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13:34 venerdì 2 gennaio 2026
Xavier Dolan ha confermato che non è più in pensione e che quest’anno girerà un nuovo film Dopo aver annunciato l’addio al cinema nel 2023, il regista ha deciso di tornare a lavoro e ha mostrato una nuova sceneggiatura su Instagram.
Anche quest’anno lo Studio Ghibli ha festeggiato il Capodanno pubblicando un nuovo disegno di Hayao Miyazaki Sui social dello studio è apparso il disegno di Miyazaki che celebra nel 2026 l'anno del cavallo, secondo lo zodiaco cinese.
Secondo le prime ricostruzioni, il rogo di Crans-Montana sarebbe stato causato dalle stelle filanti infilate nelle bottiglie di champagne Una foto mostrerebbe il momento dell’innesco del rogo durante i festeggiamenti di Capodanno, costato la vita a quarantasette persone.
Martin Scorsese ha scritto un editoriale sul New York Times in cui spiega perché Misery è il miglior film di Rob Reiner In un commosso editoriale, Scorsese ha individuato nel thriller del 1990 l’apice della filmografia del collega, ricordando la loro amicizia.
Dopo il documentario su Diddy arriverà un documentario sui figli di Diddy che parlando di Diddy Justin e Christian Combs racconteranno il rapporto col padre in una docuserie che uscirà nel 2026 e di cui è già disponibile il trailer.
La crisi climatica sta portando alla velocissima formazione del primo deserto del Brasile La regione del Sertão sta passando da arida a desertica nell'arco di una generazione: un cambiamento potenzialmente irreversibile.
L’episodio di Stranger Things in cui Will fa coming out è diventato quello peggio recensito di tutta la serie E da solo ha abbassato la valutazione di tutta la quinta stagione, nettamente la meno apprezzata dal pubblico, almeno fino a questo punto.
Il progetto europeo di rilanciare i treni notturni sta andando malissimo Uno dei capisaldi del Green Deal europeo sulla mobilità, la rinascita dei treni notturni, si è arenato tra burocrazia infinita e alti costi.

L’invasione franchiana

Un uomo che ha fatto della performace di se stesso una seconda identità: come James Franco è riuscito a "mettere i piedi" ovunque, dall'arte alla letteratura.

10 Settembre 2013

Durante la Settantesima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, James Franco è stato il protagonista di una specie di colonizzazione: un film da regista in concorso (Child of God), un altro tratto da una sua raccolta di racconti (Palo Alto) –in cui è pure produttore e attore – un cortometraggio commissionato per l’anniversario del festival… e sul Canal Grande una gigantesca pubblicità Gucci, come a segnalare per bene i confini dell’insediamento. Solo che limiti, James Franco, sembra non averli. È proprio per questo che la credibilità non è il suo forte e la sua versatilità è spesso di dubbia qualità artistica.

La sua figura sembra facilmente riducibile alle due o tre cose che sappiamo di lui; il problema, come scrivono giustamente su Grantland, è che queste cose non sono solo due o tre, e soprattutto non sono così deplorevoli. Il momento in cui molti hanno iniziato a storcere il naso e dato inizio alla litania del “Basta Franco!” è quello più ingiusto e meno democratico: quando l’attore ha iniziato a mostrare velleità intellettuali, interpretando personaggi dell’universo civil-culturale e pubblicando il suo primo libro, Palo Alto appunto. Come prevedibile, la svolta non è stata accolta calorosamente; chissà perché perdura ancora questo brutto pregiudizio della persona piacente che non può dedicarsi alla cultura, poi. Certo il flop di Howl non ha aiutato. Era il 2010 e il regista Rob Epstein, documentarista di fama vincitore di Oscar con The Times of Harvey Milk, si cimentava con una versione romanzata della vita di Allen Ginsberg—dell’interpretazione di Franco hanno detto che era tiepidina e al contempo si è dato il via alle dicerie sulla presunta omosessualità dell’attore. Casualmente però, Franco aveva avuto una parte minore in un altro film su Harvey Milk, uscito due anni prima. È in questo senso che James Franco attore inizia a “fare il giro”, riuscendo a inserirsi in un intrico di “scene”, autori e tematiche che sembrano accoglierlo più per la sua capacità di trovarsi a suo agio ovunque piuttosto per le sue doti di attore.

Nel documentario The Artist is Present, spiega ad avventori un po’ in là con gli anni Marina Abramovich. Quelli poi si stupiscono e chiedono: «Ah, ma lei quindi è un attore?» e lui, sornionissimo, «Sì, sì ogni tanto…».

