Cultura | Letteratura

L’anarchia narrativa di Olga Tokarczuk

Su I vagabondi, il libro che ha consacrato il nuovo premio Nobel della letteratura.

di Davide Coppo

“Ci dev’essere qualcosa in mezzo”, capitava di ripetermi negli ultimi anni quando la dicotomia tra fiction e non-fiction diventava sempre più urlata, e si annunciavano morti e risurrezioni dell’una e dell’altra sia negli articoli dei giornali che nelle cene e negli aperitivi – “sai ormai leggo solo saggi, ho smesso coi romanzi”. E c’era, naturalmente, qualcosa in mezzo: innanzitutto negli stessi saggi e negli stessi romanzi, sempre un po’ finti e un po’ veri con equilibri diversi a seconda del genere. Ma in questi stessi ultimi anni si ri-sviluppava un interesse per una letteratura di viaggio interpretata in un modo originale, e alla fine trovavo sempre questo ambiguo mezzo in W.G. Sebald, nelle sue passeggiate e nelle sue storie e nelle sue fotografie.

L’anarchia narrativa di Olga Tokarczuk ne I vagabondi, uscito quest’anno per Bompiani ma originariamente in Polonia nel 2007, è dello stesso ramo di quella di Sebald, ma anche dello stesso ramo, in un certo altro senso, di quella delle recentissime Claire Louis Bennett (Stagno) e Rachel Cusk (la Trilogia): libri a cavallo tra verità e invenzione, fatti di una forma non convenzionale, con una lingua attenta, prosastica ma fortemente poetica.

I vagabondi (in polacco l’intraducibile Bieguni, in inglese il più adatto Flights), vincitore dell’International Man Booker Prize 2018, è un libro fatto di centinaia di brevi testi – alcuni di poche righe, altri di alcune pagine – di divulgazione (scienza), finzione (racconti) o chissà (aneddoti oppure osservazioni in prima persona di un’anonima protagonista) – sullo spostamento, il viaggio, la migrazione, il movimento, l’abbandono. Un libro o raccolta di testi che si fanno leggere come si legge un frasario, un libro di poesia, una rivista, un Libro delle risposte, che mi hanno ricordato le Note azzurre di Carlo Dossi, moderno e tradizionalissimo, ambiguo, in mezzo.

Parla di viaggi, ma non ne parla davvero, e questi spostamenti sono, proprio come accade in Sebald e per usare le parole di Sebald stesso, sfumati «in una caligine perlacea». Le recensioni del libro, proprio come questa, sono piene di paragoni con altre opere perché la forma di questi vagabondaggi è così originale e fresca da richiedere un appoggio a bastoni esistenti e più solidi. E quindi eccone altri due, questa volta fuori dalla letteratura: la Wunderkammer di Wes Anderson esposta a Fondazione Prada, o il naufragio delle meraviglie di Damien Hirst a Venezia del 2017.

Due esempi soltanto, credo abbastanza precisi, di questa anarchia piena di tesori: un angosciante racconto lungo una decina di pagine su un turista polacco su un’isola croata che vede sparire da un’ora all’altra la moglie e il figlio, che è un noir perfetto su solitudine, perdita, e il sentirsi stranieri; e poi un pezzetto fatto soltanto di sette bellissime righe che dicono: «Volo da Irkutsk a Mosca. Si decolla da Irkutsk alle otto del mattino e si atterra a Mosca alla stessa ora – otto del mattino dello stesso giorno. Questo è il momento esatto in cui sorge il sole, quindi si vola per tutto il tempo all’alba. Si rimane in questo singolo istante, grande, tranquillo, espanso come la Siberia. Dovrebbe essere il momento per la confessione di un’intera vita. Il tempo scorre all’interno dell’aereo, ma non fuoriesce all’esterno».

[Una versione ridotta di questo articolo è apparsa a marzo del 2019 nella rubrica “I libri del mese“]

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