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Isabel Allende ha vinto un premio letterario da un milione di euro sotto pseudonimo Si è iscritta al Premio Planeta come Luz Ventura, con il seguito della Casa degli spiriti, e ha vinto. Secondo qualcuno, però, i giurati sapevano benissimo chi fosse.
I Gilet gialli hanno creato una mappa di tutte le loro proteste in Francia Sul sito francese Mobilisation Gilets Jaunes e su quello italiano Mappa delle mobilitazioni ci sono tutte le azioni in programma nelle prossime settimane, giorno per giorno e divise per tipo tra cortei, presidi, scioperi, blocchi e assemblee.
You Can See Everything, il documentario di Nathan Fielder su Elizabeth Holmes, ha il più alto voto di sempre su Letterboxd Nel primo weekend di programmazione il film sulla fondatrice di Theranos condannata per frode nel 2022 ha incassato circa 15 milioni di dollari e potrebbe entrare nella storia degli Oscar.
Gli studenti francesi stanno facendo diventare virale quel video di Jean-Luc Godard che al Festival di Cannes del 1968 dà degli idioti ai giornalisti che volevano parlare di cinema mentre lui voleva parlare solo delle proteste di studenti e lavoratori Probabilmente è apparso anche nel vostro feed: è quello in cui Godard dice ai giornalisti «Noi vogliamo esprimere la solidarietà agli studenti e ai lavoratori, e voi venite a parlarmi di carrelli e primi piani!».
Un report dell’Onu dice che in Cisgiordania non ci sono mai stati così tanti atti di violenza dei coloni israeliani Nei primi quattro mesi del 2026 erano già 190 al mese, numeri che porterebbero a superare i duemila attacchi entro la fine dell'anno.
C’è un ragazzo inglese che da 7 anni recensisce panchine su Instagram Il suo profilo si chiama RateThisBench, raccoglie ormai più di 300 recensioni di panchine ed è anche il modo in cui ha conosciuto sua moglie.
L’Agenzia meteorologica giapponese ha avvisato i cittadini dell’imminente arrivo del terremoto più forte di sempre, poi ha cancellato l’avviso e ha detto di essersi sbagliata A quanto pare, si è trattato di un gigantesco errore del sistema di allerta precoce, di solito affidabilissimo e precisissimo.

La fine di Michel Houellebecq

Su Serotonina, l'ultimo e inevitabilmente discusso romanzo dello scrittore francese.

23 Gennaio 2019

La storia la conosciamo tutti: a partire dal successo del suo secondo romanzo, Le particelle elementari (1998 in Francia, 1999 in Italia), Michel Houellebecq si è affermato come uno dei tre o quattro scrittori più rilevanti d’Occidente. Da quel momento in poi ogni suoi libro è stato annunciato come un evento, e i lettori – quei figuri che le case editrici cercano con disperazione di resuscitare – sono riapparsi ogni volta come se fossero sempre esistiti. Le cronache culturali, non senza ragione, hanno fatto risalire i motivi di questa rilevanza perlopiù a circostanze extra-letterarie: una certa forma di preveggenza (il pericolo islamico, l’ingegneria genetica) unita a una certa forma di ideologia reazionaria seducente quanto scandalosa per il lettore tipo, normalmente portatore di valori e stili di vita di sinistra, giusti e rassicuranti.

Per queste ragioni, ma anche per altre, insieme a gente come Carrère, Ellis, David Foster Wallace (mentre non la stessa cosa si può dire di un altro grande contemporaneo come Martin Amis), Michel Houellebecq è stato (e forse sarà) uno degli ultimi scrittori a portare la Grande Opera oltre la cerchia, progressivamente sempre più ristretta, dei lettori letterari. Le altre ragioni, e sono forse le più importanti, vanno cercate nella rarissima abilità di rappresentare le relazioni umane e, soprattutto quelle tra uomo e donna. Tutti i libri di Houellebecq, al fondo, sono libri d’amore, cioè libri che colgono l’attimo esatto dell’amore per poi affrontare l’umiliazione della sua impossibilità di fondo. Difficile trovare, anche tra quelli citati più sopra, uno scrittore contemporaneo che abbia saputo raccontare l’amore con la verità e la potenza di Houellebecq.

