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Il nuovo, attesissimo, chiacchieratissimo romanzo di Rachel Cusk che potrebbe come non potrebbe parlare (male) di Natalie Portman Il romanzo si intitola Life of M, e in effetti le somiglianze tra il personaggio M e la persona Natalie Portman sono abbastanza innegabili.
I lavoratori dei musei di Venezia minacciano lo sciopero perché sono costretti a lavorare con 30° gradi al chiuso a causa dell’aria condizionata che funziona male o manca del tutto Una situazione così grave da portare al rischio di «spossatezza, crampi e colpi di calore» per i lavoratori, ai quali mancherebbe anche la formazione adeguata per affrontare questa emergenza.
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Bret Easton Ellis contro tutti

Cioè contro i social, la sinistra ossessionata da Trump, l’ipersensibilità dei millennial: abbiamo letto Bianco, in libreria dal 15 ottobre.

14 Ottobre 2019

Tra le tante cose che Bret Easton Ellis scrive nel suo nuovo libro, White, che dopo essere uscito negli Usa il 16 aprile scorso esce il 15 ottobre in Italia per Einaudi col titolo Bianco e la traduzione di Giuseppe Culicchia, ce n’è una che può essere presa come parte per spiegare il tutto: tra le caratteristiche della Generazione X, sostiene lo scrittore, c’è il non tenere particolarmente alla propria reputazione e questo, nell’epoca della cosiddetta «reputation economy», può rappresentare un problema.

Non ha pensato certamente alla sua reputazione Ellis, rilasciando, in occasione dell’uscita americana del libro, un’intervista al New Yorker fatta di mezze risposte e non si sa quanto frutto di una manina vendicativa, visto che, nello stesso libro per cui veniva intervistato, demolisce la postura dei liberal ossessionati da Trump di cui la prestigiosa rivista è certamente una delle voci. La media delle reazioni suscitate dall’intervista ha ridicolizzato lo scrittore californiano, giudicandolo un cretino o, nel migliore dei casi, una specie di disadattato che non sa badare a sé stesso, com’era già successo in passato per via di alcuni suoi tweet (che pure sono un argomento centrale del libro), e come spesso è successo a Ellis, che proprio per questo non tenere alla propria reputazione ha finito per essere macchiettizzato.

Tuttavia in Bianco, che sta a metà tra la raccolta di saggi e l’autobiografia, ed è il suo primo libro non fiction, il fatto che Ellis non sia né un cretino né un disadattato e che anzi, oltre a essere un grande romanziere, sia anche provvisto di un pensiero particolarmente limpido, consapevole, intelligente, controcorrente – cosa che tra l’altro ci fa balenare il lontano e irrecuperabile ricordo di quanto poco tranquillizzante dovrebbe  essere il pensiero di un intellettuale – viene dimostrato quasi a ogni pagina del libro, New Yorker consentendo. A cominciare dalle sue analisi sulla cosiddetta likeability – il paradigma dei social network che ci ha portati a creare una falsa proiezione di noi stessi improntata all’ipocrisia e al conformismo che lui paragona a una forma di «acting», di recitazione – per arrivare alla politica americana e appunto a quell’ossessione liberal per Trump che si fa materia psicoanalitica – «Barbra Streisand dichiarò ai media che stava ingrassando per colpa di Trump. Lena Dunham dichiarò ai media che stava dimagrendo per colpa di Trump. Dappertutto c’era gente che incolpava il presidente per i propri problemi e le proprie nevrosi» – e che ha come corrispondenza l’acritico sostegno a Bernie Sanders, la cui piattaforma è «impraticabile al limite dell’assurdità», passando poi per altre mille discorsi, tra cui acuminate riflessioni sulle identity politics – una lunga e ragionata stroncatura di un film come Moonlight, per esempio – raccontate da uno che fissa l’inizio della sua educazione sentimentale con American Gigolò (molto belle le pagine in cui analizza il film di Schrader come il primo esempio di oggettificazione maschile e di ingresso dell’immaginario gay nel mainstream).

