Ha detto anche che lui non ha l'autorità per farlo, ma "sfida" il governo federale, cioè Trump, a eseguire l'arresto.
Uno scultore italiano ha speso 100 mila dollari per scolpire una statua di Charlie Kirk che però nessuno gli ha chiesto e nessuno vuole
Sergio Furnari ha lanciato un crowdfunding per coprire i costi dell'opera (che vuole esporre a Times Square). Finora ha raccolto 8 mila dollari. Su 150 mila richiesti.
Immaginate di avere 100 mila euro in banca. Immaginate pure di essere uno scultore italiano di stanza a New York. Immaginate di cercare per mesi un’idea, poi di avere un’idea, infine di dire al mondo che «Dio mi ha dato il permesso» per trasformare quell’idea in realtà. Immaginate di passare mesi a lavorare minuziosamente alla trasformazione dell’idea in realtà. Immaginate di essere convinti che la vostra opera, una volta finita, cioè «scolpita come Michelangelo scolpì la pietà» (con le mani?) verrà installata a Times Square. Immaginate, sostanzialmente, di essere Sergio Furnari, l’autore di una statua di Charlie Kirk a grandezza naturale, in acciaio e resina, ritratto mentre se ne sta seduto con un microfono in mano, una parola scolpita sul petto: FREEDOM.
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Come è chiaro, le aspettative di Furnari per il futuro della sua opera sono altissime. Noi gli auguriamo il meglio, a lui e alla sua statua, si capisce. Ma a giudicare dai commenti che in queste ore sono apparsi sotto il post Instagram con il quale ha presentato la sua nuova opera, il futuro non sarà all’altezza delle aspettative di Furnari (anche solo per il fatto che non ha chiesto alcun permesso al Comune di New York per esporre la sua opera in pubblica piazza, sempre perché è convinto che basti il permesso di Dio). C’è un post, in particolare, in cui si vede Furnari che prova ad avvolgere la statua di Kirk in una bandiera a stelle e strisce. I commenti sono tutti una variazione sul tema di: «Counting or not counting oxidization»; «Un nuovo bagno pubblico»; «Libertà di parola non significa libertà dalle conseguenze delle proprie azioni. L’arte non inneggia alla violenza e non vuole fare del male. Questa non è arte. Questa è violenza»; e infine, il prevedibile, inevitabile «scommetto che tra due giorni verrà distrutta». Ma si sa, il grande pubblico non sempre riconosce un’opera d’arte quando la vede, spesso ci vogliono anni, talvolta la comprensione non arriva mai. Più affidabile è il mercato, le istituzioni, i collezionisti e i mecenati. Ecco, anche da quel punto di vista il Charlie Kirk di Furnari non se la passa bene: l’artista ha lanciato un crowdfunding il cui obiettivo è raccogliere fondi per 150 mila dollari, in modo da rientrare dei 100 mila spesi per realizzare l’opera e avere un tesoretto per eventuali presentazioni, mostre, retrospettive, chi lo sa. Finora, il crowdfunding di Furnari ha racimolato 8 mila dollari.
L’artista però non è fatto scoraggiare né dalla fredda reazione del pubblico né dalla tirchieria dei donatori. Anzi, ha detto che tutto ciò non fa che renderlo ancora più convinto della giustezza della sua battaglia e della sua opera. Furnari ha detto, infatti, di non avere nulla a che fare con il movimento MAGA e di essere spesso stato in disaccordo con Kirk, soprattutto su immigrazione e sul conflitto israelo-palestinese. Ma questo non toglie i fatto che, secondo lui, Kirk merita di essere omaggiato e commemorato per la sua battaglia a difesa della libertà di parola. Inoltre, lo scultore ha detto che ha deciso di fare questa opera anche per esprimere la sua solidarietà a Erika Kirk, vedova di Charlie, a suo dire vittima di una vera e propria campagna d’odio da quando ha preso le redini di Turning Point USA, l’organizzazione politica di destra radicale di cui il marito è stato capo fino alla morte.