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12:54 mercoledì 28 ottobre 2026
Se la nuova campagna di Prada sembra fatta da Disney è perché è stata disegnata da un animatore Disney L'autore del mondo immaginario in cui sono immersi i modelli e le modelle è John Pomeroy, disegnatore di 75 anni che tra le altre cose lavorò a Winnie the Pooh and Tigger Too, Bianca e Berni e Pocahontas.
Finalmente è arrivata una delle settimane più belle dell’anno, quella in cui ci prepariamo a C2C Festival Ci siamo quasi: da giovedì 29 ottobre a domenica 1 novembre ci ritroviamo tutti a Torino, come sempre durante la Contemporary Art Week.
Molte persone stanno commentando l’arresto di Youssef Siher dicendo che aveva già spiegato tutto Marco Bellocchio in Sbatti il mostro in prima pagina Nel film un quotidiano di destra trova il colpevole di un omicidio in un giovane militante di sinistra, innocente. Cinquant’anni dopo, il racconto dell’arresto del ricercatore milanese ha riportato in tanti a quella storia.
Google ha abbattuto 400 mila alberi in Finlandia per costruire dei data center, e ora i lupi che abitavano in quelle foreste hanno deciso di “trasferirsi” in città La filiale finlandese di Google ha raso al suolo centinaia di ettari di bosco senza aspettare le valutazioni ambientali. Gli animali sono fuggiti e i lupi adesso si stanno avvicinando ai centri abitati in cerca di cibo.
Il presidente del gruppo editoriale Gallimard ha detto ai direttori delle sue case editrici che da ora in poi dovranno passare tutti i manoscritti che arrivano in un rilevatore di scrittura AI Dal 2027 le case editrici del gruppo Gallimard dovranno controllare i testi con un software di rilevamento. La decisione arriva dopo il caso di Thélyson Orélien, romanzo candidato al Goncourt che sarebbe stato scritto con l’AI.
Pur di aiutare gli studenti a vincere, i serbi all’estero si sono inventati VoteBnb, una piattaforma che offre alloggio e trasporto gratuito a chi vuole tornare a casa per le elezioni Con appena 93 seggi in tutto il mondo, i serbi all’estero hanno organizzato passaggi, pullman e alloggi gratuiti per poter votare. Alla fine la Lista studentesca ha vinto e Vučić ha ammesso la sconfitta.
A Berlino vogliono espropriare 160 mila appartamenti ai fondi immobiliari per iniziare a risolvere la crisi abitativa Dopo la vittoria della Linke, la futura coalizione di sinistra vuole trasferire in mano pubblica le case dei gruppi che possiedono più di 10 mila appartamenti. Solo al colosso Vonovia questo costerebbe 8,4 miliardi.
Alla notizia della vittoria di Lula le persone hanno iniziato a urlare a squarciagola il suo nome alla finestra. L’ultima volta che in Brasile si sono viste scene così è stato quando la Nazionale ha vinto il Mondiale E ovviamente le immagini di questi festeggiamenti sono finite tutte sui social, raccolte sotto l'hashtag #ViradaDoLula, la rimonta di Lula.

Chi sono i veri europei?

Secondo nuovi studi l'Europa preistorica fu scossa da «drammatiche migrazioni su vasta scala», con ondate di nuove popolazioni che soppiantarono le precedenti.

24 Maggio 2016

Nel suo bellissimo documentario del 2010, Cave of Forgotten Dreams, Werner Herzog ipotizzava che le pitture rupestri della grotta Chauvet, nel Sud della Francia, testimoniassero la «nascita dello spirito umano» circa trentamila anni fa. C’è un che di rassicurante in questa tesi, suggestiva e forse un po’ troppo euro-centrica: l’animo umano è cosa antichissima, è nato da queste parti, e noi siamo custodi di quella meravigliosa invenzione, tramandata di generazione in generazione. Oggi però sappiamo che la popolazione che ha dipinto la grotta Chauvet è stata spazzata via dalla storia e sostituita da una nuova popolazione, che insomma non siamo discendenti loro bensì dei popoli immigrati più recentemente. Sappiamo, cioè, che la storia dell’Europa preistorica e delle sue popolazioni è più dinamica – e più drammatica – di quanto non si pensasse, fatta di invasioni, transizioni brusche, genti che scompaiono, e nuove che le sostituiscono. Questo, per lo meno, il quadro dipinto da un recente studio di una squadra di genetisti e paleo-antropologi dell’Istituto Max Planck, che prova a ricostruire la storia dell’Europa dell’Età della pietra da un punto di vista genetico e non soltanto archeologico-culturale.

Circa 45 mila anni fa l’Homo sapiens è giunto nel nostro continente, che a quel tempo era già abitato dai Neanderthal, e per millenni ha convissuto con essi, fino a soppiantarli gradualmente (in parte, imparentandocisi, tanto che tracce di Dna Neanderthal perdurano negli europei moderni): questo già lo si sapeva. La novità riguarda invece le culture e le popolazioni di sapiens successive. Dall’arrivo della nostra specie, si succedettero una serie di culture paleolitiche diffuse in diverse zone del continente: la cultura aurignaziana (quella della grotta Chauvet, appunto, fiorita tra i 45 mila e i 30 mila anni fa), la cultura gravettiana (grandi cacciatori di mammut, come nei libri per bambini, apparsa circa 33 mila anni fa) e successivamente la cultura magdaleniana (comparsa intorno a 19 mila anni fa, anche loro avevano una caverna che li ha resi celebri ai giorni nostri: la “Signora Rossa” di El Mirón, in Spagna).

