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12:20 lunedì 17 agosto 2026
Il più grande baobab del Madagascar sta morendo e la causa della sua morte (ovviamente) è la crisi climatica Ha vissuto per più di mille anni. Poi sono arrivate le piogge eccessive e le infezioni fungine. E adesso non c'è più niente da fare.
Il nuovo film di Jonathan Glazer è un documentario girato con una videocamera dai bambini di Gaza, dell’Ucraina, del Sudan e dello Yemen , questo il titolo scelto da Glazer per il film, verrà presentato al prossimo New York Film Festival.
La foto più bella e difficile dell’eclissi solare l’ha fatta uno skater Lui si chiama Danny Leon e molto probabilmente la sua foto vi è apparsa nel feed. Scattarla è stata una vera e propria impresa.
David Byrne ha fatto una playlist da ascoltare solo e soltanto quando si va in bici Una selezione di 40 canzoni, scelte con un criterio estremamente byrdiano.
Anche l’Accademia svedese ha fatto la sua lista di libri per l’estate, composta tutta da Premi Nobel per la letteratura, ovviamente Cinque libri, cinque autori e autrici, con una brevissima recensione a spiegare perché vale la pena portarseli in vacanza.
In Spagna c’è un hotel in mezzo al nulla, senza Wi-Fi né tv, che si può prenotare solo spedendo una lettera scritta a mano E aspettando una lettera di conferma altrettanto manoscritta. È l'hotel El Elevador a El Hierro, la più piccola e meno visitata delle Canarie.
Un gruppo di scienziati ha creato una nuova AI appositamente per trovare tutte le opere d’arte trafugate dai nazisti ancora disperse L'AI si chiama Provenance Assistant e a lei è andato l'ardua compito di ritrovare 100 mila opere rafugate di cui si sono perse le tracce.
Iberia, la compagnia aerea di bandiera della Spagna, ha organizzato un volo speciale per “inseguire” e trasmettere in streaming l’eclissi solare del 12 agosto Si tratta della prima eclissi solare totale visibile dalla Spagna continentale dal 1905. Come si può capire, c'è una certa attesa attorno all'evento.

La strana Fashion Week di New York

In un momento molto difficile della città, la settimana della moda sembra non aver risolto quei problemi che da sempre la caratterizzano.

17 Settembre 2020

Non è certo tornata alla normalità, New York. Mentre si discute sulla sua morte, che per il critico d’arte Jerry Seinfeld è piuttosto uno stato di sonnolenza, la città deve affrontare una ripartenza non facile, con i ristoranti ancora aperti solo all’esterno e i sindacati degli insegnanti che chiedono di ritardare l’inizio della scuola. Nonostante questi presupposti, dal 14 al 16 settembre si è tenuta la New York Fashion Week dedicata alla collezioni Primavera Estate 2021: un ibrido di eventi digitali e fisici, che si sono tenuti negli spazi esterni degli Spring Studios, a TriBeCa, e con una manciata di invitati. Tom Ford, Presidente del CFDA, recentemente affiancato da Cassandra Diggs per provare a colmare il grande vuoto dell’industria sul tema dell’inclusività, l’ha detto chiaro e tondo, lui che solo sei mesi fa sfilava a Los Angeles per stare più vicino al red carpet degli Oscar, ma ora «bisogna cercare di far tornare i marchi americani a sfilare a New York».

Troppo tardi? Forse. Negli ultimi anni sono scomparsi dal calendario Calvin Klein, assente dalla dipartita di Raf Simons, Marc Jacobs, Instagram-star della quarantena che pare essersi preso una pausa dal solito ritmo, con la collezione autunnale che non è stata prodotta – troppi pochi ordini – e nessun annuncio su quella primaverile. Manca anche Alexander Wang: già qualche stagione fa lo stilista aveva scelto di presentare le sue collezioni a dicembre e a giugno (invece che a settembre e a febbraio) per avvicinarsi alle tempistiche di immissione della merce in negozio. Sul tema si è dibattuto molto negli ultimi mesi, da una parte i protettori delle settimane della moda intese come istituzioni, dall’altra gli stilisti che puntualmente ogni mese si trovano a dover fare ogni tipo di compromesso con i compratori. E a New York, dove la settimana della moda appariva stanca già prima della pandemia, Michael Kors, Proenza Schouler, Brandon Maxwell, Tory Burch e Prabal Gurung sono già andati per la loro strada, decidendo di presentare virtualmente le loro collezioni più avanti, nel mese di ottobre.

