Se non avete capito la differenza tra audiolibro e cinematic audio, ascoltate il nuovo Dracula e vi sarà chiarissima

L'ultima incarnazione del vampiro di Bram Stoker è, appunto, il cinematic audio realizzato da Audible. Che è pensato come un film, prodotto come un film e diretto come un film, ci ha spiegato la regista della versione inglese Mary Lambert. Solo che non si vede, si ascolta.

01 Ottobre 2026

Sono andato alla presentazione del nuovo Dracula di Audible alla Mostra del Cinema di Venezia per scriverne, ma col presagio di avere ormai esaurito la mia curiosità per il conte. Ho letto il romanzo tempo fa e visto più adattamenti di quanti saprei elencare: non era, diciamo, tra le uscite che attendevo di più. Poi ho ascoltato un estratto della versione inglese; durante il panel all’Hotel Excelsior ho sentito sei interpreti in tre lingue differenti misurarsi con lo stesso testo; infine ho parlato con Mary Lambert, regista della produzione inglese. E la domanda con cui ero arrivato – quanti Dracula ancora ci servono? – ha lasciato il posto a: quando potrò ascoltare il resto? (La risposta è: da oggi).

Un mese fa, scrivendo del progetto, ero partito da un dato: già undici anni fa il Guinness World Records contava 538 apparizioni cinematografiche di Dracula. Abbastanza per giustificare una certa diffidenza davanti alle sette nuove incarnazioni prodotte da Audible – in sette lingue diverse, ciascuna con un cast e una regia propri – anche se questa volta avremo almeno la libertà di immaginare il conte come ci pare. Ma a dare al progetto una prima ragione d’essere è la forma del libro stesso: non tutti sanno che Stoker compone la storia di Dracula attraverso diari, lettere, telegrammi, ritagli di giornale e registrazioni. Il direttore di un manicomio incide i propri appunti su un fonografo; Mina Murray, il cui promesso sposo è prigioniero della creatura, li ascolta e li trascrive, diventando la vera investigatrice del romanzo. Molto prima degli adattamenti, il racconto era dunque multimediale, in parte già orale.

Alla Mostra la produzione è stata presentata come «cinematic audio», espressione che potrebbe sembrare una richiesta di legittimazione rivolta al cinema, così come la scelta di portare il progetto a Venezia durante il festival. Aurélie de Troyer, Head of International Content di Audible, l’ha spiegata citando un articolo del Daily Telegraph secondo cui gli audiolibri starebbero ricevendo un «Hollywood makeover»: grandi interpreti, colonne sonore originali e specialisti del suono impiegati in produzioni sempre più complesse. «Perché non venire a celebrarlo nella casa del cinema?». Nel caso di Dracula, «cinematografico» descrive soprattutto il modo in cui il suono assume le funzioni delle immagini. Il mix è realizzato in Dolby Atmos, formato spaziale adottato anche nelle sale cinematografiche più attrezzate, che permette di collocare ogni suono attorno e sopra chi ascolta. Al cinema direzione, altezza, distanza e movimento accompagnano le immagini; qui sono gli unici strumenti per evocare gli ambienti e collocarvi le voci.

Cinematografico è stato anche il processo di realizzazione, che la regista ha paragonato a quello di un film d’animazione: prima si costruiscono storyboard e voci temporanee, poi si aggiungono progressivamente le componenti finali. Nella pratica, un gruppo di attori ha registrato una versione provvisoria, usata dalla regista, dai montatori, dal sound designer e dal compositore per definire ritmo, transizioni e ambienti; il cast definitivo ha poi inciso in cabine separate. Il sound designer ha assunto anche le funzioni dello scenografo, rendendo riconoscibili luoghi, passaggi di tempo e cambi di scena. Anche la musica originale di Ilan Eshkeri, registrata in una chiesa con un coro di 75 elementi, compie la scelta inevitabilmente metanarrativa di usare le voci come strumenti e crea, nelle parole di Lambert, «lo spazio, l’atmosfera e perfino la luce».

