Il suo romanzo d’esordio, Blu quasi trasparente, raccontava ragazzi persi tra sesso, droghe e rock vicino a una base americana alla periferia di Tokyo. Per chi l’ha letto a 20 anni è stato uno spartiacque.
Ho cominciato a guardare Girls nel 2012 perché il ragazzo di cui ero innamorata mi aveva detto che andava visto. Di più: mi aveva detto che dovevo vederlo “perché in questa serie quando le ragazze hanno voglia di scopare fanno come i maschi: lo dicono”. Eravamo seduti a mangiare una pizzetta appena sfornata di fronte all’Atomic di via Felice Casati, circondati da dozzine di nostri coetanei chiassosi che allora si definivano hipster, e che ora non so come potrei definire. Quel consiglio mi aveva disturbata, e mi aveva fatta sentire anche un po’ respinta, perché io chiaramente non dicevo mai a nessuno, men che meno a lui, che avevo voglia di scopare. Ero cresciuta seguendo i sacri precetti della dissimulazione: non scrivere mai per prima, non rispondere ai messaggi entro un’ora, non concedere più di un bacio al primo appuntamento. Forse, avevo pensato quella sera, avevo sempre sbagliato tutto.
La prima puntata di Girls: il sesso goffo della vita vera
Della prima volta che ho visto la prima puntata di Girls ricordo il senso di sgomento, e di liberazione insieme. Hannah Horvath, aspirante scrittrice, alter ego di Lena Dunham e protagonista della serie prodotta da Hbo, è innamorata di Adam (Adam Driver), un ragazzone con vaghe ambizioni artistiche e un attaccamento che ora definiremmo evitante. Lei lo cerca, lo va a stanare a casa, e dopo poco si trovano a fare sesso su un divano che, si capisce solo a guardarlo, sarà pieno di briciole fra i cuscini, in un appartamento disordinato che non ha nulla di speciale, che sembra anche un po’ squallido. Il sesso che fanno non è perfetto, né particolarmente coinvolgente. Lei indossa ancora una camicetta a fiori, la posizione che scelgono non sembra dare grande piacere a nessuno ed entrambi appaiono più concentrati sul timore di deludere l’altro che sui propri desideri – quindi sì, le ragazze in Girls dicono che hanno voglia di scopare, ma lo fanno con tutto l’impaccio e le difficoltà della vita vera, e mettere in scena quell’impaccio mi pare ancora, a distanza di tanti anni, un gesto artistico femminista e profondamente liberatorio.
Quando guardo quella scena ho 24 anni, e fino a quel momento tutte le scene di sesso che ho visto hanno come protagoniste donne canonicamente bellissime. Il corpo di Lena Dunham non è perfetto: ha le cosce grosse, il seno è piccolo, il suo viso è tenero ma non ci trovo niente di bello. È il 2012, prima del #MeToo, prima della body acceptance, prima di tutto. Io vengo da vent’anni di tv berlusconiana e da standard di bellezza che mi fanno vivere a dieta, non ho alcuna formazione femminista e di fronte a quella scena penso solo: “Wow, che coraggio”.
Hannah Horvath e il nuovo canone delle protagoniste imperfette
«I think I may be the voice of my generation. Or at least a voice of a generation», dice Hannah, sempre nella prima puntata, mentre prova a convincere i genitori a passarle un fisso per stare a casa a scrivere. Girls, in realtà, è stata una voce e anche di più, per le ragazze della mia generazione: non solo uno specchio che legittimasse quello che eravamo, ma anche una guida per capire chi volevamo essere, quale spazio desideravamo, e in quale modo potevamo occuparlo. Distante anni luce dalla coolness da Upper East Side di Sex and the City, tutta Manolo Blahnik e battute serrate e fulminanti, vicinissima invece alla nostra vita di Millennial fatta di silenzi imbarazzati, vestitini vintage e appartamenti in condivisione, Girls ha codificato un canone nuovo.
La protagonista è una ventenne confusa, egoista e piena di problemi dall’inizio alla fine della serie. È insopportabile e sbaglia tutto, ma è impossibile non sentirla vicina quando, esausta di fronte a una situazione impossibile da sbrogliare, sbotta dicendo «Non c’è nessuno che possa dirmi cosa devo fare, ma fingendo che sia una mia idea?». Hannah Horvath è stata, insieme a Frances Ha, la sorella maggiore di Fleabag e della protagonista di Il mio anno di riposo e oblio: è stata la prima a entrare in scena mostrandosi incerta, pasticciona, a tratti respingente e antipatica, complessa come solo una persona capace di accogliere le proprie stranezze può essere. La prima a dire che non serviva essere la più bella del gruppo, non serviva truccarsi né indossare abiti costosi, per fare innamorare Adam Driver.
