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12:22 giovedì 22 ottobre 2026
L’AI ha scoperto nel linguaggio su cui si regge il 70 per cento dei siti web una falla gravissima che era lì da 10 anni e di cui nessuno si era mai accorto Due vulnerabilità critiche in PHP permettono di prendere il controllo dei server senza autenticarsi. Adesso si tratta di correggerle prima che AI "cattive" ne approfittino.
Sulle nuove sterline Winston Churchill, Jane Austen, William Turner e Alan Turing lasceranno il posto a un riccio, un barbagianni, un bombo e una pulcinella di mare Quasi mezzo milione di britannici ha votato gli animali che sostituiranno i personaggi storici sulle prossime sterline. Hanno vinto il riccio, il barbagianni e il bombo, a cui la Banca d’Inghilterra ha aggiunto la pulcinella di mare.
A quanto pare tanti uomini leggono romanzi romance, ma si vergognano a dirlo e lo fanno di nascosto Leggono Bridgerton e romantasy, ne parlano solo su Discord e chiedono l’anonimato. In Italia sono quasi uno su cinque nella fascia tra i 25 e i 54 anni.
Richard Linklater sta girando il suo film più ambizioso, così ambizioso che non sarà pronto prima del 2040 È un adattamento del musical Merrily We Roll Along di Stephen Sondheim e per il momento sono ne state girate tre parti su nove.
Il 50 per cento dei Gen Z dice che evita di ballare in pubblico per paura di essere ripreso e diventare virale Quasi un ragazzo della Gen Z su due evita di ballare in pubblico per paura di essere filmato e finire sui social. Lo dice un sondaggio di LifeStance Health, secondo cui la FOMO ha lasciato il posto alla paura di diventare content senza volerlo.
Dopo 188 anni si è finalmente scoperto il luogo in cui è stata scattata la prima fotografia della storia a ritrarre degli esseri umani Nel 1838 Louis Daguerre voleva fotografare un boulevard, ma sulla lastra rimasero impressi anche due sconosciuti: un lustrascarpe e il suo cliente. Quasi due secoli dopo, tre registi hanno ritrovato il punto esatto in cui si trovavano, e ora una targa li ricorda.
Il poliziotto che aveva provato a infiltrarsi nelle chat degli studenti francesi usando il messaggio «Bismillah, c’est les ténèbres» è stato scoperto perché prima di inviarlo si è geolocalizzato nella stazione di polizia Il misterioso utente "Moussa-tenebreu" ha destato qualche sospetto quando si è scoperto che stava postando dal commissariato di Aix-en-Provence.
Romain Gavras ha detto che dopo aver visto le versioni AI del video di Storm di Yung Lean si è talmente depresso che gli è venuta voglia di mollare tutto e andare a coltivare le olive in Grecia C’è qualcosa nell’imperfezione dell’umanità, e nella vita interiore di chi balla o anche solo di chi fuma una sigaretta, che nell'AI ancora non c’è. Ma chi c**** lo sa cosa succederà tra un anno». ha detto, commentando le brutte imitazioni del suo video.

Chi sono i veri europei?

Secondo nuovi studi l'Europa preistorica fu scossa da «drammatiche migrazioni su vasta scala», con ondate di nuove popolazioni che soppiantarono le precedenti.

24 Maggio 2016

Nel suo bellissimo documentario del 2010, Cave of Forgotten Dreams, Werner Herzog ipotizzava che le pitture rupestri della grotta Chauvet, nel Sud della Francia, testimoniassero la «nascita dello spirito umano» circa trentamila anni fa. C’è un che di rassicurante in questa tesi, suggestiva e forse un po’ troppo euro-centrica: l’animo umano è cosa antichissima, è nato da queste parti, e noi siamo custodi di quella meravigliosa invenzione, tramandata di generazione in generazione. Oggi però sappiamo che la popolazione che ha dipinto la grotta Chauvet è stata spazzata via dalla storia e sostituita da una nuova popolazione, che insomma non siamo discendenti loro bensì dei popoli immigrati più recentemente. Sappiamo, cioè, che la storia dell’Europa preistorica e delle sue popolazioni è più dinamica – e più drammatica – di quanto non si pensasse, fatta di invasioni, transizioni brusche, genti che scompaiono, e nuove che le sostituiscono. Questo, per lo meno, il quadro dipinto da un recente studio di una squadra di genetisti e paleo-antropologi dell’Istituto Max Planck, che prova a ricostruire la storia dell’Europa dell’Età della pietra da un punto di vista genetico e non soltanto archeologico-culturale.

Circa 45 mila anni fa l’Homo sapiens è giunto nel nostro continente, che a quel tempo era già abitato dai Neanderthal, e per millenni ha convissuto con essi, fino a soppiantarli gradualmente (in parte, imparentandocisi, tanto che tracce di Dna Neanderthal perdurano negli europei moderni): questo già lo si sapeva. La novità riguarda invece le culture e le popolazioni di sapiens successive. Dall’arrivo della nostra specie, si succedettero una serie di culture paleolitiche diffuse in diverse zone del continente: la cultura aurignaziana (quella della grotta Chauvet, appunto, fiorita tra i 45 mila e i 30 mila anni fa), la cultura gravettiana (grandi cacciatori di mammut, come nei libri per bambini, apparsa circa 33 mila anni fa) e successivamente la cultura magdaleniana (comparsa intorno a 19 mila anni fa, anche loro avevano una caverna che li ha resi celebri ai giorni nostri: la “Signora Rossa” di El Mirón, in Spagna).

