Industry | Coronavirus

La moda si può fermare?

È la domanda che si fanno gli addetti ai lavori nel bel mezzo della pandemia. E che pone alcune interessanti questioni per il futuro del settore.

di Silvia Schirinzi

Una modella sulla passerella di Balenciaga durante le sfilate di Parigi per l'Autunno Inverno 2020

Quando il governo ha annunciato il primo pacchetto di aiuti per le aziende colpite dall’emergenza Coronavirus, quelle della moda non erano contemplate o lo erano solo in parte. La Camera della Moda si è immediatamente mossa con una serie di proposte (si possono leggere qui) a sostegno di un settore che, e sembra quasi parossistico doverlo ricordare ogni volta, non solo è la seconda voce dell’economia italiana, ma rappresenta anche la filiera tessile e artigianale fra le più importanti al mondo, formata perlopiù da piccole e medie imprese indipendenti (perché siamo italiani) eppure legate l’una all’altra (sempre perché siamo italiani), un tessuto frammentato che negli ultimi anni aveva ritrovato uno slancio di coesione che faceva ben sperare per il suo futuro. Al decreto Cura Italia mancano ancora quei provvedimenti strutturali che possano aiutare la moda italiana a rimettersi in piedi dopo questo disastroso inizio di 2020, e la speranza delle associazioni di categoria è che verranno contemplati nel prossimo, mentre una piccola parte della filiera si è riconvertita alla produzione di materiale tecnico sanitario, di cui il nostro Paese è oggi drammaticamente sprovvisto.

La cronica difficoltà di questo settore a dialogare con le istituzioni è sempre stato oggetto di dibattito e ce ne accorgiamo ancor di più in questi giorni in cui non facciamo altro che leggere come il virus cambierà il mondo, o di come l’abbia già cambiato. E c’è chi, come il presidente della Camera dei Buyer Francesco Tombolini, in una molto dibattuta intervista al Corriere della Sera dello scorso 23 marzo propone «di arrestare e rallentare il sistema per sei mesi e ottenere una nuova calendarizzazione che riesca a dare a tutti gli investitori il tempo e le risorse per risistemarsi, alle aziende e agli stilisti il giusto periodo per riorganizzare team e filiere e alle aziende il tempo di vendere le enormi rimanenze rimaste». In fondo anche le Olimpiadi di Tokyo, che sono state annullate e si disputeranno nel 2021, avranno 2020 nel logo e più di qualcuno inizia a chiedersi se non sia il caso di applicare la stessa logica anche alla moda. Intanto le sfilate maschili di giugno sono state cancellate (a Parigi, insieme a quelle couture) o rimandate (a Milano, si terranno a settembre con quelle femminili) e da più parti si iniziano a sperimentare nuovi format, dagli showroom digitali alle presentazioni in streaming, per colmare la distanza fisica (Camera della Moda l’ha fatto a gennaio e febbraio per coinvolgere buyer e giornalisti cinesi bloccati dal virus) e permettere al settore di sopravvivere alla pandemia. Ma anche, in qualche modo, per prepararlo al suo futuro prossimo, che non esiste più in forma di possibilità o scenario, seppur a breve termine come quelli formulati negli ultimi anni, ma è già in atto.

Oltre ai problemi alla catena di produzione e distribuzione, quando ritorneremo alla normalità bisognerà infatti fare i conti con un nuovo stravolgimento delle abitudini d’acquisto, che in molti prevedono usciranno profondamente cambiate dall’esperienza della quarantena e del blocco delle attività. Lo spiegano alcuni esperti al South China Morning Post: «Le persone hanno paura e quando è così, entrano in modalità di sopravvivenza, ha affermato Jesse Garcia, psicologa dei consumi di base a Los Angeles, che è anche Ceo della società di consulenza My Marketing Auditor. Le vendite al dettaglio ad Hong Kong hanno toccato calo record del -44 per cento a febbraio e tali cifre dovrebbero solo peggiorare, con previsioni di vendita che crolleranno tra il 30 e il 40 per cento nella prima metà dell’anno, secondo la Hong Kong Retail Management Association». A differenza delle crisi del passato, gli “shock” da Coronavirus potrebbero perciò essere molteplici e dilazionati nel tempo, motivo per cui il comportamento dei consumatori potrebbe subire ulteriori battute d’arresto. Fioriranno altri settori e ne periranno altri, come sempre accade, ma cosa può fare la moda oggi, per se stessa?

Nei dieci anni che ci siamo appena lasciati alle spalle essa ha già attraversato la progressiva perdita di centralità dell’abito nella società e l’affermarsi di nuovi modi di fare shopping, eppure è riuscita, anche se appesantita dal suo carrozzone novecentesco, a trovare altre forme di espressione e interpretazione di ciò che le succedeva intorno. Le collezioni per l’Autunno Inverno 2020, che abbiamo visto sfilare solo un mese fa, erano già piene di suggestioni su mondi futuribili, a partire dalle molte riflessioni sul cambiamento climatico (si pensi alla sfilata di Balenciaga, a suo modo profetica), ma l’immediatezza della crisi odierna ci costringe a un nuovo tipo di pragmatismo. Mai come in questo momento gli impegni sulla sostenibilità della filiera e le riflessioni sull’invenduto, l’accumulo e, più in generale, il “troppo” di cui è ammalata l’industria si fanno urgenti, e l’estrema volubilità del tempo che viviamo richiede uno sforzo immaginifico che proprio i creativi della moda, da sempre con le mani nella pasta del presente, possono reggere meglio di altri. Le preoccupazioni di oggi – sopravviverà solo chi ha budget? I piccoli scompariranno o i consumatori si orienteranno sempre più verso un acquisto consapevole, trasparente, infine politico? Le sfilate non ci saranno più? – devono dare il via definitivo a quei cambiamenti strutturali di cui ormai si parla da anni, compresa la possibilità di sapersi fermare. «Credo che a volte dare delle visioni vecchie a problemi nuovi significa essere autolesionisti. Al contrario, io credo che l’eresia sarà la futura ortodossia», ha detto sempre Tombolini a Fashion Network e il suo è un punto di vista da prendere in considerazione. Così che al momento della rinascita, che pure arriverà, la moda si faccia trovare pronta.

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