Amiche amiche amiche
Girls ha portato in scena per la prima volta tante cose: il sesso vero, i corpi veri, il papillomavirus, le fatiche e i tormenti professionali di chi vorrebbe vivere di scrittura e non sa da dove cominciare, i disturbi ossessivo-compulsivi e, soprattutto, l’amicizia femminile nella sua complessità. Il centro vero della serie, infatti, non sono le relazioni con gli uomini, e neppure le loro carriere professionali, ma l’amicizia che le lega. Ciascuna delle sei stagioni si apre con Hannah che dorme abbracciata a qualcuno, e quel qualcuno, spesso, è un’amica. A differenza di Sex and the City, dove l’amicizia è data una volta per tutte e suona un po’ scontata, non conosce sviluppo né difficoltà e fa da sfondo alla trafila di relazioni sentimentali, in Girls la sorellanza è materia incandescente e sempre pronta a esplodere, il perno emotivo intorno a cui ruota tutto – i conforti e le gioie più grandi, ma anche le delusioni più cocenti e le incomprensioni più clamorose, sono sempre fra loro quattro. Non è possibile dire in quante puntate le protagoniste litighino, si feriscano, si fraintendano, e il lieto fine non è mai scontato. A volte si ritrovano, altre no.
Dunham ha costruito quattro personaggi sfruttando i ruoli classici, codificati, di tutti i gruppi femminili da Piccole donne in poi (la brava ragazza, la ribelle, l’ingenua, la scrittrice), ma complicandoli fino a stravolgerli, aggiungendo ambiguità e spessore a ciascuno di loro. Non c’è coerenza, non c’è rispetto paralizzante per il personaggio, c’è la vita che all’improvviso le travolge e le trasforma, le porta lontanissime dall’immagine che avevano di loro stesse: Shoshanna in Giappone, Jessa in abito bianco, Marnie su un palcoscenico, Hannah lontana da Brooklyn, un bambino a cui badare.
Il ritorno
Dopo anni di silenzio, Dunham è tornata recentemente a far parlare di sé prima con la serie Netflix Too Much, poi con l’autobiografia Famesick (pubblicata da Random House, arriverà in Italia grazie alla casa editrice E/O). È di pochi giorni fa l’annuncio che, a distanza di dieci anni dall’ultima stagione, ci saranno cinque nuove puntate di Girls, prodotte sempre da Hbo, con il cast femminile al completo. Impossibile immaginare cosa sia successo alle protagoniste, impossibile prevedere se lo sviluppo sarà coerente, se non suonerà imbarazzante come le rimpatriate coi compagni delle medie.
Negli anni, la serie è stata anche pesantemente biasimata perché espressione di un privilegio bianco che non vede e non racconta altro – i personaggi razzializzati sono, infatti, quasi sempre tenuti ai margini dalle inquadrature: Dunham aveva inserito un personaggio nero nella seconda stagione, ma la scelta era suonata come un espediente goffo e tardivo per rispondere alle critiche che già le erano state mosse. La speranza è che questi anni abbiano portato uno sguardo diverso, e in realtà anche più coerente con lo spirito della serie: non solo corpi non conformi ma anche corpi non bianchi.
Eterne ragazze
«Possiamo ancora chiamarla Girls?», chiede Dunham nel video registrato con le altre tre per dare la notizia al pubblico, «perché siamo vecchie da fare schifo». Dunham ha un anno in più di me, anche io sono vecchia da fare schifo, e anche io, come lei, come tutte le mie coetanee, non riesco a liberarmi dai panni della “ragazza”, non riesco a riconoscermi in un’idea di adultità che considero ancora appannaggio delle generazioni precedenti alle nostre, quelle della stabilità economica, professionale, emotiva, quelle che le responsabilità sapevano prendersele. Noi invece, figlie di tanta incertezza, ci sentiamo sempre nella condizione tardoadolescenziale per eccellenza, la crisi, che procede e si allunga fino all’età adulta ma che viene a un certo punto affiancata da un sentimento anziano per definizione: la nostalgia.
È qui, credo, in questa natura anfibia e scomposta di eterni giovani nostalgici quali siamo, che andranno a incastonarsi queste nuove puntate. Una nostalgia che non si rivolge solo verso un mondo, quello dei primi anni Dieci, che è diventato ridicolmente obsoleto in un tempo brevissimo. Ma che è anche e prima di tutto nostalgia verso i nostri vent’anni, e quello che credevamo che saremmo potuti diventare – la voce di una generazione, o almeno una voce –, e le tante possibilità ancora aperte davanti a noi. «Mi mette tanta tristezza riguardarlo», mi ha detto mio marito un paio di anni fa durante uno dei tanti rewatch. «Vorrei vivere a Brooklyn, e invece non ci vivo», ha proseguito, «ma soprattutto vorrei avere vent’anni e vivere a Brooklyn, e ormai questo non sarà mai più possibile».
