La filiale finlandese di Google ha raso al suolo centinaia di ettari di bosco senza aspettare le valutazioni ambientali. Gli animali sono fuggiti e i lupi adesso si stanno avvicinando ai centri abitati in cerca di cibo.
È stato presentato il primo report sulle librerie italiane, in cui si scopre che nell’83 per cento dei Comuni italiani non c’è nemmeno una libreria
Il settore vale 1,8 miliardi, conta 4.451 punti vendita ma otto Comuni su dieci non ne hanno neanche uno. I librai chiedono, per l'ennesima volta, una politica nazionale.
Chi ha battezzato l’incontro forse non aveva consultato l’Accademia della Crusca, come ha notato con un sorriso il manifesto: «stati generali», a forza di usarla, è una formula che ha perso un po’ di solennità. Ma il 21 ottobre a Palazzo Altemps, a Roma, la sostanza c’era. Gli Stati Generali delle librerie erano promossi dal Piano Olivetti per la Cultura del ministero, da ALI Confcommercio e dal Centro per il libro e la lettura, nell’anno degli ottant’anni dell’Associazione Librai Italiani. Lì è stato presentato il primo report sulle librerie italiane, «Tra cultura e mercato», realizzato dal Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e illustrato dal vicedirettore generale Alessandro Rinaldi. I numeri raccontano un comparto meno fragile di quanto si dica: 3.755 imprese, 4.451 punti vendita e circa 12.200 addetti, con un fatturato di 1,8 miliardi di euro, per la precisione 1.773 milioni, il 15,2 per cento in più rispetto al 2017, pari a 160mila euro per addetto, secondo ItaliaOggi. Poi c’è la geografia, che cambia il quadro: l’83 per cento dei Comuni italiani non ha una libreria, e tra i Comuni sotto i 5.000 abitanti la quota sale al 95 per cento. In buona parte del Paese, insomma, un libro si compra in un altro Comune oppure online.
Tra il 2017 e il 2025 i punti vendita del nuovo sono rimasti stabili, quelli dell’usato sono cresciuti del 7,9 per cento, e gli occupati sono aumentati del 9,1 per cento nel nuovo e del 16,8 per cento nell’usato, con una presenza di giovani in crescita del 5,9 per cento nel nuovo e del 5 per cento nell’usato. Le donne sono il 65,8 per cento dei dipendenti nel nuovo e il 60,4 per cento nell’usato, e l’85 per cento degli addetti ha almeno un diploma. La mappa smentisce qualche luogo comune: il Mezzogiorno ospita il 30,8 per cento dei punti vendita, davanti a Nord-Ovest (25,8 per cento), Centro (23,7 per cento) e Nord-Est (19,7 per cento). Al Sud però le librerie sono più piccole, con 2,2 addetti per negozio contro i 3,7 del Nord-Ovest, e Lombardia (14,4 per cento) e Lazio (10,8 per cento) da sole valgono il 25,2 per cento della rete, seguite da Emilia-Romagna (8,5 per cento), Toscana e Campania (8,0 per cento ciascuna). Le librerie indipendenti restano la spina dorsale, il 76,4 per cento delle attività. Il libraio-la libraia tipo, secondo la sintesi dell’Osservatorio curata da Format Research, hanno un’età media di 53 anni e spesso ha fondato lui stesso la libreria. Per il 65,7 per cento la qualità più importante è saper parlare con i clienti, che in sette casi su dieci sono abituali. E mentre gli ordini passano sempre più dal digitale, il 78,1 per cento del fatturato si incassa ancora al bancone, secondo ANSA Lazio («quasi l’80 per cento» nella sintesi di Format Research). Più preoccupante è il futuro delle singole botteghe: il 72,1 per cento dei librai ha già pensato alla continuità dell’attività. Di questi, il 33,2 per cento considera più probabile una cessione, il 30,7 per cento una chiusura e solo il 16,3 per cento un passaggio in famiglia. Il mercato intorno, intanto, non aiuta: secondo l’Associazione Italiana Editori nel 2025 la varia nei canali trade è scesa del 2,1 per cento, a 1.483,9 milioni di euro, e le indipendenti hanno perso l’8,5 per cento delle copie vendute.
Da qui le richieste. «Le librerie sono molto più di attività commerciali: sono imprese che generano lavoro e valore, ma anche presìdi culturali e sociali fondamentali per le comunità», ha detto Paolo Ambrosini, presidente di ALI Confcommercio. Per questo chiede «una politica nazionale per le librerie che coinvolga, accanto al ministero della Cultura, anche gli altri ministeri competenti». Nell’intervento conclusivo Ambrosini ha definito la libreria «una vera e propria infrastruttura culturale diffusa del Paese che produce valore pubblico» e ha messo sul tavolo proposte concrete: rivedere il tax credit, che «oggi non rappresenta adeguatamente la realtà libraria»; creare un fondo nazionale di rotazione per aperture, innovazione e formazione; stabilizzare il fondo biblioteche; aprire un tavolo al ministero dell’Istruzione con l’AIE sulla distribuzione dei libri scolastici. Carlo Fontana, presidente di Impresa Cultura Italia, che monitora i consumi culturali circa ogni sei mesi e vede allargarsi il divario tra Nord e Sud, ha chiesto «la detraibilità delle spese culturali che Confcommercio propone da tempo». Il governo ha risposto con un messaggio del ministro Alessandro Giuli letto da Stefano Lanna, direttore generale del Piano Olivetti: «Sostenere una libreria significa custodire uno spazio nel quale il pensiero può maturare». Il ministro ha ricordato il credito d’imposta fino a 20 mila euro l’anno per ogni punto vendita indipendente e i 4 milioni per le imprese under 35, di cui uno riservato ai piccoli Comuni senza altri negozi. Ha citato anche i 60 milioni per gli acquisti delle biblioteche nel biennio 2025-2026. Le misure, dunque, esistono già; il dato che dirà se funzionano resta quell’83 per cento.