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I politici italiani hanno imparato a usare Instagram?

Com'è cambiato il modo in cui i politici italiani usano la piattaforma? Ne abbiamo parlato con Filippo Sensi, ex spin doctor di Renzi, oggi deputato.

di Laura Fontana

A un anno da questo articolo, com’è cambiato lo scenario della comunicazione politica italiana su Instagram? Intanto, IG è passato da 16 a 22.3 milioni di utenti iscritti in Italia, l’IGTV ha appena compiuto un anno, mentre le stories ne compiranno tre ad agosto. Quest’ultime hanno continuato a crescere in maniera esponenziale replicandosi anche su altre piattaforme, senza sottostare alla logica degli algoritmi.

Dal punto di vista politico è stato un anno tumultuoso, tra riforme, sbarchi, contratti di governo, scontri culminati con le elezioni europee, che hanno visto la Lega sfondare il 32%, il Movimento 5 Stelle galleggiare sotto il 20%, con un rafforzamento di Fratelli d’Italia e una leggera ripresa del Partito Democratico, che nel frattempo dopo le primarie ha cambiato segretario. Nella tabella sottostante si può osservare come lo scenario politico appena descritto in qualche modo rifletta la crescita dei follower dal 2018 al 2019 dei politici italiani più seguiti sulla piattaforma. Oltre al successo elettorale, Matteo Salvini è l’unico ad aver superato il milione di follower su Instagram. Numeri sicuramente notevoli ma l’impressione è che Salvini abbia smesso di abitare nel mondo reale per stare solo su quello virtuale. Lo aveva detto anche Elisa Isoardi in un’intervista al Venerdì di Repubblica: «Lui ha vissuto sui social. È diventato ministro con Instagram». La Isoardi, che a novembre lo aveva pubblicamente lasciato postando proprio «una foto di una delicatezza estrema».

Instagram Follower 2018 2019
Matteo Salvini 520.000 1,5M
Luigi Di Maio 385.000 813.000
Giuseppe Conte apertura account 417.000
Giorgia Meloni 75.000 312.000
Alessandro Di Battista 173.000 238.000
Silvio Berlusconi 142.000 191.000
Matteo Renzi 135.000 188.000
Nicola Zingaretti n.r. 65.000

 

Eppure, c’è stato un cambio di marcia nelle rubriche del piano editoriale di Salvini: c’è meno cibo (circa 2 post dedicati, tra i 100 pubblicati in una settimana) e meno pollicioni alzati. C’è più tricolore, sforzi per spingere l’agenda politica del Ministero (soprattutto sulla questione degli sbarchi) e rilancio di articoli che ne parlano. Ci sono più foto di Salvini su un palco durante un comizio e selfie solo se in compagnia di ammiratori ed elettori. Ciononostante, i post con più engagement sono quelli in cui mangia, parla dei fatti suoi e ritorna all’antico ruolo di fomentatore di hater. La sensazione è che sia rimasto incastrato nel suo ruolo di influencer, il cui compito principale è quello intrattenere gli utenti. Se si va a vedere la crescita dei follower dei profili dei partiti infatti, la Lega (che anche nella scelta del nome si identifica col suo rappresentante) si piazza al secondo posto con numeri insignificanti rispetto a Salvini, dietro al M5S che comunque ha da sempre una forte base sui social. Nella tabella sottostante, il numero dei follower a giugno 2019 dei principali partiti politici italiani. Ho mostrato questi dati a Filippo Sensi, Nomfup sui social, «l’Alastair Campbell italiano» e «l’inventore della slide nella comunicazione politica» per i media tradizionali, ex spin doctor e portavoce di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, attualmente deputato alla Camera. Ci incontriamo in una giornata rovente vicino ai lucchetti di Ponte Milvio, tra i mucchi di spazzatura che appestano l’aria di Roma Nord.