Chi ha scelto invece di partecipare a questa strana (e corta, quattro giorni invece che dieci) fashion week sono soprattutto i brand emergenti, supportati dal CFDA che con il progetto Common Thread ha raccolto per loro 4,9 milioni di dollari dall’inizio della pandemia. Ma sfilare, o presentare, comporta dei costi molto alti per la maggior parte dei marchi, in particolare i più piccoli, e oggi più che mai deve valerne la pena. Investire, dunque, in cambio di visibilità: se un grande brand può permettersi di puntare sul calendario e scegliere un giorno qualsiasi per cercare di attirare l’attenzione di milioni di utenti e consumatori, quelli più piccoli invece hanno maggiori possibilità se inseriti in una struttura più grande. Anzi, due, per buona pace degli addetti ai lavori che ora rimpiangono le ore in mezzo al traffico mentre lottano con bug delle app e calendari multipiattaforma. C’è la neonata Runway360, gratuita per i marchi, voluta proprio dal CFDA e che vede American Express come socio fondatore, e c’è poi Vogue Runway, ex Style.com, croce e delizia di Condé Nast, l’app di Vogue US, fresca di restyling e con alte aspettative di ricavi pubblicitari. Ci prova, nonostante tutto, anche TikTok, con i soliti troppi hashtag – TikTokFashionMonth, #GetTheLook e #Fashion101 – e i marchi più giovani (o giovanili) che provano ad attirare un nuovo pubblico attraverso contenuti su misura.

Potrebbe essere stata, dunque, la rivincita di Jason Wu, ex emergente che durante le scorse edizioni aveva faticato a posizionarsi tra i grandi e che invece ha aperto con una sfilata dal vivo largamente promossa dagli organizzatori (l’agenzia IMG) e supportata da sponsor poco convenzionali (come l’azienda Lowe’s Home Improvement, che si è occupata di tutto il set). Si sono fatti notare anche una nuova generazione di marchi, che segnano due possibili strade per la moda americana di domani: quella politica, con Chromat, Collina Strada e Imitation of Christ, che comunicano attraverso l’immagine e le parole piuttosto che attraverso gli abiti, e quella più commerciale, con ADEAM e Khaite. Se non lo sarà a livello di coinvolgimento di pubblico – i numeri delle fashion week digitali dello scorso luglio fanno pensare che sia impossibile raggiungere un certo standard senza la presenza degli unici veri amplificatori contemporanei, gli influencer – questa New York Fashion Week potrà invece essere considerata quasi una sorta di laboratorio, senza quelli dell’ultimo anno che ti rubano gli strumenti.

Non era ancora il tempo, infine, per provare a rimettere in sesto i gala, le premiazioni, le star con i look delle collezioni Couture, gli sponsor e tutto il resto. Dove Venezia ha tentato di mettere in piedi un red carpet, illuminato solo dalle due dive internazionali e troppo pieno di influencer e tronisti, New York ha scelto di aspettare. I CFDA Awards sono stati ridotti a un breve video di annuncio condotto da Tom Ford, dopo che le nomination di quest’anno erano stati duramente criticate da Vanessa Friedman sul New York Times, perché concentrate sui soliti nomi (tra cui quello dello stesso Ford, già vincitore anche del premio alla carriera, in due categorie) e poco inclusivi. Di conseguenza oppure no, designer afroamericani si sono portati a casa tre premi su cinque: Kerby Jean-Raymond di Pyer Moss quello per la moda maschile, Telfar Clemens per gli accessori, Christopher John Rogers quello per il talento emergente. Unica donna a vincere e Gabriela Hearst, per la moda femminile, mentre i premi internazionali sono andati a Pierpaolo Piccioli e Kim Jones. Quanto a rilevanza nel settore, però, la settimana della moda di New York non sembra aver risolto i suoi problemi.

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