Attualità | Coronavirus

Cosa vuol dire davvero che ne usciremo “tutti insieme”

Perché la solidarietà non rimanga solo di facciata, un po' di riflessioni divise per punti.

di Federico Sarica

Roma, 29 marzo 2020, gente alle finestra assiste alla messa celebrata sul tetto di San Gabriele dell'Addolorata (Photo by Tiziana FABI / AFP) (Photo by TIZIANA FABI/AFP via Getty Images)

Al di là di hashtag, proclami, slogan e sentimentalismi, la solidarietà è una delle chiavi strategiche per uscire da questa situazione. E ha molto a che fare con i tic di ognuno di noi, nessuno escluso. “Da questa situazione potremo uscirne solo tutti insieme”, “Insieme ce la faremo”, “Distanti ma uniti”, “Stronger Toghether”, e via dicendo. Se c’è una cosa che in questo momento sembra mettere d’accordo hashtag, politici, religione, aziende, istituzioni, influencer, e semplici cittadini è l’idea che da questa situazione in cui siamo piombati a causa del Covid–19 non ne usciremo da soli. Non si può che essere d’accordo, naturalmente. Ma, al di là della retorica (necessaria in momenti come questa), cosa vuol dire farcela “tutti insieme”? L’abbiamo visto con la questione generazionale in questa prima fase: a più riprese, a inizio emergenza, in alcuni Paesi si è parlato di isolare i più anziani per non fermare il mondo e salvare l’economia; in altri si è parlato di sacrificio necessario per immunizzare la popolazione. Si è poi visto, praticamente dappertutto, che in situazione di emergenza e in presenza di pandemia, il diffondersi esponenziale del virus andava fatto rallentare fermandoci tutti. E così è stato. Eppure serpeggia sempre l’idea, in privato, nelle chat, anche adesso che si inizia fortunatamente a parlare di ricostruzione e di ripartenza, e anche in una cultura come la nostra da sempre molto vicina alle persone più anziane, che in fondo stiamo bloccando tutto per una piccola percentuale di popolazione a rischio, che basterà chiudere “i vecchi” in casa per tornare a vivere come prima, che molti di loro muoiono “con” e non “per” il Coronavirus. Perché la solidarietà non resti quindi solo uno slogan di facciata, è forse opportuno anche andare a scardinare alcuni meccanismi che, alla prova dei fatti, spesso inneschiamo quasi inconsciamente. E che confermano, purtroppo, che l’idea di fare da soli alberga anche in chi pensa, in buona fede, di essere disposto a rinunciare a un pezzo delle proprie convinzioni o dei propri interessi per il bene collettivo. Vediamone alcuni di questi meccanismi, divisi sommariamente per punti, visto che ci riguardano un po’ tutti.

Noi e l’Europa
La strada maestra è quella indicata da Mario Draghi, ma non solo da lui: un’Europa in cui passi finalmente un principio di solidarietà che si tramuti nella possibilità di sostenere economicamente, con liquidità importante e allentamento di vincoli ormai anacronistici, i Paesi messi più in difficoltà dalla pandemia. Abbiamo visto in alcuni Paesi e in alcuni politici europei un atteggiamento di rigidità francamente deleterio e giustamente condannato all’unanimità. Un’Europa non solidale non ha senso di esistere. Però, quando critichiamo l’Olanda, ricordiamoci di una cosa: stanno facendo i loro interessi nazionali. Che, purtroppo, è una cosa che facciamo anche noi quando parliamo di Europa. Un’entità astratta, trasformata ad arte nel nemico, con cui prendersela quando le cose non vanno bene. L’atteggiamento lo dobbiamo cambiare tutti, e tutti dobbiamo rinunciare a un po’ di interesse nazionale se ci sta a cuore davvero che l’Europa funzioni. Se no siamo come Salvini, sbraitiamo contro l’Europa solo quando serve a noi. “Farcela tutti insieme”, in questo caso, vuol dire accettare il principio che i morti spagnoli, o tedeschi, o francesi, valgono quanto i nostri.

Noi e i diritti degli altri
Il diritto di andare a correre difeso da chi va a correre che tanto mica è quello il problema, il diritto di mandare i bambini al parco difeso dai genitori con bambini in età da parco che tanto mica è quello il problema, il diritto di andare nella seconda casa al mare difeso da chi ha la seconda casa al mare che tanto mica è quello il problema, e via dicendo. “Ah non posso andare a correre però poi tengono aperte le fabbriche”. Vero, è un’incongruenza. E, vero, il problema non è quello. Il problema è non capire che l’unica cosa che possiamo fare di utile in questo momento è proprio rinunciare a un piccolo e sacrosanto diritto personale (che probabilmente non è la causa principale del diffondersi del virus, vero anche questo) per contribuire ad attuare un principio a cui ci richiama la comunità scientifica per uscire dall’emergenza. E qui passiamo al punto successivo.