Instagram Follower 2019
Movimento 5 Stelle 277.000
Lega – Salvini Premier 113.000
Partito Democratico 63.100
Forza Italia 35.900
Fratelli d’Italia 35.000

 

Onorevole Sensi, i dati parlano chiaro: un commento anche alla luce dei risultati delle europee.
Riflettono abbastanza fedelmente le dinamiche che conosciamo. Alcuni salti sono impressionanti: quello di Salvini è tanta roba. Ma si vede anche la forza comunicativa della Meloni: è stato fatto un grande lavoro su di lei che l’ha premiata su Instagram e alle elezioni. Mi sorprende il dato su Di Maio per via di un 2018 non brillantissimo. Non so se i social network anticipino o fotografino la realtà, se ne diano un’istantanea credibile. Sicuramente premiano chi li sa usare ma è più facile che emerga una personalità che un intero partito. Il planning su Instagram per un partito politico è molto più complicato.

E il Partito democratico? Le faccio vedere una tabella ad hoc. L’unico ad aver superato i 100k follower rimane Matteo Renzi.

Instagram Follower 2019
Matteo Renzi 188.000
Nicola Zingaretti 65.000
Maria Elena Boschi 45.500
Paolo Gentiloni 43.700
Maurizio Martina 19.900

 

Avevo già notato i numeri del Pd, la provocazione non mi è sfuggita! Sicuramente abbiamo avuto un anno complicato alle spalle, faticoso con la campagna elettorale per la leadership, le primarie, un lungo stallo e poi la sconfitta elettorale. Ci sono grandi margini di miglioramento su ogni social network, il lavoro è appena iniziato. Maria Elena Boschi sta facendo un ottimo lavoro su Instagram, riconoscibile, con un racconto quotidiano delle sue scelte politiche e un’estetica che si concentra su di lei. Nella tua tabella però non hai considerato i sindaci del Pd, che hanno numeri interessanti anche se non così alti. Innanzitutto, Giuseppe Sala (68.400) e poi Dario Nardella (24.800). Numeri non esagerati ma interessanti, che vanno sommati, rientrano all’interno di un ecosistema, veicolano con estrema efficacia il messaggio sul territorio.

Una sorta di micro-influencer della politica.
Esatto, non puntato alla notorietà, ai numeri stratosferici. L’importante è stabilire un dialogo giornaliero col loro territorio, la riconoscibilità in certi valori, la fiducia. Vorrei anche parlare del lavoro che abbiamo fatto a Palazzo Chigi con Roberta Maggio: è stata la prima non solo ad aprire i canali ma a fare un lavoro ingegneristico dando il ritmo, scandendo i tempi, strutturando i piani editoriali. Con un tono poi molto pulito, non autoreferenziale, educato, sobrio. Ha creato un format poi seguito anche dagli altri Ministeri.

Invece, su quali punti chiave costruirebbe oggi la nuova strategia social del PD?
Mi vengono in mentre tre parole chiave che vado a spiegare. La prima è autenticità. Ovviamente non come cliché, ma come qualcosa strettamente connesso alla propria identità, che sappia ispirare, quindi coinvolgere, emozionare. Che poi è quello che funziona sui social. Bisogna far attenzione e distinguere la persona dal personaggio e poi bisogna aderire più alla prima che essere schiavi della seconda. Ormai ci sono personaggi che hanno dimenticato che persone erano e che identità avevano.

Si riferisce a Matteo Salvini?
Sì, è stato fagocitato dal suo stesso personaggio. E quando succede non è mai un bene, no?

Gli altri due concetti invece?
L’esserci. Il Dasein. L’andare lì. Ma lì, dove? Lampedusa, Verona… quanti lì dovremmo presidiare? Ci dicono «Siete tanti, fatelo. Siete pagati per questo». Ci dicono anche: «Siete qui perché in campagna elettorale, volete solo il nostro voto». Eppure, bisogna esserci, è quello che ci viene richiesto ed è quello che dobbiamo continuare a fare. È stato bello andare una settimana dopo a Casal Bruciato con il segretario, magari non ha fatto tanto rumore, ma è stato apprezzato. Infine, l’accountability, la responsabilità. La capacità di rispondere dei propri comportamenti, il prendersi cura non perché si deve ma perché si può. Oggi si sentono sempre lamentele sulla mancanza di autorevolezza da parte dei politici. Non è vero e bisogna smettere di pensare che la politica sia chiusa in un palazzo: non ci sono politici-monadi in un iperuranio. La politica non è distante, il Pd lo dimostra continuamente coi suoi sindaci.