FRANCE-PALEONTOLOGY-CHAUVET-REPRODUCTION

Fino a poco tempo fa, come ha spiegato The New Scientist, si tendeva a leggere questi cambiamenti culturali come «il risultato di diffusione di nuove idee tra una popolazione stabile». È un modo di pensare tipicamente storico, come a dire: quando le popolazioni mediterranee si sono “ellenizzate” non sono mica state fisicamente rimpiazzate dai greci, semplicemente hanno fatta loro una cultura dominante; dunque non si vede perché in altri casi debba essere differente.

Gli studi genetici condotti dal Max Planck, però, offrono una lettura radicalmente diversa: i cambiamenti culturali non riflettono una diffusione di nuove idee (e dunque culture) bensì l’arrivo di nuove popolazioni, che in alcuni casi hanno letteralmente rimpiazzato quelle precedenti. Nello specifico degli aurignaziani, cioè i pittori rupestri che tanto piacevano a Herzog, s’è scoperto che a un certo punto il loro Dna era scomparso quasi del tutto nel continente europeo, rimpiazzato da un ceppo completamente diverso, quello dei gravettiani. Il ceppo degli aurignaziani sopravvisse però in Spagna, e da lì si espanse nuovamente circa 14 mila anni fa.

Dunque la loro vicenda, sempre stando alla ricostruzione degli studiosi del Max Planck, non è quella di un’estinzione totale, ma riflette una storia del Paleolitico europeo segnata da «molti episodi di ripopolazione e di drammatiche migrazioni su scala vasta, in un’era in cui il clima stava cambiando radicalmente», ha dichiarato David Reich, genetista di Harvard tra gli autori della ricerca. Altro dato interessante, però, nessuno tra gli esemplari più antichi dei sapiens analizzati, cioè tra quelli più vecchi di 37 mila anni, condividono Dna con gli europei moderni. In altre parole, dei primissimi umani che si stabilirono nel continente 45 mila anni fa non resta alcuna traccia genetica: sono svaniti nel nulla, rimpiazzati da qualcun altro, e quel qualcun altro siamo noi.

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S’è molto discusso in queste settimane, e indipendentemente dalla ricerca qui citata, del rapporto tra antropologia e xenofobia. O più precisamente di quello che l’antropologia potrebbe insegnarci sul nostro timore, più o meno atavico (non tutti sono d’accordo infatti), dello straniero, del diverso. Per Einaudi è uscito da poco una raccolta di saggi curata dall’antropologo Marco Aime intitolata Contro il Razzismo, cui un altro antropologo, Adriano Favole, ha dedicato un’interessante riflessione su La Lettura. Questa la tesi: spesso siamo tentati di leggere il razzismo e la xenofobia in termini di «istinti tribali», ma si tratta di un duplice errore. Prima di tutto perché c’è poco di istintivo, cioè di «naturale», nell’odio del diverso, che molto spesso è anzi un elemento costruito dalle società organizzate, «fomentato da ideologie e strumentalizzazioni». Poi perché non tutto ciò che è tribale implica necessariamente una conflittualità con chi non appartiene alla tribù: si può essere molto legati a un piccolo gruppo senza per forza respingere gli esterni.

Sulla falsariga di quest’ultimo ragionamento, negli Usa è uscito per Harper Collins il volume Tribe, del noto saggista Sebastian Junger, dove si lamenta la disgregazione della società moderna a causa della perdita dei valori tribali “buoni”, cioè quell’attaccamento dell’uomo per l’uomo che nel Diciottesimo secolo spingeva i coloni bianchi rapiti dai nativi americani a rifiutarsi di tornare alla civiltà occidentale: non era una specie di Sindrome di Stoccolma, ma un fascino autentico per queste piccole comunità coese. Il saggio di Junger è stato duramente criticato proprio perché i valori “tribali” non possono essere considerati “buoni” specie ai tempi del candidato Trump: «A me piuttosto pare che il tribalismo sia il problema dell’America moderna», ha risposto, tra gli altri, sul Washington Post lo scrittore Philip Caputo.

L’antropologia può aiutarci a capire perché la retorica di Trump contro i messicani e quella di Salvini contro i rifugiati fa presa sulle masse? Il dibattito corrente sembra essere diviso tra chi ritiene che è proprio il nostro retaggio tribale a spiegare la nostra vulnerabilità alla idee xenofobe, e chi invece sostiene che siano due questioni completamente separate: il tribalismo non è per forza cattivo, anzi è l’assenza dell’attaccamento alla tribù (cioè l’assenza di empatia) a renderci più ostili ai nostri simili. Forse però più dell’antropologia culturale, in questo caso può tornare utile l’antropologia fisica, quella che studia la biologia e persino la genetica. Se lo spauracchio dell’«invasione straniera» che rischia di «spazzarci via» ha tanta presa, forse, è anche perché in un passato assai remoto, e in condizioni estremamente più drammatiche e difficili di quelle di oggi, migrazioni di massa che hanno spazzato via popolazioni precedenti ci sono state; e di queste nella parte più primitiva del nostro cervello qualcosa è rimasto.

Una riproduzione della grotta Chauvet aperta ai visitatori: 2015 (JEFF PACHOUD/AFP/Getty Images)
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