Noi e gli esperti
Arnaldo Greco, autore televisivo e collaboratore di questo giornale, qualche giorno fa, ha twittato un grafico fatto da lui che indicava “l’aumento degli esperti di grafici nell’ultimo mese”. Una battuta che però solleva un problema enorme: la convinzione, da parte di molti, di saperne davvero molto di quello che sta succedendo. Non solo degli amici in chat, ma anche di giornalisti, comunicatori, addetti ai lavori. La quantità di parole, grafici e conclusioni affrettate e prive di ogni riscontro scientifico o statistico profuse anche da chi, negli ultimi anni, ha predicato che giustamente avremmo dovuto tornare a fidarci degli esperti, sono un elemento preoccupante. Farcela “tutti insieme” vuol dire anche fidarsi del ruolo che ognuno di noi occupa nella società; fidarsi della comunità scientifica quindi, e degli esperti di statistica che inorridiscono davanti ai grafici della domenica. Non per cecità o per ingenuità, coltivare il dubbio è sempre esercizio utile, ma perché una comunità riparte solo se condivide dei valori e dei convincimenti: un conto è avere dubbi, un conto fare da sé pensando di averla capita meglio di tutti. Se ognuno diventa convinto che il grafico o la previsione migliore sono quelli che si è fabbricato in casa, perché il resto non lo convince, e in più li divulga, abbiamo un problema. Più grande di quello che pensiamo.

Noi e la ricerca di un colpevole
Il nostro sport preferito: di chi è la colpa??? Dei cinesi e dei loro wet market, del governo e della sua inettitudine, dell’Europa cattiva, delle persone famose e ricche che per loro è facile stare a casa, del mio vicino di casa che va a correre, della globalizzazione o dello Stato a seconda di come la si pensi politicamente, dei contadini di Codogno, dei meridionali che prendono il treno di notte da Milano, degli scienziati a libro paga delle multinazionali farmaceutiche, di Burioni che a febbraio ha detto che non c’era pericolo, del governatore della mia regione perché è di destra, del sindaco della mia città perché è di sinistra. E via dicendo. Dai delatori dei vicini che passeggiano agli attacchi a praticamente chiunque, senza distinzioni, oggi ricopra un ruolo di responsabilità, ormai è tutta una grande caccia al colpevole. Il punto sarebbe spostare il discorso dalla colpa alle responsabilità: per capire cosa non ha funzionato avremo tempo; adesso, per farcela “tutti insieme”, bisognerebbe, proporzionalmente al ruolo che si ricopre e alle proprie competenze, caricarci la nostra parte di responsabilità e smettere di cercare ossessivamente un colpevole. Anche perché, chissà come mai, ovviamente non siamo mai noi. Anche perché, probabilmente – purtroppo perché sarebbe tanto bello per stare un po’ meglio tutti – un colpevole non c’è.

Noi e la globalizzazione
Si sente da più parti raccontare, in questi giorni drammatici, che quello che ci sta succedendo è in parte imputabile al nostro stile di vita globale e globalizzato e che forse, nel futuro, un po’ di retromarcia su questo ci farà bene. È un discorso interessante, e in parte anche logico e condivisibile, quello della messa in discussione del nostro modo di vivere, però francamente ancora non mi sono chiare un paio di cose: 1) in cosa si differenzierebbe – questo mondo piccolo, antico, giusto e locale da contrapporre alla globalizzazione brutta e cattiva – dai ritornelli nazionalisti intonati da Salvini, Bolsonaro, Trump e compagnia; 2) come si possa pensare che un problema globale per antonomasia come una pandemia si possa risolvere dentro i muri della propria nazione, della propria città, della propria moneta. Mi sembra chiarissimo che quello che invece sta mancando sia proprio un coordinamento globale per affrontare l’emergenza e il mondo che verrà. Vigilare sulle storture di un mondo globale – le diseguaglianze, i monopoli, e vi dicendo – e lavorare per correggerle è cosa diversa dal proporre di tornare a un mondo dove ognuno pensa a sé e alle cose a lui più care e vicine. Il contrario del “ce la faremo tutti insieme”, appunto.

Noi e la ripartenza
Che si inizi a parlare di come ripartire è una gran bella notizia, anche se non sappiamo quando succederà e siamo ancora, purtroppo, in piena emergenza sanitaria. Anche qui, come per gli altri punti: si avvertono già i prodromi di una ripartenza in cui ognuno penserà al proprio piccolo orticello. Intendiamoci, in parte è naturale che sia così: ognuno si fa due conti e si scalda se nei provvedimenti che vengono presi non c’è nulla di utile per la propria situazione corrente. E fa bene, certo, ma non basta più. Soprattutto sul dopo, “farcela tutti insieme” diventa una questione strategica e non sentimentalismo e battaglia di principio. Davvero sarà difficile rimetterci in piedi se ognuno di noi non rinuncia a qualcosa. Un esempio: ho saputo per fonte diretta di una storia di queste ore in cui un sindacato autorizza la cassa integrazione a una piccola azienda in grande difficoltà solo se questa rinuncia a far smaltire ferie ai suoi dipendenti e anticipa con la propria cassa quanto dovuto ai dipendenti senza rivolgersi all’Inps. Quando, lo sanno anche i muri, il problema è proprio la liquidità, non circolano soldi nelle casse di nessuno, e quando, l’hanno letto tutti, esiste un decreto ministeriale che incentiva lo smaltimento ferie per alleggerire i costi di aziende prossime alla chiusura. Vigilare su chi ne approfitta è sempre cosa giusta ma così non si va da nessuna parte. Il corporativismo, cioè l’interesse di categoria e di bottega, l’idea che sia più importante che prima sia tutelato io rispetto ad altri, è proprio il contrario del “farcela tutti insieme”. Occorre un nuovo patto sociale, ma vero questa volta. Proposta: iniziamo a ricostruire mettendo su un tavolo comune quello a cui ognuno di noi è disposto a rinunciare per ripartire. Può darsi sia il modo migliore, alla lunga, per far sì che ognuno di noi debba rinunciare al meno possibile.

 

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