Dicevano di lei: il genio della comunicazione politica italiana. Ora lo dicono di Luca Morisi.
Non parlo di Morisi, parlo di me. Non è vero che sono stato un genio. E a proposito di accountability, mi prendo le mie responsabilità. Ci sono state vittorie, ci sono state concenti sconfitte, ci sono stati errori e io me ne prendo totalmente la responsabilità. Comunque, non si è un giorno geni e il giorno dopo pippe totali. Nella vita come nella politica, esiste la forza di gravità che ti riporta a terra. Esiste anche la chimica: si cambia attraverso dei processi. Un calciatore talentuosissimo può diventare un buon manager. Se uno si ipostatizza a quando era genio, non ha capito un ca**o della vita. Per tornare al discorso dell’autenticità, finiresti per somigliare al tuo personaggio, ma non a quello che sei.

E la “Bestia”? Che per quanto mi riguarda è semplicemente il modo esoterico-accattivante con cui Morisi chiama il suo team social compresi i tool di social listening e social analytics che ogni team social usa.
Uh, la Bestia! Ma c’è sempre stata questa cosa dell’esoterismo e dei tool. Ai tempi di Tony Blair c’era Excalibur, il database con fonti di stampa aperte e il Teledrin con cui la sua squadra agiva in tempo reale. Uno ha la Bestia che mangia i cavalieri, l’altro la Durlindana con cui uccidere le bestie. Ma la verità è che a contare è la squadra: più gente hai e con uno schema di gioco efficace, meglio andrà. La Bestia è solo un alibi perfetto per non fare con diligenza il proprio lavoro, la scusa per dare la responsabilità a qualcun altro, “ah, l’ha detto la Bestia!”. Mi viene in mente quella battuta di Alberto Sordi “C’ho avuto ‘a malattia, vostro onore!”. La Bestia è ‘a malattia.

Tra partiti politici e influencer: qual è il modello a cui la sinistra dovrebbe tendere? Chiara Ferragni? Alexandria Ocasio-Cortez?
Si può imparare molto da Chiara Ferragni, è il suo modo di fare e per quello va bene. Le corrisponde e non è costruito (autenticità!). Si può imparare molto da AOC: adoro il lavoro che fa in commissione che è il posto più negletto, oscuro, incomprensibile della politica, che tutti si immaginano lardellato di marchette, interessi, scambi. Lei riesce a rendere accattivante e comprensibile la commissione, il posto meno sexy della comunicazione politica. E poi, il suo rap! Lei non parla, rappa, ha il ritmo, ha… il flow! È un talento naturale.

E c’è qualcuno così in Italia?
Scusami se sono di parte ma Matteo Renzi è un talento naturale. Puoi pensarla o non pensarla come lui, ma è un talento politico. Non si può pensare che nel calcio ci siano talenti, in musica anche e in politica no. In America si direbbe: è un natural.

Su quali canali social punterebbe? Le stories?
Una campagna intelligente che ho visto è quella di Matteo Biffoni, a Prato. Ha usato le stories ma di WhatsApp. Ecco, WhatsApp è un posto dove investirei soldi per un certo tipo di campagna e di messaggio politico. Un posto ancora poco esplorato ma ancora più intimo delle stories di Instagram.

Ultima domanda: ai Millennial e ai giovani della Generazione z piacciono l’estetica socialista, i meme sul comunismo. Opportunità da cogliere per la sinistra così come hanno fatto a destra?
Sì, la sinistra ci ha fatto attenzione, è bello che cresca la consapevolezza e l’attivismo. Io personalmente adoro tutta questa parte non ufficiale. Non c’è un corrispettivo a sinistra dell’alt-right (per fortuna) ma un fronte più composito, eterogeneo… ad esempio il fronte ambientalista. Ma non vorrei irreggimentare del tutto questi fenomeni: sono un cultore dell’inatteso, dell’imprevisto, soprattutto sui social.