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Leone dell’Atlante

Adel Taarabt, vicino alla consacrazione dopo anni di purgatorio tra troppe bizze e un enorme talento. Ritratto dell’ultima stella marocchina, una specie protetta.

09 Gennaio 2013

Si fanno chiamare “I Leoni dell’Atlante”, eppure, durante l’ultima partecipazione alla Coppa d’Africa, 15 dei 23 “leoni” marocchini alle pendici dell’Atlante non ci sono nemmeno nati e cresciuti. È il riflusso post-coloniale che il mondo calcistico sperimenta negli ultimi anni, quando sempre più giocatori scelgono di indossare maglia e colori della nazione in cui affondano radici, ma non in quella in cui sono concretamente venuti al mondo, come se fossero nati in cattività eppure aspiranti alla libertà di una terra promessa, la spina dorsale verde e innevata che si alza fino a quattromila metri dalle pianure del Sahara occidentale.

“Leoni dell’Atlante” non è un modo di dire, un epiteto artificiale per esaltare il coraggio in campo di una squadra nata nel 1957 e mai davvero vittoriosa, in continente e fuori (fatta eccezione per lo storico passaggio agli ottavi di finale del 1986, prima rappresentativa africana a riuscirci). Di leoni, su quell’Atlante che è la più grande catena montuosa dell’Africa settentrionale e del Mediterraneo tutto, ce n’erano molti prima di estinguersi. Erano i più grandi e i più pesanti di tutti i leoni africani.

Da quattordici anni fuori dai campionati del Mondo (ultima presenza nel 1998), il Marocco ha abdicato al ruolo di re del calcio d’Africa, stretto tra una mancanza di veri talenti (gli ultimi furono le stelle proprio di quel Francia ’98 conclusosi sì con l’eliminazione, ma anche con la storica vittoria per 3-0 sulla Scozia: marcatori Chippo e Hadji) e una scarsa coesione che ha portato nazionali meno dotate tecnicamente (un nome su tutti: Egitto) a risultati decisamente migliori.

Nelle ultime quattro occasioni la marcia nella sola Coppa d’Africa è stata esemplificativa: Egitto 2006, fuori al primo turno; Ghana 2008, fuori al primo turno; Angola 2010, non qualificati; Gabon/Guinea 2012, fuori al primo turno. C’è però un uomo, nemmeno troppo giovane, che può cambiare il corso della storia dei Leoni dell’Atlante. Nato in Marocco, cresciuto in un sobborgo di Marsiglia, trapiantato con grandi promesse e tappeti rossi a Londra (prima sponda Tottenham, poi Queens Park Rangers). Si era perso, si era ritrovato; doveva fallire, doveva dimostrare il suo valore; doveva andarsene, poi restare, poi spaccare il mondo o la faccia a tifosi, allenatori, compagni. Il talento si è visto fin da subito. Ma non è stata una carriera lineare, finora, quella di Adel Taarabt.

Nato a Fes, si trasferisce con la famiglia a Berre-l’Étang a nove mesi, prima di essere arruolato, a dodici anni, dal Lens, agli antipodi geografici francesi, un tiro di rigore da Calais, stretto della Manica. Due presenze nei giallorossi e arriva la chiamata del Tottenham, che la spunta su Chelsea e Arsenal. Lo vuole Daniel Comolli, ex european scout dei Gunners in procinto di trasferirsi agli Spurs in qualità di director of football. Il primo contatto di Taarabt con l’Inghilterra avviene proprio grazie a Comolli, che lo segnala a Wenger. Con la colonia francofona di Londra, Comolli aveva costruito le sue fortune: è grazie a lui che l’Arsenal conosce Kolo Touré, Gael Clichy, Emmanuel Eboué. Ma il diciassettenne Taarabt vuole seguire l’uomo che ha per primo creduto in lui, e non il team, e finisce a north London, versante Tottenham. Ad accoglierlo, in panchina, c’è l’olandese Martin Jol. È il gennaio 2007.

Taarabt ha giocato soltanto una partita con il Lens, ma Jol, al Tottenham, lo aggrega alla prima squadra. E all’esordio di Premier League, entrato al minuto 87, contribuisce a ribaltare un derby storico con il West Ham, finito 4-3 per gli Spurs, che sotto di due goal fino all’89°, pareggiano con un calcio di punizione di Berbatov e chiudono la rimonta con un goal di Stalteri al 96°. Quella punizione se la procura Adel Taarabt, e Martin Jol, successivamente, ebbe a dire che «Taarabt saved our neck».