Ogni edizione ha una squadra locale. Quella italiana è diretta da Georgia Lepore e interpretata da Riccardo Scamarcio e Benedetta Porcaroli; l’inglese, con Mary Lambert che dirige Jonathan Bailey, Ella Purnell e Maggie Gyllenhaal, è servita da modello alle altre sei, lasciando a ciascuna libertà interpretativa. Durante il panel ne ascoltiamo la dimostrazione. Scamarcio, nei panni del conte, cerca di infiltrarsi nella psiche di Porcaroli, Mina, finché le loro voci sembrano sintonizzarsi nella stessa lugubre litania: «Vermi girano e rigirano nella terra, dentro di me, in me; si dimenano nel nostro cranio, si dimenano, si dimenano, si dimenano». Seguono le versioni castigliana e latinoamericana, più plateali ma altrettanto efficaci.

Scamarcio si concede poi visioni da vampiro: «Quando mi fermavo per fumare una sigaretta, uscivo un attimo dalla sala e sentivo che i miei denti stavano crescendo. Guardavo dei colli e mi veniva proprio da fa’ quella cosa lì». In un momento di maggiore autocontrollo ricorda anche una lezione appresa durante gli anni di formazione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, quando Bruno Pupparo, ingegnere del suono e fonico di presa diretta, gli disse che «l’emozione di uno spettatore è influenzata al 60 per cento dal suono e al 40 dalle immagini». Porcaroli racconta invece di essere rimasta colpita nel riscoprire «una Mina protagonista», «una donna con una grande complessità, una grande forza e una grande fragilità», «a differenza degli uomini del libro che pensano di doverla proteggere». A sorprenderla soprattutto è l’assenza di «una vera storia d’amore, quanto piuttosto un tentativo del conte di violare la mente di questa donna per manipolarla. Da qualche parte forse c’è anche una forma di seduzione, molto lontana e più vaga rispetto ai film».

Questa dinamica antiromantica sottrae la storia alle letture più scontate e comincia a risvegliare il mio interesse. A sciogliere gli altri dubbi è Mary Lambert, regista della produzione inglese, 74enne dell’Arkansas dallo sguardo vispo di una bambina impertinente. Le prime parole che le sento pronunciare, mentre passeggia chiacchierando con un’amica, sono «fucking bastard». Per un istante fraintendo; poi capisco che sta spiegando il titolo di Bucking Fastard, il film di Werner Herzog appena visto alla Mostra e molto amato per la sua qualità onirica – tema che tornerà spesso nella nostra conversazione. Lambert si è formata come pittrice e continua a dipingere ed esporre, ma è conosciuta soprattutto per aver contribuito a costruire l’immagine di Madonna negli anni Ottanta, dirigendo, tra gli altri, Like a Virgin, Material Girl e Like a Prayer, oltre a videoclip per Mick Jagger, Sting, Eurythmics e Chris Isaak. Nel 1985 fu l’unica donna candidata agli MTV Video Music Awards e da sola raccolse metà delle candidature nella categoria Most Experimental Video. Per un’artista esperta nell’associare immagini a musica, voci e ritmo, c’è una simmetria poetica nel trovarsi a lavorare sugli stessi elementi, ma privati del sostegno visivo.

Anche i suoi film sembrano condurla verso Dracula. L’esordio Siesta (1987) è un racconto erotico e onirico nel quale una donna ricostruisce attraverso ricordi frammentari ciò che le è accaduto. Due anni dopo, scelta personalmente da Stephen King, ha diretto Pet Sematary, trasformando il romanzo in un horror sul lutto, l’amore ossessivo e l’incapacità di lasciare andare i morti. Con il video di Like a Prayer voleva invece «esplorare la correlazione tra l’estasi sessuale e quella religiosa». Dracula sembra così la prosecuzione naturale delle ossessioni che attraversano la carriera di Lambert: la narrazione spezzata, l’erotismo, la religione e la morte, preferibilmente tutti insieme.

Per Lambert, Venezia rappresenta anche un ritorno. Nel 1979 il cortometraggio sperimentale Rapid Eye Movements fu incluso nella rassegna New Age Animation della Mostra. Lei, però, non riuscì a venire: la prima visita a Venezia risale al 1984, quando vi girò Like a Virgin, nel quale Madonna compare in una gondola vestita da sposa. Davanti a uno spritz nel padiglione Campari – che ha richiesto poco forte, altrimenti sarebbe diventata «molto inappropriata» – ricorda con occhi sognanti i sopralluoghi nei palazzi raggiunti dall’acqua, le scale che partivano dagli approdi e l’impressione di trovarsi «sotto un incantesimo, come dentro un sogno». Allora i videoclip erano una forma nuova e poco compresa: «La gente semplicemente non capiva come li facessimo o perché li facessimo», cosa che penso si possa dire oggi anche delle produzioni «cinematic audio» di Audible. Lambert concorda: «Non è un audiolibro e non è un film: è una specie di ibrido». Trova «un po’ ironico» essere tornata a Venezia, tanti anni dopo, per presentare un altro formato difficile da definire; poi aggiunge: «Non diciamo quanti anni dopo».

