Cultura | Libri

I libri del 2019

Le 10 migliori letture dell'anno per la redazione di Studio.

di Redazione

Prima di fare la lista dei migliori libri dell’anno, abbiamo controllato e ci siamo ricordati che è dal 2012 che facciamo questa classifica, divertente e anche un po’ imbarazzante leggere quelle lontane, ma se ne scopre l’utilità. Questo genere di liste funzionano come memoria storica di cose che probabilmente finiremmo per dimenticare (ci finiscono anche cose dimenticabili, ma perlopiù no). E si delineano a distanza di tempo, tendenze che poi si sono affermate, mode che poi sono svanite. Che anno è stato allora il 2019? Ci sono tendenze che emergono? Difficile in realtà tracciare un bilancio adesso. Più semplice riscontrare che i grandi scrittori riconosciuti (Houellebecq o Ellis) resistono al tempo che passa e che le piccole case editrici indipendenti (La nuova frontiera o Safarà) sono in grado di sfornare libri di livello assoluto alla pari delle grandi. Dieci libri è una lista per forza di cosa molto corta, e non troverete autori italiani: non per un’esterofilia pregiudiziale, ma semplicemente perché, pure se in redazione abbiamo letto e apprezzato un po’ di libri italiani usciti nel 2019 (Confidenza di Starnone o Carissimi di Letizia Muratori o Febbre di Jonathan Bazzi, per esempio) in questo stretto limite abbiamo preferito quelli presenti qui. Altri libri che sono stati fino all’ultimo in ballottaggio per entrare nella lista sono: Stagno di Claire-Louise Bennett (Bompiani), I cieli di Sandra Newman (Ponte alle Grazie), L’attrito del tempo di Martin Amis (Einaudi), Il giardino di Derek Jarman (nottetempo).

Bret Easton Ellis, Bianco (Einaudi)
trad. Giuseppe Culicchia
Gente che l’ha citato per settimane sui social. Gente che l’ha odiato senza mezze misure. Altri ancora che l’hanno stroncato senza evidentemente leggerlo. Ma è giusto così, è quello che succede ai libri che per qualche ragione diventano oggetto di dibattito: essere giudicati senza essere letti. Ai libri non succede quasi più. Ma Bret Easton Ellis ha sempre saputo come risvegliarci dal torpore. Con storie perturbanti, satire sociali, romanticismo e acutezza d’osservazione. In questo caso con un libro che è insieme una ricostruzione della sua educazione sentimentale, culturale e professionale, e una  eroica cavalcata contro quello spirito del tempo fatto di rivendicazioni identitarie, conformismo artistico e banalità social. “Bret Easton Ellis Takes On ‘Generation Wuss’”, titolava il Nyt. Suscitare ammirazione e risentimento nella stessa misura, se non è un libro dell’anno questo, difficilmente può esserlo qualcos’altro.

Valeria Luiselli, Archivio dei bambini perduti (La Nuova Frontiera)
trad. Tommaso Pincio
Un libro forse non completamente riuscito, eccessivo e stancante nella sua parte “fantastica”, ma che di sicuro ha fatto molto parlare di sé con toni di grande entusiasmo, non solo per il tema che lo attraversa da cima a fondo, che è quello del passaggio della frontiera tra Messico e Stati Uniti (che incarna le altre mille frontiere di quest’epoca) e dei bambini che si perdono attraversandola, ma anche per rappresentare emblematicamente lo stato dell’arte del romanzo nel 2019. Se abbiamo tanto parlato in questi anni di “romanzi ibridi”, Archivio dei bambini perduti è un esempio di ibrido-mondo, mettendo ambiziosamente insieme il libro di viaggio, la cronaca di una relazione sentimentale (molto più profonda di un Marriage story qualsiasi), la riflessione sul rapporto tra realismo documentario e finzione, il saggio di storia americana e persino la fiaba, e riuscendo ad accavallare tutti questi piani con una scrittura tesa come una corda, che a ogni pagina mostra una piccola scintilla, un pensiero rivelatore, una verità.


