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07:44 sabato 7 marzo 2026
Ars Technica ha cancellato un articolo che condannava l’uso dell’AI dopo che si è scoperto che conteneva citazioni inventate dall’AI L'autore del pezzo si è scusato e ha detto che da ora in poi non si fiderà più delle citazioni suggerite da ChatGPT.
A distanza di due giorni l’una dall’altra sono spuntate due nuove opere attribuite a Michelangelo Una è un dipinto intitolato "Pietà Spirituali", l'altra un busto marmoreo del Cristo Salvatore. La storia della loro attribuzione al Buonarroti è piuttosto avventurosa.
L’agenzia meteorologica giapponese fa delle previsioni esclusivamente dedicate alla fioritura dei ciliegi Quelle di quest'anno dicono che i fiori sbocceranno con un certo anticipo rispetto al solito: i primi arriveranno tra meno di due settimane.
C’è una proposta di legge per inserire la gentilezza tra i parametri con cui l’Istat misura la qualità della vita Proposta che è arrivata in Parlamento e che sostiene che una società più gentile sia non solo moralmente migliore ma anche più ricca economicamente.
L’invito per la sfilata di Dior alla settimana della moda di Parigi è una sedia In miniatura ma pur sempre una sedia che rimanda alle Sénat, quelle utilizzate all'interno del Jardin de Tuilleries, location della sfilata.
In Artificial, il prossimo film di Luca Guadagnino, ci sarà la prima colonna sonora composta da Damon Albarn E ha spiegato che lavorare a questo film gli ha fatto capire che le intelligenze artificiali non saranno mai capaci di fare musica vera.
Il favorito per diventare il prossimo Presidente del Consiglio del Nepal è un ex rapper che non si toglie mai gli occhiali da sole Si chiama Balen Shah e la sua immagine è così legata a quel modello di occhiali da sole che nei negozi hanno preso a chiamarli "occhiali Balen Shah".
Il bene più a rischio a causa della guerra in Medio Oriente non è né il petrolio né il gas ma il fertilizzante Nella regione se ne produce moltissimo, la guerra ha già causato problemi logistici e aumenti dei prezzi che rischiano di stravolgere l'agricoltura mondiale.

A Milano, le sfilate sono tornate a essere performance

Le cose più interessanti viste sulle passerelle maschili.

15 Gennaio 2020

«Non voglio dare l’impressione di essere uno di quelli che vuole decostruire e distruggere il mondo degli uomini, al contrario voglio allargarlo. Il mio è un invito a guardarsi indietro, a recuperare qualcosa che si è perso crescendo». Così Alessandro Michele ha raccontato ai giornalisti la collezione con cui è tornato a sfilare a Milano, con «show per soli uomini», a cinque anni dal suo debutto, avvenuto nel gennaio del 2015 proprio durante la stagione della moda maschile. Lo show di Gucci chiude un’edizione di Milano Moda Uomo che è sembrata particolarmente piena di cose interessanti e lo fa con una collezione che serve a Michele per guardarsi indietro, a questi cinque anni in cui è diventato una delle voci più significative della moda, e agli anni dell’infanzia, filtrati con uno sguardo che non è quello che gli abbiamo attribuito finora. Non lo sguardo dell’uomo colto, e adulto, che vuole liberarsi di pesi, costrizioni e norme sociali, ma appunto quello del fanciullino, che quelle regole se le scrolla di dosso con la naïveté radicale indissolubilmente legata alla sua età anagrafica. Le cose che perdiamo crescendo, cristallizzate nelle giacchette, nei colletti leziosi, nei trench con le finte macchie di erba come se i modelli si fossero rotolati in un giardino immaginario e nelle scarpette con “gli occhi”, che a molti bambini sono state imposte controvoglia e che ora diventano un accessorio dalla facile popolarità, ricostruiscono l’idea che Michele si è fatto di un uomo «capace di ricontattare il proprio nucleo di fragilità, il tremore e la tenerezza», come si legge nel comunicato stampa che è distribuito all’ingresso ed è impaginato in un foglio protocollo, quasi fosse un compito di italiano delle elementari. Al centro del teatro scientifico ricostruito nella maestosa sala del Palazzo delle Scintille c’è però un enorme pendolo che si muove in maniera nevrotica, un accenno all’amato Foucault ma anche un elemento di disturbo, gigantesco promemoria del tempo che passa. «La moda è l’orologio del tempo più evidente e il tempo è un elemento costante nel mio lavoro. La messa in scena ricorda che il tempo non si ferma. Non era molto chiaro cosa facesse questo pendolo, a volte avevi l’impressione che andasse addosso ai ragazzi che camminavano, perché il tempo è invadente. Io ho un ottimo rapporto con il tempo, anche se a volte ci litigo» ha spiegato Michele, prima di concludere, «Io non sono nostalgico, so che fa ridere, ma in realtà è così: non mi aggrappo mai al passato, lo utilizzo solo quando credo ci siano delle cose interessanti».