In questo suo procedere, libro dopo libro, tra preveggenze politiche, opinioni sconvenienti, e tristissime parabole sull’amore, con una prosa volutamente sciatta, inserti saggistici (quelle pagine che sembrano prese da una guida turistica o da un report ministeriale), e slanci improvvisi di poesia, lo scrittore francese ha fatto di se stesso un genere letterario. Non è questione di bravura più o meno grande: ci sono scrittori che assottigliano il rumore della propria voce per alzare il volume delle storie – e ce ne sono di bravissimi (McEwan, Ishiguro, Barnes, Tartt per esempio) – mentre altri, come Houellebecq, scrivono più o meno sempre la stessa storia, e comunque si fanno leggere per come la raccontano e per quello che ne pensano. Questi ultimi sono probabilmente quelli che godono di un seguito più appassionato perché stabiliscono con i loro lettori un legame più profondo. Sono anche, però, quelli che rischiano di esaurire più facilmente la vena, quelli che finiscono per auto-imitarsi.

Ora, tutto quello che avete sentito dire di Serotonina, l’ultimo romanzo di Houellebecq uscito nei primi giorni di gennaio in Francia e in Italia, è probabilmente vero. Sembra un generatore automatico di romanzi di Houellebecq, è vero, ma è altrettanto vero che si tratta di un libro da cui è difficile staccarsi e che  si legge con il consueto turbamento in cui ci fa precipitare Houellebecq, come pure si evince dai tweet dei nostri contatti sui social; come si sa e non si dice, oggi non è cosa facile arrivare alla fine di un libro agevolmente, data la mole di narrazioni da cui siamo distratti, eppure la nostra affaticata attenzione viene catturata da quest’ennesima parabola di solitudine e apatia occidentale, di amori avvizziti nell’era del declino.

A chi mi ha chiesto «ti è piaciuto l’ultimo Houellebecq?», non ho saputo rispondere. Considero Piattaforma, uno dei libri della vita, ho amato anch’io Le particelle elementari, mentre tutti gli altri mi hanno lasciato più freddo, a parte Sottomissione, che è l’unico che non ho mai letto. Serotonina ti trasmette all’inizio la prepotente sensazione che lo scrittore francese abbia completamente finito le cose da dire e sia andato a guardarsi i suoi vecchi romanzi per riempire le pagine; storie di donne che sembrano già lette ma questa volta virate dal filtro dell’impotenza sessuale. Si resta poi abbastanza spiazzati da almeno un paio di episodi che sono talmente forzati da apparire ridicoli (uno di questi, un’improbabile scena di zoofilia, è addirittura il motore del dramma interiore del protagonista; l’altro è una scena di pedofilia abbastanza inspiegabile). E però ci sono poi grandi pagine, soprattutto quelle dell’incontro con il vecchio amico Aymeric, che sono una specie di discesa negli inferi dell’entroterra francese; una tristissima e verissima notte di Capodanno trascorsa dai due nel cadente castello dell’amico in Normandia; le pagine sugli agricoltori in rivolta, che hanno fatto di nuovo gridare alla preveggenza – considerati i successivi moti di protesta dei gilet gialli – così come quelle sugli allevamenti intensivi e le produzioni di origine controllata, che insieme agli excursus extra-parigini di Carrère nell’Avversario, potrebbero essere riunite in un dolente dittico sulla crisi della provincia europea.

Nella parte finale del libro, ritorna la sensazione di mancanza di ispirazione, di reiterazione e di stallo, fino a quando, in un passaggio più saggistico in cui il protagonista si mette a riflettere su Thomas Mann, Marcel Proust e Arthur Conan Doyle da un punto di vista sessuale, riappare l’illuminazione o la suggestione di essere di fronte non solo a una specie di autoromanzo sulla sua carriera letteraria – la storia di un fantasma che vaga tra i resti delle sue opere – ma anche quella di avere tra le mani una pietra tombale della letteratura del Novecento e dei suoi postumi; per quanto “l’esaurimento” fosse stato già prescritto dai postmodernisti più di 50 anni fa, davvero l’esistenzialismo e il nichilismo in questa specifica forma di romanzo soggettivo e confessionale, sembrano essere colti in queste pagine nell’atto di esalare l’ultimo respiro.

È fin troppo banale definire un romanzo come “il testamento di uno scrittore”, tuttavia Serotonina sembra volersi prendere questo marchio. Viene da chiedersi cos’altro potrà mai scrivere Houellebecq dopo un libro tanto finale e conclusivo. Così come viene da chiedersi, se questo è un testamento, chi ne raccoglierà l’eredità. Un protagonista senza figli, un impotente depresso che si lascia consumare, suggerisce un auspicio abbastanza scontato.

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