Fin dai suoi esordi, l’invasione frachiana ha avuto un fido alleato nei festival cinematografici di Berlino e Venezia. Già nel 2011 al Lido si presentava con Sal per la sezione Orizzonti e alla Biennale d’arte con un’opera prodotta in collaborazione con Harmony Korine e curata dal MOCA, Rebel. La doppietta Franco l’ha rifatta alla Berlinale 2013, da regista con Interior. Leather Bar e da attore con Maladies. Inutile a dirlo, in quei giorni lo potevi trovare anche agli opening del circuito artistico berlinese, riuscendo a incuriosire pure il solitamente diffidente pubblico tedesco. Chi andò all’inaugurazione – esposti una serie di quadri sullo spirito dell’adolescenza, raccolti sotto il titolo Gay Town – mi riferì, parole sue, di una “merda urlante”. Difficilissimo tenere il conto e ancora più complesso rispettare la filologia delle fonti, delle collaborazioni, delle amicizie che navigano intorno alla produzione artistica di Franco. Ultima apparizione che personalmente ha fatto un po’ irritare è quella nel documentario The Artist is Present, dove l’attore spiega ad avventori un po’ in là con gli anni la magia di Marina Abramovich. Quelli poi si stupiscono e chiedono: «Ah, ma lei quindi è un attore?» e lui, sornionissimo, «Sì, sì ogni tanto…».

Nel giro di pochi anni, James Franco è riuscito a mettere i piedi ovunque, che siano i salotti un po’ attempati vicini alla storia culturale americana o le più importanti istituzioni d’arte contemporanea. Non contento, cantando Britney Spears, si è intrufolato nel circolo più esclusivo e inaccessibile, quello dell’hype iperconsapevole figlio delle sottoculture degli anni Novanta. Come rapper non è molto credibile, ma Spring Breakers non poteva usare un personaggio più appropriato per unire in una sola scena le generazioni che cantavano Everytime senza alcuna ironia e quelle che, dieci anni più tardi, l’avrebbero recuperato come inno dell’adolescenza perduta nel mare di internet e dalla violenza visiva.

Nessuna di queste esperienze, anche se seguite con immenso trasporto mediatico, hanno suscitato grandissimo entusiasmo da parte dei critici. Infatti al Roast Fest che Comedy Central gli ha dedicato alla fine di agosto, ci sono state battute anche sulla sua facciona da bambino un po’ scemo e sugli occhi minuscoli—senza menzionare l’omosessualità e l’arte contemporanea, che oggigiorno sembrano dare libero accesso allo sfottò gratuito. Ma è stato precisamente con il FrancoRoast che James ha definitivamente messo in chiaro di sapere cosa sta facendo, e bene. Il roasting è quella pratica intraducibile che vuole festeggiare qualcuno prendendolo in giro, una sorta di tributo comico che sancisce l’ingresso tra gli astri delle celebrità. E a ben guardare, le radici di questa virata di immagine risalgono a parecchio tempo prima: è nel 2007 che Franco appare con un cameo in Knocked Up, interpretando se stesso fresco da Spiderman, ma odioso e viziato da Hollywood.

E sarebbe sbagliato avere da ridire, se al prossimo festival del cinema di Venezia presentasse un film girato da, scritto da, prodotto dacon, e per James Franco.

Eppure era già tutto parte dello scherzo, nel film di Judd Apatow, il padrino della nuova cricca di comici/attori come Jonah Hill, Seth Rogen, Danny McBride, Michael Cera e via dicendo. Molti di questi erano presenti allo show di Comedy Central e, soprattutto, nel film apoteosi della franchitudine, This is the End. Prima prova da regista per Seth Rogen, con tutto il cast nel ruolo di se stesso, il film è una sorta di summa della carriera comica di Franco (esempi non eccelsi, Pineapple Express e Your Highness) e della commedia americana recente, quella sì demenziale ma che abbiamo finalmente riconosciuto come di ottima qualità e in grado di parlare a tutti. In This is the End James Franco è James Franco, un uomo che ha fatto della performance di se stesso una specie di seconda identità. E sarebbe sbagliato avere da ridire, se al prossimo festival del cinema di Venezia presentasse un film girato da, scritto da, prodotto da, con, e per James Franco. A fare la differenza tra un megalomane e un genio dei media, ora non è più l’uomo reale che all’anagrafe fa James Franco, quanto forse il consumatore o lo spettatore – più o meno – ideale che incarna. Ecco che James Franco è diventato uno di noi. O forse è il contrario? Ad ogni modo, c’azzecca.

Nell’immagine, Franco alla Roast Fest di Comedy Central. Foto di Jason Merritt/Getty Images for Comedy Central

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