Michel Houellebecq, Serotonina (La nave di Teseo)
trad. Sergio Claudio Perroni
Come scrivevamo su Studio, ormai i libri di Houellebecq sembrano nati da un generatore automatico di romanzi di Houellebecq. Questo non significa che Serotonina sia meno potente degli altri: forse, il problema, è che conosciamo già fin troppo bene il tono di voce dell’autore, recentemente celebrato anche in Italia con un bel libro di interviste, articoli e testi inediti che ne rinsalda il ruolo di rockstar letteraria per eccellenza. Serotonina conserva intatte le caratteristiche per cui, negli anni, abbiamo riconosciuto la scrittura di Houellebecq: la capacità unica di descrivere la solitudine, l’apatia e la depressione, le sfumature più sordide dell’amore (e di contrasto quelle più pure), il sesso (dal punto di vista dell’uomo), il diritto di isolarsi e autodistruggersi come forma di libertà. Ma soprattutto la capacità di farci ridere, o meglio, sghignazzare, in collusione con i pensieri, le opinioni e le azioni dell’ennesimo personaggio orrendo e patetico: indomito nella sua indolenza, più che umano nella noia cosmica che lo affligge, catartico. Houellebecq sfodera tutte le sue armi, dando forma a un grande romanzo incentrato sul tema della sterilità, fisica e spirituale. L’importanza di Serotonina risiede anche in quello che potrebbe simboleggiare nella sua carriera. Cos’altro potrà mai scrivere dopo un’opera così sfinita, completa e finale? «Viene da chiedersi», scrivevamo, «se questo è un testamento, chi ne raccoglierà l’eredità. Un protagonista senza figli, un impotente depresso che si lascia consumare, suggerisce un auspicio abbastanza scontato».


Ottessa Moshfegh – Il mio anno di riposo e oblio (Feltrinelli)
trad. Gioia Guerzoni
Complice la bellissima cover, ideale per Instagram (è il Ritratto di giovane donna in bianco di Jaques-Louis David) il libro è diventato un oggetto di culto anche in Italia, dove è arrivato un anno dopo l’uscita in inglese. Qualcuno l’ha adorato, qualcuno l’ha trovato snervante e ripetitivo (colpa della protagonista e dei suoi claustrofobici loop mentali), qualcuno l’ha detestato (soprattutto a causa del finale): di certo non è passato inosservato. Ambientato soprattutto a New York nei mesi precedenti l’11 settembre, tra una galleria d’arte di Chelsea e un appartamento dell’Upper East Side, il libro è la storia, narrata in prima persona da una protagonista ventenne alta, magra, bionda, elegante, ricchissima, di un intero anno trascorso dormendo quasi tutto il tempo, grazie a una terapia farmacologica prescritta da una psichiatra di fiducia. Il New York Times ha tracciato un paragone con Patrick Bateman, ripreso da Valentina della Seta nell’intervista all’autrice per Studio, «In American Psycho erano vestiti e accessori, qui sono nomi di farmaci, veri e inventati: Ativan, Nembutal, Ambien, Xanax, Infirmiterol», mentre sul New Yorker Jia Tolentino ha definito Ottessa Moshfegh «la scrittrice migliore quando si tratta di raccontare cosa significa vivere quando vivere sembra orribile».

Sally Rooney, Persone Normali (Einaudi)
trad. Maurizia Balmelli
Il secondo libro della scrittrice irlandese Sally Rooney, che avevamo intervistato e fotografato per una delle due storie di copertina del numero 34 di Studio, è diventato una serie tv Hulu e Bbc di 12 episodi diretta da Lenny Abrahamson e Hettie Macdonald. Le riprese sono già in corso: per vederla dovremo aspettare la primavera del 2020. Come avevamo scritto sempre su Studio, questa volta parlando nello specifico di Persone Normal, Sally Rooney scrive di relazioni «che ci sembra di conoscere molto bene e di cui, allo stesso tempo, sentiamo la mancanza». Il libro è una storia d’amore ma anche un romanzo di formazione: lui è il figlio della governante, lei la ragazza più ricca della loro cittadina nella provincia irlandese, insieme sono una coppia che non sa stare insieme ma che insieme è cresciuta, portandosi il peso della presenza dell’altro per tutta la giovinezza, dal liceo al college all’Erasmus alle prime esperienze lavorative. Sally Rooney è forse la migliore scrittrice d’amore e di sesso della sua generazione (ha 28 anni), ma anche dell’egoismo e delle paure che intralciano molte relazioni contemporanee: attraverso i suoi dialoghi brillanti, tanto intelligenti da risultare quasi irritanti, riesce a descrivere il difficile rapporto tra mente e corpo, intelligenza e istinto.


Olga Tokarczuk, I vagabondi (Bompiani)
trad. Barbara Delfino
Il coraggioso e azzeccato premio Nobel a Olga Tokarczuk passa molto da questo libro strano e anche lui coraggioso, romanzo-non-romanzo che si può leggere con lunghe pause, abbandonandolo e riprendendolo più avanti, proprio per la sua struttura. I vagabondi è un volume fatto di centinaia di testi diversi nella struttura e nella lunghezza, nella trama e nella lingua, che parlano però di spostamenti. Che siano viaggi di piacere o migrazioni, abbandoni o tragitti di routine, il moto a luogo è il minimo comune denominatore. È un libro che sa essere pieno di curiosità e di sentimenti, può apparire talvolta un noir e talvolta un’enciclopedia. «Pur se costruito su una larga scala», ha scritto Adam Mars-Jones sulla London Review of Books, «le sue affinità sono più con miniaturisti come Borges e il Calvino delle Città invisibili». Altri paragoni sono stati fatti con Cioran e con W.G. Sebald: segno di un’identità fluida, sempre in trasformazione, sempre inaspettata.