L’olandese dura però ancora poco sulla panchina londinese, giusto in tempo per innamorarsi, definitivamente, del diciottenne marocchino. Lo sostituisce Juande Ramos, vincitore della Coppa Uefa con il Siviglia, uno che dal 1990 ha già cambiato dodici panchine. Se Jol aveva perso la testa per quel ragazzino che in allenamento teneva la palla «non per secondi, ma per interi minuti», Ramos proprio non lo vede: soltanto sei presenze, tutte da sostituto, e 140 minuti giocati. Jol, nel frattempo passato all’Amburgo e all’Ajax, come un cuore infranto da bildungsroman tenta in tutti i modi di riprendersi Adel, il suo colpo di fulmine, ma il Tottenham vuole troppi soldi. Lo confesserà, Jol, soltanto nel 2011, quando Taarabt sarà la stella del Qpr di cui tutta l’Inghilterra parla.

Fortunatamente per Taarabt e per gli Hotspurs, Ramos dura soltanto un anno a Londra. Al suo posto arriva Harry Redknapp, che lo reintegra in prima squadra, ma a marzo il ragazzo va in prestito al Queens Park Ranger, in Championship. È qui che Adel Taarabt diventa Adel Taarabt. Ma non alla prima stagione: un infortunio lo costringe a giocare poco, e il prestito viene prolungato per la successiva. 41 partite e 7 goal convincono i Rangers a comprare l’intero cartellino, e la stagione 2010/11, l’ultima di Taarabt e del club in Championship, è quella dell’esplosione. Il calcio si accorge di lui, e lui si accorge dei riflettori. Nasce Taarabt, il casinista, Taarabt, il talento, Taarabt, il provocatore, Taarabt, il cretino, Taarabt, il fenomeno.

Ottobre 2010: «L’Inghilterra non fa per me, credo che La Liga sia il miglior campionato. Non mi piace come giocano in Inghilterra, a me piace giocare a calcio. Guardo a squadre come Bolton, Stoke o Wolverhampton e penso: non c’è niente per me. Odio questo modo di giocare». Sono le prime bizze di Taarabt, la primadonna. Le prime dichiarazioni di disamore per il calcio inglese, per le squadre “palla lunga e pedalare”, per il gioco definito “non-gioco”. Neil Warnock, manager al Qpr, lo sa bene. Taarabt, il presuntuoso, aggiunge: «Spero di giocare per una delle migliori quattro spagnole, la prossima stagione. Real Madrid, Barcellona, Valencia o Siviglia. Ho contatti con ottime squadre e so cosa vogliono da me». Ma Adel, contatti o non contatti, continua la stagione a Londra.

Youtube, termometro calcistico sui generis, viene invaso dai video di Adel. Lui, d’altronde, è il protagonista perfetto per questo tipo di clip: pochi (pochissimi) passaggi, pochi tiri (e non tutti a segno), e molti (troppi, spesso) dribbling, doppi passi, arroganti finte da fermo, elastici, e tutto il vocabolario di gesti tecnici degli ultimi dieci anni. C’è però anche dell’oro sotto il fumo da illusionista: in 44 partite di Championship, Taarabt realizza 19 goal e altrettanti assist. Viene nominato miglior giocatore del campionato e miglior giocatore arabo. Gli chiedono come ci si sente a essere un giocatore unico al mondo, lui dice: «Non sono unico al mondo, ci sono Cristiano Ronaldo, Messi. Ma al Qpr sì, sono unico, nessuno gioca come me».

Arriva la promozione: Taarabt, come raramente accade per un ragazzo di ventuno anni, con uno score complessivo da prima punta, viene osannato dall’intera Inghilterra calcistica, fin nei piani più alti. In Premier, come da copione, la squadra inizia però in salita. Basta poco a far capire ad Adel che il suo futuro potrebbe essere altrove, in campi più ricchi e dorati di Loftus Road. Basta poco perché il ragazzo che non parlava una parola di inglese e diceva, ai tempi del Tottenham, «in Francia i giocatori sono silenziosi, qui in Inghilterra parlano in continuazione, i compagni mi urlano cose, credo mi insultino», da timida promessa si trasformi in leone. Lo chiamano bad boy, ma solo nei novanta minuti di partita, non dopo: musulmano praticante, Taarabt non si è fatto contagiare dalle tentazioni della vita londinese fuori dal campo.

