Lo ha detto Guy Pearce, uno dei protagonisti. E le scene con il compianto Terence Stamp sono già state girate tutte.
Una delle cose più belle scritte da Gloria Steinem è un capitolo del suo memoir in cui racconta che divenne femminista grazie a sua madre, che femminista non aveva mai potuto essere
Un testo che si può leggere gratuitamente sul sito del Guardian, uno dei tantissimi lasciti della giornalista, scrittrice e attivista.
Gloria Steinem è morta mercoledì 2 settembre nella sua casa di New York, a 92 anni. L’annuncio è arrivato giovedì mattina dalla sua fondazione, che ha parlato di una morte serena, circondata da molte delle persone che le volevano bene, e ha aggiunto che ha continuato a lavorare per la parità di genere fino alla fine. Era nata a Toledo, in Ohio, il 25 marzo del 1934, aveva cominciato come giornalista freelance a New York, nel 1963 si era finta coniglietta di Playboy per raccontare dall’interno le condizioni di lavoro nei club di Hugh Hefner, e nel 1972 aveva fondato Ms., una delle prime riviste americane a occuparsi delle donne senza passare dalla casa e dai prodotti di bellezza. Per mezzo secolo è stata uno dei volti più importanti e riconosciuti del femminismo americano.
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Nel 2015 il Guardian pubblicò un capitolo del suo memoir My Life On The Road, nel quale Steinem parla anche del suo rapporto con la madre, Ruth Nuneviller, una donna fragile di cui si trovò fin da bambina a doversi prendere cura. Prima del matrimonio Ruth aveva lavorato come giornalista, ma dopo la nascita dei figli e l’inizio della vita nomade imposta dal lavoro del marito (venditore di antichità sempre in viaggio), si ritrovò in una condizione di isolamento e grande instabilità psicologica. Nell’estratto Steinem scrive che fu sua madre, con la sua vita, a indicarle una strada che lei non aveva potuto percorrere, quella della lotta politica per le donne fatta dalle donne.
Come si legge nell’estratto: «I racconti di mia madre sulle difficoltà vissute durante la Grande Depressione – e su come Franklin ed Eleanor Roosevelt ci abbiano aiutato a superarla – mi hanno insegnato che la politica fa parte della vita di tutti i giorni. Mi raccontava di quando preparava la zuppa con le bucce di patate avanzate, per poi ascoltare i discorsi di Roosevelt alla radio per nutrirsi lo spirito. Oppure di come tagliò una coperta per fare un cappotto caldo per mia sorella maggiore e la protesse dalle prese in giro dicendo che, se la gente amava un nuovo tipo di First Lady, avrebbe potuto amare anche un nuovo tipo di cappotto. Per me era perfettamente logico che i racconti di mia madre partissero da un’esperienza personale per arrivare poi a un punto politico».
E ancora: «Cominciavo a sospettare che il conflitto segua la politica come la notte segue il giorno, eppure il solo pensiero del conflitto bastava a deprimere mia madre, che era già di per sé depressa. Io stessa piangevo quando mi arrabbiavo, per poi non riuscire più a spiegare perché mi fossi arrabbiata in primo luogo. Più tardi avrei scoperto che questo era un fenomeno diffuso tra le donne. La rabbia è considerata “poco femminile”, quindi la reprimiamo – finché non trabocca. Mi rendevo conto che non dire nulla faceva stare ancora peggio mia madre. Fu il mio primo indizio di quella verità lapalissiana secondo cui la depressione è rabbia rivolta verso l’interno; per questo le donne sono due volte più soggette alla depressione. Mia madre ha pagato un prezzo altissimo per averci tenuto così tanto, pur potendo fare ben poco al riguardo. In questo modo, mi ha guidato verso un percorso di attivismo che lei stessa non avrebbe mai potuto intraprendere».