Rachel Cusk, Transiti (Einaudi)
trad. Anna Nadotti
Superare Resoconto (Outline) come libro più contemporaneo della contemporaneità (e anche una delle nostre letture preferite degli ultimi anni) – titolo del New Yorker: “Rachel Cusk Gut-Renovates the Novel” – non era semplicissimo, tanto il primo libro della trilogia cuskiana sembra perfetto e ispirato, con neanche una virgola fuori posto. E infatti Transiti (Transit), secondo volume del trittico (a gennaio 2020 uscirà l’ultimo capitolo, Kudos, Onori), non è al livello del primo. Forse perché qui la protagonista Faye funziona meno come veicolo e orecchio per le storie che incontra e la voce è più concentrata sui suoi arrovellamenti. Resta il fatto, ed è la principale motivazione per la sua presenza in questa lista, che la Cusk riesce a scrivere pagine memorabili nel senso vero del termine, in un momento in cui tutto quello che leggiamo fugge via senza grossi ostacoli: la scena della conferenza letteraria, per esempio, o l’ultima, terribile, della cena in campagna. D’altra parte Transiti non può che essere libro dell’anno perché la Trilogia di Rachel Cusk rimarrà come l’installazione letteraria del decennio.

Michael Pollan, Come cambiare la tua mente (Adelphi)
trad. Isabella C. Blum
Un’entusiasta recensione sul New Yorker, poi una sul New York Times, certo, poi però anche una su Vogue, e anche sul semestrale di arte e moda 032c: non capita spesso che la copertura di un libro sia così ampia, eppure stupisce meno se parliamo di Michael Pollan. Come cambiare la tua mente è uno dei suoi libri più riusciti, un’esplorazione nei territori delle sostanze psichedeliche e nella sperimentazione medica che sfrutta il potenziale di tali sostanze. Non solo, anzi solo in minima parta, una storia della controcultura new age, ma soprattutto un lungo trip molto scientifico nelle potenzialità del Lsd per il miglioramento della vita, anche quotidiana, dell’uomo. Pieno, come sono sempre i libri di Pollan, di voci, di esperienze, di punti di vista, e di informazioni, passione e anche scetticismi. Se volete capire senza paure perché il medico tra dieci anni vi prescriverà della psilocibina, iniziate da qui.


Gerald Murnane, Le pianure (Safarà)
trad. Roberto Serrai
Il più grande scrittore in lingua inglese di cui non avete mai sentito parlare”, New York Times dixit, sbarca per la prima volta in Italia con un libro del 1982 che è anche il suo più famoso. «Impossibile descrivere i suoi libri in un paio di frasi», dice sempre il New York Times, che paragona The Plains, cioè appunto Le pianure, ai lavori di Italo Calvino. Proprio così, dal titolo e dalla biografia dell’autore (che non si è mai mosso dall’Australia e ha fatto il barista e ama il golf e i cavalli), ci si aspetterebbe realismo sporco, una saga della provincia australiana o qualcosa di simile, e invece ci troviamo davanti a uno dei testi più astratti, concettuali e cerebrali che ci sia capitato di leggere da anni. Una storia che prende sì forma nella lontanissima provincia australiana, ma che sembra frutto di una sequenza di immagini mentali frullate nelle spirali del linguaggio. Polveroso, enigmatico, difficile e con una forza impossibile da spiegare, quello di Murnane è di certo il romanzo più insolito e fuori dal tempo che potrete leggere quest’anno.

Daniel Kehlmann, Tyll. Il re, il cuoco e il buffone (Feltrinelli)
trad. Monica Pesetti
Non è un memoir intimo e strappacuore, non è una distopia sui nuovi nazionalismi, non è nemmeno un saggio sull’amore al tempo di Instagram: Il re, il cuoco e il buffone di Daniel Kehlmann sceglie di non seguire le ultime mode del libro e di raccontare l’Europa attraverso la Guerra dei Trent’anni, seguendo le gesta di Tyll Ulenspiegel, leggendario buffone girovago, ma anche quelle più tragiche di Federico V del Palatinato e di soldati di ventura circondati da palle di cannone e peste bubbonica. È da premiare per il ritmo di un’epica inaspettata e coinvolgente, ma soprattutto per l’originalità dell’ambientazione, azzeccatissima: l’Europa divisa in stati ringhiosi di questi anni ricorda fin troppo gli arroganti re, reucci e nobili minori di quei decenni tra i più neri di sempre. Ne sentiremo ancora parlare: nel 2020 diventerà una serie Netflix, e uscirà negli Stati Uniti dove, si immagina, sarà ricevuto con entusiasmo.

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