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19:31 mercoledì 13 maggio 2026
Helen Mirren ha esordito come testimonial di Stella McCartney facendo una “cover” di Come Together dei Beatles In realtà si tratta di un bis: Mirren quel testo lo aveva già enunciato alla sfilata di Stella McCartney per la primavera/estate 2026.
Uno studio ha dimostrato che interessarsi all’arte e alla cultura rallenta l’invecchiamento e migliora la salute Addirittura più dell'esercizio fisico: dedicarsi alle arti almeno una volta alla settimana riduce l'invecchiamento biologico di un anno.
L’invasione dei pavoni di Punta Marina è diventata una notizia di portata internazionale È stata ripresa nientemeno che da Ap News, cioè da Associated Press, con un video pubblicato sul loro sito.
È in lavorazione un film sulla storia di C’era una volta in America di Sergio Leone «È la storia di un uomo che ci ha messo 15 anni a fare un film e che finché non ci è riuscito non ha fatto nient'altro. Tutto raccontato con l'ironia di mio padre», ha detto Raffaella Leone, figlia di Sergio e produttrice del film.
L’Unione europea ha finalmente approvato delle sanzioni contro i coloni israeliani Le sanzioni prevedono il congelamento dei beni e il divieto di viaggio. Sono state approvate grazie alla rimozione del veto fin qui imposto dall'Ungheria.
È uscito il primo trailer di Tony, “l’antibiopic” che racconta un anno della vita di Anthony Bourdain prima che diventasse Anthony Bourdain Il film, prodotto da A24, è ambientato nell'estate del 1975 a Provincetown (Massachusetts), in un momento che si rivelò formativo per il futuro chef.
La comunità scientifica continua a dire che sta arrivando un evento climatico catastrofico ma nessuno le dà ascolto né fa niente Si chiama El Niño, è un innalzamento della temperatura dell'oceano e potrebbe avere conseguenze apocalittiche in tutto il mondo.
Ci sono Alice Rohrwacher e Josh O’Connor che presentano La chimera in una biblioteca di Stromboli E ha rivelato che all'inizio il film lei avrebbe voluto girarlo proprio a Stromboli, ma fu costretta a ripensarci per questioni di tempi e di logistica.

Storie di leader che sbroccano

Addio culto del manager geniale. Da Elon Musk a Trump al caso Deciem, gli uomini di potere collezionano deliri in pubblico.

22 Ottobre 2018

Si sta disintegrando la leggenda del fondatore-Ceo? L’idolatria che a lungo ha accompagnato manager geniali, esuberanti, ricchissimi oggi sembra un abbaglio collettivo. Negli ultimi anni si è creata una congiuntura quasi perfetta, grazie al diffondersi di una mitologia tecnologica saldata e supportata da venture capital, ed ecco che il super-Ceo si è trovato ad avere il controllo assoluto della propria creatura. Ma l’essere visionario e anticonvenzionale alla lunga può portare a perdere di vista il contesto: i deliri di onnipotenza, le nevrosi narcisistiche, le uscite social scriteriate non sono tollerate dal sistema economico-finanziario.

L’allarme l’aveva già lanciato quattro mesi fa il Wall Street Journal in un articolo intitolato “Why the age of tech superheroes must end“: è arrivato il momento di mettere da parte la venerazione, anche perché Steve Jobs e Jeff Bezos rappresentano più l’eccezione che la regola, e smetterla di investire i Ceo di «privilegi sovrumani», che portano a una gestione del potere da monarchia, in cui gli amministratori delegati condividono il rischio con gli altri azionisti, ma decidono in solitario. Nello stesso periodo Elon Musk mostrava i primi importanti segni di squilibrio comunicativo che, sommati a una nuova serie di inquietanti errori commessi nelle ultime settimane, hanno trascinato giù il titolo di Tesla. Uno degli episodi più eclatanti: il grottesco annuncio – via Twitter – del ritiro di Tesla dalla Borsa con conseguente marcia indietro e multa.

