizione pakistana, canti sufi, canzone tradizionale araba, musica classica persiana, ambient, folk e new age. A chiudere l’evento sarà il dj e producer Kode9, uno dei protagonisti della scena elettronica indipendente degli ultimi 10 anni e fondatore dell’etichetta Hyperdub Records.

Quello che ci interessa di più, però, è il ritmo forsennato dei Sons Of Kemet, la formazione guidata da Shabaka Hutchings, sassofonista e clarinettista britannico originario di Barbados che da qualche anno ha riportato Londra al centro della scena new jazz internazionale. Hutchings è uno dei talenti più conosciuti e luminosi di una nuova e vivacissima scena musicale nata anche grazie allo sforzo politico di creare uno spazio sociale che ancora mancava, quello del progetto Tomorrow’s Warriors del contrabbassista jazz Gary Crosby, che dal 1991 si occupa di fornire istruzione musicale gratuita e di alta qualità a giovani di tutte le estrazioni sociali e culturali, con un occhio di riguardo verso i discendenti della diaspora afro-caraibica, seconde e terze generazioni di figli di immigrati dalle ex colonie inglesi.

A 37 anni, Hutchings è a capo di ben 3 formazioni jazz con nomi bellissimi. I Sons of Kemet (dal termine egizio che vuol dire “terra nera”, cioè ricca del limo del Nilo, e indica l’Egitto), i The Comet is Coming e i Shabaka and The Ancestors. L’ultimo album dei Sons, il loro quarto, è Black to the Future, uscito a maggio del 2021. Accolto con entusiasmo, segue il già osannato Your Queen is a Reptile del 2018, composto da 9 canzoni che si chiamano tutte “My Queen Is…” e poi il nome di una grande attivista, come Albertina Sisulu o Angela Davis, o una figura femminile cruciale, come quella della bisnonna di Hutchings, Ada Eastman.

I Sons Of Kemet mescolano soca e calypso, nyabinghi giamaicano e afrofuturismo, dando forma a un ritmo super energico, così frenetico che in certi momenti diventa difficile distinguere tra il vigore e la rabbia, due energie che coesistono perfettamente nella loro musica. L’esempio perfetto di questa coesistenza di celebrazione e sfogo è il bellissimo video di “Hustle”, il singolo realizzato con Kojey Radical, poeta spoken word figlio di immigrati del Ghana, che ha per protagoniste due giovani ballerine che «rappresentano la dualità presente in ogni lotta per trascendere i limiti interni».

Ma Black to the Future non è soltanto un album che è impossibile ascoltare stando fermi (soprattutto dal vivo: è lì che la forza percussiva del gruppo raggiunge il massimo livello), è molto di più: lo stesso Shabaka, l’ha definito un poema sonoro frutto di «rabbia, frustrazione e percezione emerse dopo la morte di George Floyd e le proteste di Black lives matter». I titoli delle singole canzoni compongono un poema sull’identità nera e ad aprire e chiudere l’album ci sono due poemi veri e propri “Field Negus” e “Black”, entrambi declamati dal poeta Joshua Idehen. Da “Black”: «Queste preghiere dei neri sono danza, questa lotta dei neri è danza, questo dolore dei neri è danza, questa lotta dei neri è danza, questo scoppio d’ira dei neri è danza, lasciate solo che i neri esistano, voi avete già il mondo, lasciate che i neri esistano, lasciateci in pace».

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