Bianco è anche un libro ferocemente avverso ai millennial, a cui probabilmente non piacerà. Contro il suo fidanzato millennial e i di lui amici, che descrive come portatori di una pericolosa forma di superiorità morale. Contro il fenomeno tipicamente millennial dell’avvelenamento dei pozzi dell’arte con l’ideologia (“tipicamente millennial” in America ovviamente, visto che in Italia è il nostro pane dal Dopoguerra almeno). E contro la propensione millennial alla «reazione esagerata», alla «passivo-aggressività positiva», quella «millennials oversensivity», la chiama lui, determinata da un’infanzia iper-protetta. «Il fatto che qualcuno possa interpretare una battuta o delle immagini (un dipinto o persino un tweet) come sessista o razzista (al di là del fatto che lo sia) e quindi offensivo e intollerabile – con la conseguenza che nessun altro dovrebbe ascoltare, vedere o tollerare quella cosa – è una nuova forma di mania, di psicosi che la nostra cultura sta coccolando», scrive.

Mi chiedo se sia una questione di affinità generazionale allora se ho continuato a leggere le 270 pagine di Bianco facendo di sì con la testa. Probabilmente è uno dei limiti di questo grande scrittore, quello di aver saputo raccontare meglio di chiunque altro le illusioni e le disillusioni dei nati in quel quindicennio che sta tra la metà dei Sessanta e la fine dei Settanta, cosa che lo ha reso amatissimo ma anche profondamente incompreso dai fuori epoca. Ciò detto non è che poi dimostri di non capire quell’attuale, di epoca. Piuttosto sembra aver accettato con una forma di serenità la fine – o la lunga sospensione – della sua ispirazione romanzesca: perché ha potuto permettersi il lusso di non dover scrivere un romanzo ogni due anni (fenomeno che descrive come una forma di follia dell’editoria contemporanea), ma anche perché il romanticismo e la violenza, che erano gli ingredienti fondamentali del suo stile, non possono più descrivere questo di mondo, e la realtà più autentica per uno scrittore così attento alla “società” è diventata quella dei tweet e delle polemiche “culturali”.

Per gli appassionati di letteratura e per gli ammiratori dei suoi romanzi gli spunti sono comunque molti, a cominciare dallo svelamento della vita dietro le quinte della carriera di una delle ultime celebrità letterarie (che in una forma più mascherata era stata raccontata in quelle prime cinquanta bellissime pagine di Lunar Park): il successo precocissimo per una storia che aveva in testa sin da adolescente (Meno di zero), il famoso Literary Brat Pack, la vita nel condo di Manhattan (nello stesso palazzo dove viveva Tom Cruise, proprio come in American Psycho, di cui racconta lucidamente la gestazione), la serate passate a tirare coca, l’amicizia con le celebrità, i film, le riviste, gli scrittori amati e odiati. Come Joan Didion: considerata un modello per la sua assoluta devozione allo stile; la sua estetica ha cancellato tutto il resto, un resto fatto di idee – era repubblicana e anti-femminista – che non piacerebbero affatto ai millennial che pure la venerano. E come David Foster Wallace: scrittore bravo ma, secondo Ellis, sopravvalutato, trasformato dopo la sua morte in santino e in vittima, e venerato oggi per un discorso da guru come “This is water”, definito «A very special example of bullshit», in mezzo a un po’ di pagine che riescono a spiegare con rispetto “da collega” ma senza lesinare in sincerità il famoso rant su Twitter che gli provocò centinaia di reazioni scandalizzate. «Un problema crescente della nostra società», scrive in un passaggio, «è l’incapacità delle persone di sopportare due pensieri opposti nello stesso momento in testa, così ogni “critica” del lavoro di chicchessia viene rubricata come elitarismo o come invidia o senso di superiorità».

Purtroppo per me (o dovrei dire: per noi) Bianco è un libro che induce nostalgia e passatismo, sentimenti che ci eravamo imposti di non provare fino a questo momento, ma a cui sembra sempre più difficile resistere. Non siamo più giovani e, probabilmente, senza essercene accorti, siamo già approdati alla fase dei bei vecchi tempi, quando le opere d’arte erano ambigue – ti ricordi? – o quando una frase, un pensiero, un’opinione non dovevano passare il vaglio dell’autocensura; i bei vecchi tempi del dico quello che penso pubblicamente, piuttosto che scriverlo nel gruppo Whatsapp di chi la pensa come me per paura di “posizionarmi” male; quel passato sempre più idealizzato in cui i mitomani del like non ti scorrevano davanti agli occhi tutti i giorni. Probabilmente come i vecchi di tutte le generazioni stiamo rimpiangendo i tempi in cui anche noi siamo stati giovani e leggevamo i romanzi di Bret Easton Ellis. Ma, ditemi, scrittori come lui – dirompenti stilisti, interpreti così brillanti del proprio tempo, sperimentali ma capaci di farsi leggere anche da chi non legge e che pensano sempre contropelo – oggi se ne vedono?

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