FRANCE-PALEONTOLOGY-CHAUVET-REPRODUCTION

Fino a poco tempo fa, come ha spiegato The New Scientist, si tendeva a leggere questi cambiamenti culturali come «il risultato di diffusione di nuove idee tra una popolazione stabile». È un modo di pensare tipicamente storico, come a dire: quando le popolazioni mediterranee si sono “ellenizzate” non sono mica state fisicamente rimpiazzate dai greci, semplicemente hanno fatta loro una cultura dominante; dunque non si vede perché in altri casi debba essere differente.

Gli studi genetici condotti dal Max Planck, però, offrono una lettura radicalmente diversa: i cambiamenti culturali non riflettono una diffusione di nuove idee (e dunque culture) bensì l’arrivo di nuove popolazioni, che in alcuni casi hanno letteralmente rimpiazzato quelle precedenti. Nello specifico degli aurignaziani, cioè i pittori rupestri che tanto piacevano a Herzog, s’è scoperto che a un certo punto il loro Dna era scomparso quasi del tutto nel continente europeo, rimpiazzato da un ceppo completamente diverso, quello dei gravettiani. Il ceppo degli aurignaziani sopravvisse però in Spagna, e da lì si espanse nuovamente circa 14 mila anni fa.

Dunque la loro vicenda, sempre stando alla ricostruzione degli studiosi del Max Planck, non è quella di un’estinzione totale, ma riflette una storia del Paleolitico europeo segnata da «molti episodi di ripopolazione e di drammatiche migrazioni su scala vasta, in un’era in cui il clima stava cambiando radicalmente», ha dichiarato David Reich, genetista di Harvard tra gli autori della ricerca. Altro dato interessante, però, nessuno tra gli esemplari più antichi dei sapiens analizzati, cioè tra quelli più vecchi di 37 mila anni, condividono Dna con gli europei moderni. In altre parole, dei primissimi umani che si stabilirono nel continente 45 mila anni fa non resta alcuna traccia genetica: sono svaniti nel nulla, rimpiazzati da qualcun altro, e quel qualcun altro siamo noi.

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S’è molto discusso in queste settimane, e indipendentemente dalla ricerca qui citata, del rapporto tra antropologia e xenofobia. O più precisamente di quello che l’antropologia potrebbe insegnarci sul nostro timore, più o meno atavico (non tutti sono d’accordo infatti), dello straniero, del diverso. Per Einaudi è uscito da poco una raccolta di saggi curata dall’antropologo Marco Aime intitolata Contro il Razzismo, cui un altro antropologo, Adriano Favole, ha dedicato un’interessante riflessione su La Lettura. Questa la tesi: spesso siamo tentati di leggere il razzismo e la xenofobia in termini di «istinti tribali», ma si tratta di un duplice errore. Prima di tutto perché c’è poco di istintivo, cioè di «naturale», nell’odio del diverso, che molto spesso è anzi un elemento costruito dalle società organizzate, «fomentato da ideologie e strumentalizzazioni». Poi perché non tutto ciò che è tribale implica necessariamente una conflittualità con chi non appartiene alla tribù: si può essere molto legati a un piccolo gruppo senza per forza respingere gli esterni.

Sulla falsariga di quest’ultimo ragionamento, negli Usa è uscito per Harper Collins il volume Tribe, del noto saggista Sebastian Junger, dove si lamenta la disgregazione della società moderna a causa della perdita dei valori tribali “buoni”, cioè quell’attaccamento dell’uomo per l’uomo che nel Diciottesimo secolo spingeva i coloni bianchi rapiti dai nativi americani a rifiutarsi di tornare alla civiltà occidentale: non era una specie di Sindrome di Stoccolma, ma un fascino autentico per queste piccole comunità coese. Il saggio di Junger è stato duramente criticato proprio perché i valori “tribali” non possono essere considerati “buoni” specie ai tempi del candidato Trump: «A me piuttosto pare che il tribalismo sia il problema dell’America moderna», ha risposto, tra gli altri, sul Washington Post lo scrittore Philip Caputo.

L’antropologia può aiutarci a capire perché la retorica di Trump contro i messicani e quella di Salvini contro i rifugiati fa presa sulle masse? Il dibattito corrente sembra essere diviso tra chi ritiene che è proprio il nostro retaggio tribale a spiegare la nostra vulnerabilità alla idee xenofobe, e chi invece sostiene che siano due questioni completamente separate: il tribalismo non è per forza cattivo, anzi è l’assenza dell’attaccamento alla tribù (cioè l’assenza di empatia) a renderci più ostili ai nostri simili. Forse però più dell’antropologia culturale, in questo caso può tornare utile l’antropologia fisica, quella che studia la biologia e persino la genetica. Se lo spauracchio dell’«invasione straniera» che rischia di «spazzarci via» ha tanta presa, forse, è anche perché in un passato assai remoto, e in condizioni estremamente più drammatiche e difficili di quelle di oggi, migrazioni di massa che hanno spazzato via popolazioni precedenti ci sono state; e di queste nella parte più primitiva del nostro cervello qualcosa è rimasto.

Una riproduzione della grotta Chauvet aperta ai visitatori: 2015 (JEFF PACHOUD/AFP/Getty Images)
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