Ci si mette, a complicare la vita londinese di Taarabt, anche Joey Barton, che arriva nel 2011 dal Newcastle e viene (inspiegabilmente) insignito del ruolo di capitano che era stato del marocchino. Una manciata di giorni dal suo arrivo, dice che Taarabt deve lavorare di più, capire di essere al massimo livello del calcio mondiale. Dice che gli avevano detto che era un genio. Dice che lui deve ancora vederlo, questo genio. A fine stagione i Queens Park Rangers si salveranno, nonostante la sconfitta con il Manchester City all’ultima giornata, con Barton protagonista di una nuova puntata di follia contro Kompany, Tevez e Aguero, e Taarabt è chiaro: o mandate via Barton, o me ne vado io. Detto, fatto: l’inglese più squalificato della storia parte verso Marsiglia.

Adel Taarabt fa la voce grossa in campo e con gli avversari, ma la fa anche con Neil Warnock, e ai microfoni degli intervistatori – con un inglese ancora stentato. Alterna elogi («Neil è il primo allenatore che sappia davvero come trattarmi. È come un padre. A volte sbaglio qualcosa in campo, e lui dice agli altri giocatori “non urlate con lui. Se qualcuno deve parlargli quello sono io”») a poco velate minacce e aspirazioni, quando un interessamento del Paris Saint Germain si fa più concreto di un semplice pettegolezzo: «I funzionari qatari mi hanno detto, “Fai altri sei mesi alla grande e a gennaio torniamo”. Ma non mi faccio troppe illusioni, so di non essere una priorità per Leonardo. Parigi mi fa sognare, ma ci sono soltanto quattro big match, contro Marsiglia, Lione, Lille e forse Rennes. Con tutto il rispetto, giocare contro  l’Evian o il Digione non sarebbe molto eccitante». Warnock, che del suo capitano aveva detto «mi ha regalato i migliori momenti della mia carriera da allenatore», si dimostra inflessibile: «Per venti milioni di sterline, a Parigi lo porterei in macchina. Non si riuscirà mai a cambiare Adel». Il due gennaio 2012, comunque, Warnock sarà esonerato. Aveva riportato i Qpr in Premier League dopo 15 anni di assenza.

La stagione, come detto, finisce rocambolescamente bene per i Rangers, ma straordinariamente male inizia quella successiva, 2012/13. Mark Hughes perde il posto, e torna a Londra, dopo aver lasciato la panchina del Tottenham e aver dovuto salutare quel ventenne gracile e arrogante, Harry Redknapp. Il Qpr si risolleva, con due vittorie nelle prime otto partite, di cui una a Stamford Bridge contro il Chelsea campione d’Europa.

Taarabt, in quella partita schierato come prima punta, offre l’assist a Wright Phillips ed è protagonista di una grande prestazione (con tanto di titolo di Man of the Match). Precedentemente, aveva segnato una doppietta contro il Fulham. Redknapp ha ritrovato il talento che aveva soltanto visto tre anni prima, ora maturato, e i due si trovano alla grande. ‘Arry il cockney, che è abituato a trattare con giocatori molto poco docili, dice di lui che «è come Paolo [Di Canio], un giocatore fantastico, uno dei più grandi di sempre al West Ham. Paolo era difficile da gestire, ma era un genio, poteva vincere una partita da solo. E Adel è uguale».

Dopo aver passato anni nelle varie nazionali “under” francesi, Taarabt sceglie di giocare con il Marocco, dove è nato ma non è mai vissuto. Adel è una grande speranza. Ma Adel è anche Taarabt, la stella. E, avendo saputo di dover partire dalla panchina in una partita contro l’Algeria, decide di lasciare il ritiro e la nazionale per sempre. Ci ripensa, poi, il 9 ottobre 2011, tre mesi dopo l’addio. Contro la Tanzania gioca, segna su punizione, vince la partita.

Se si volesse trovare a tutti i costi della poesia nella storia di Taarabt e nell’estinzione del vero Leone dell’Atlante, si potrebbe partire da questo aneddoto: due teschi di Leoni dell’Atlante sono stati trovati nella Torre di Londra nel 1937, datati intorno al XIII e XIV secolo, probabile dono di qualche sultano ai regnanti inglesi. Anche Taarabt, alla fine, è arrivato a Londra.

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