Non si tratta di un caso isolato. Si è conclusa per vie legali la vicenda di Brandon Truaxe rimosso dal suo ruolo di Ceo dell’azienda di cosmetici Deciem. Il caso è interessante non solo per le farneticazioni paranoidi dell’uomo, ma perché racconta come un modello di business vincente possa essere eclissato – se non rovinato – dai deliri di chi non è in grado di gestire la pressione e seguire le regole della comunicazione. Cinque anni fa Truaxe, che nasce come programmatore, fonda a Toronto Deciem. Il successo arriva subito e in maniera impressionante, grazie al marchio di prodotti per la pelle Ordinary (per intenderci, anche Kim Kardashian fa sapere di amare uno dei sieri). Estée Lauder acquista il 28 per cento delle quote. Tutto sembra andare per il meglio, poi quest’anno Truaxe comincia a perdere il controllo. Allontana collaboratori e licenzia improvvisamente il suo braccio destro Nicola Kilner. Soprattutto, comincia a usare il profilo Instagram dell’azienda per insultare i fan, dare ordini ai suoi dipendenti, interrompere collaborazioni. Finché, in un video sempre su Instagram, porta a compimento l’autodistruzione: «Questo è l’ultimo post di Deciem. Spegneremo tutte le operazioni. Per favore, prendetemi sul serio». E poi: «Quasi tutti a Deciem sono stati coinvolti in attività criminali importanti, tra cui reati finanziari». Il messaggio sconclusionato è accompagnato da una didascalia in cui Truaxe chiama in causa hotel, ristoranti, altre compagnie cosmetiche, Brad Pitt, George Clooney, Tom Ford, Mark Zuckerberg, Donald Trump, Richard Branson, Tim Cook e Leonard Lauder, il patriarca della compagnia Estée Lauder. Preoccupati per gli effetti delle azioni di Truaxe – che sarebbe stato anche internato in una struttura psichiatrica canadese – Estée Lauder lo ha portato in tribunale, ottenendo pochi giorni fa la sua estromissione dalla società.

Gli spettacolari suicidi mediatici di Musk e Truaxe ricalcano un copione che riguarda più in genere gli uomini e le donne di potere. Che, complici l’immediatezza dei social media e (verrebbe da pensare, almeno in alcuni casi) un utilizzo altalenante di psicofarmaci, sembrano sempre più inclini a sbroccare in pubblico. Il twittatore compulsivo e senza filtri per eccellenza è, naturalmente, Donald Trump: a un certo punto c’è stato persino il timore che potesse scrivere un tweet che la Corea del Nord avrebbe interpretato come una dichiarazione di guerra, ha detto Bob Woodward in un’intervista. Poi, c’è stato il caso di Roseanne Barr, creatrice e attrice principale di una delle serie tv di maggior successo di quest’anno, che ha rovinato la sua carriera con un tweet delirante e razzista: poi ha dato la colpa all’Ambien, uno psicofarmaco. E che dire di Kanye West, i cui crolli in pubblico sono ormai parte integrante del suo personaggio? Essere esuberanti può essere un valore aggiunto, o può semplicemente umanizzare la figura del ceo. Pensiamo a Steve Ballmer, amministratore delegato di Microsoft per oltre quattordici anni. I video in cui balla o canta alle convention o in cui urla a ripetizione “developers” sono dei classici. Ma, per quanto anticonformista e controverso, Ballmer ha sempre saputo rispettare il galateo quando ci si siede ai tavoli dei mercati. Cosa che, evidentemente, non si può dire di Musk o di Truaxe.

Abbondano, in questi anni, gli studi secondo cui c’è una preoccupante incidenza di sociopatici tra i Ceo: stando a una stima dello psicologo newyorchese Paul Babiak, gli amministratori delegati delle grandi società americane hanno quattro volte le possibilità di essere sociopatici rispetto alla popolazione generale, dove l’incidenza è del 4 per cento; secondo una recente ricerca australiana (su cui però è stato gettato qualche dubbio) addirittura il 20 per cento dei Ceo sarebbe composto da sociopatici. A questo tema aveva dedicato un libro di cui s’è molto parlato, qualche anno fa, il giornalista e scrittore inglese Jon Ronson: la sua tesi è che, in questa società, i tratti tipici della sociopatia, come la spregiudicatezza, il fascino superficiale e la mancanza di empatia, sono premiati nel mondo degli affari (The Psychopath Test è stato un caso editoriale in UK e Usa nel 2012 e portato in Italia con minore fortuna da Codice, col titolo Psicopatici al potere).

Certamente il problema di natura psichica e farmacologica esiste (vedi il caso Ambien, di cui sopra). Così come esiste, certo, una questione di gestione del potere da monarchia assoluta.  Però la parabola di Elon Musk, Brandon Truaxe, Roseanne Barr e di molti altri racconta bene soprattutto come i guai recenti di molti uomini e donne di potere sono legati alla loro incapacità di utilizzare i social media come strumento di marketing e di comunicazione. La follia non è sempre un valore, e anzi può essere una sciagura. Specie per chi guida aziende con fatturati multimiliardari e ha accesso a Twitter.

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