Modelli durante lo show di Prada. Foto di Tullio M. Puglia/Getty Images

Se Michele riprende in mano il discorso sulla differenza sessuale, continuazione logica del suo lavoro sul travestitismo e la fluidità del genere, attraverso una dimensione – quella infantile – che è transitoria e irrecuperabile per definizione, Miuccia Prada invece ritorna a parlare di lavoro con una collezione precisissima, che si è svolta anch’essa in uno spazio dai contorni metafisici, che rimandavano a Giorgio De Chirico. La statua equestre costruita da Rem Koolhaas perché fosse bidimensionale, come quelle sorprese che si trovano nelle patatine, è posta al centro di una fittizia piazza italiana e funziona da parodia di una certa grandezza maschile – «non eroica», ha spiegato la designer – oggi perduta perché non allineata alla corrente storica, alla sensibilità, alle condizioni economiche. Così gli uomini-bambini di Miuccia, giovanissimi come la moda sempre li vuole, sfoderano uscita dopo uscita un campionario di formalità pradesca – le giacche in nylon, gli smanicati, le impunture a contrasto, gli stivali rinforzati – che vuole rimettere l’individuo, il suo saper fare, la sua collocazione sociale, al centro dell’attenzione, un po’ come aveva fatto a settembre, con feroce ironia, Demna Gvasalia da Balenciaga con i suoi modelli architetti, designer, insegnanti. Nella moda di oggi, il ritorno al workwear è sempre accompagnato da una buona dose di assurdità, perché il lavoro è disgregato, precario, assente, qui simboleggiata dalla statua senza ombra di solennità e dalla piazza attraversata convulsamente dai modelli che sfilano in più direzioni. Le sfilate sembrano appartenere a un’altra epoca, è vero, ma quando sono così performative riescono ancora a reclamare uno spazio di interpretazione che può raccontarci qualcosa del presente o, se non altro, offrire un punto di vista. Ritornare al lavoro e alle sue categorie può essere un pensiero confortevole, ma anche assurdo come una statua-cartonato, questo Miuccia Prada lo sa.

Modelli durante lo show-performance di Marni. Foto di Pietro S. D’Aprano/Getty Images for Marni

E a proposito di performance, la più bella della settimana è stata certamente quella orchestrata da Francesco Risso per Marni, che continua il suo percorso di crescita e riscrittura di un marchio che in molti, all’inizio, pensavano non fosse il suo territorio ideale. Invece il designer 37enne, assieme al collega di vita e di lavoro Lawrence Steele, sta costruendo stagione dopo stagione il suo universo di significati e il rave impazzito coreografato insieme all’artista Michele Rizzo si classifica come una delle sue prove più riuscite. Anche questa volta era il tempo il protagonista principale, che scandiva lo slow motion teatrale, l’incontro a rallentatore dei modelli performer su una passerella cancellata e l’accelerazione improvvisa così come la musica, e le droghe come quelle cui ammiccava l’invito, salgono. I capelli appiccicati sulla fronte, i pantaloni sproporzionati e le silhouette allargate per contenere e far muovere il corpo, i tessuti riciclati e rilavorati: l’elegante signora artsy che una volta comprava Marni non deve spaventarsi di fronte all’apparente difficoltà di questo nuovo corso. Ma a Milano sono stati giorni fruttosi, dicevamo, e la quantità di belle collezioni viste permette di tirare un bilancio positivo: vanno segnalati gli show di Ferragamo, Fendi e Zegna, a conferma di come questi marchi abbiano tutte le carte per affrontare il loro futuro, Giorgio Armani, ma anche Magliano, che meriterebbe molta più attenzione da parte della stampa, United Standard che questa volta ha scelto la formula giusta della performance statica, e Fabio Quaranta, bravo designer che avremmo voluto non si fermasse, ma che per fortuna è tornato. Funzionava anche la selezione dei designer scelti in collaborazione con il British Fashion Council e presentati allo Spazio 56 di via Savona: marchi giovanissimi, italiani, internazionali. Come vorremmo fosse Milano nel futuro.

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