La libertà del mezzo le ha permesso soprattutto di avvicinarsi agli attori. Su un set possono trovarsi lontani dalla regista e dalla macchina da presa; qui tra Lambert e l’interprete c’era soltanto un vetro. Una battuta poteva essere ripetuta fino a raggiungere l’emozione cercata, senza riposizionare luci e camere e senza dover ottenere nello stesso momento la prova migliore da tutti gli attori presenti nell’inquadratura. «Ho amato quella vicinanza, la possibilità di trapanare dentro le interpretazioni e trovare davvero i personaggi… rotolarsi nel fango per cercarli. È stato fantastico».

Questa ricerca dei personaggi conduce direttamente a Mina, la cui centralità lega Dracula a un altro filo della carriera della regista. Nel 1992 Lambert avrebbe voluto costruire Pet Sematary Two intorno a Ellie Creed, la bambina sopravvissuta al primo film ormai adulta, ma lo studio respinse l’idea di una protagonista femminile, ritenendola incapace di portare il pubblico al cinema. «Un’idea che non approvavo e che poi si è rivelata sbagliata». Anni dopo Lambert ha descritto la propria carriera come «disseminata di progetti sulle donne che avrei voluto realizzare. Me li rimandavano tutti indietro perché quasi sempre la risposta era: “Non possiamo farlo con una protagonista donna”». Ma quei rifiuti hanno solo alimentato la sua determinazione: «Voglio raccontare storie in cui le donne abbiano capacità d’azione. Donne che non siano soltanto parte della trama, fidanzate o madri – ruoli entrambi importanti –, perché credo che le storie delle donne siano importanti».

Quando le chiedo se una Mina protagonista attiva e la Van Helsing diventata donna, interpretata da Maggie Gyllenhaal, proseguano quel lavoro, risponde: «Non avrei potuto dirlo meglio. Assolutamente sì». Nella sceneggiatura di Robyn Ahern ha riconosciuto proprio questa intuizione: porre al centro il confronto psicologico tra il conte e l’investigatrice. «Dracula è il protagonista maschile ed è altrettanto importante, ma non è lui a guidare l’azione: è Mina». Ci sarebbe stata una componente sensuale e sessuale, prosegue, «ma la storia non sarebbe stata sul sesso. Avrebbe riguardato il potere psicologico, il potere esercitato sullo spirito e sull’anima. Questo mi è piaciuto moltissimo».

Il legame con Like a Prayer torna da solo: «Forse è sacrilego dirlo, ma la religione non può controllare ciò che provi. Il desiderio è desiderio; l’estasi è estasi». Anche Dracula possiede «un elemento estatico e uno religioso, perché Dracula rappresenta l’Anticristo, tutto ciò che c’è di empio nella società. È immortale, condannato a vivere per sempre nel proprio stato di tortura, e vuole trascinarvi altre persone. Per questo è una metafora importante del nostro tempo».

Quando le chiedo quali versioni cinematografiche abbia tenuto a mente durante la produzione, dice di averne apprezzate molte, dal Dracula di Coppola al recente Nosferatu di Eggers, osservando però che ogni film deve scegliere un punto di vista e comprimere il romanzo. Coppola, per esempio, ha trasformato Mina nella reincarnazione di un amore perduto – «se l’è inventato completamente» – e ha «sessualizzato» Lucy, attribuendole «una morale molto disinvolta: va a letto con tutti, flirta con chiunque»; scelte che Lambert considera interessanti e riuscite, anche se non appartengono al libro. Se deve indicare l’adattamento più vicino alla propria idea, sceglie il Dracula del 1931 con Bela Lugosi, perché le sembra «più simile a una poesia, più simile a un sogno… E credo che Dracula sia un sogno».

Le chiedo se abbia cercato di trasferire quella qualità nel proprio lavoro, e la conversazione prende allora una deviazione meravigliosamente esoterica, forse aiutata dal Campari. «Ho cercato di entrare nel mondo dei sogni, perché nei sogni si sentono delle voci: si possono fare sogni composti soltanto di voci … Quando mi sveglio, a volte ciò che ricordo è la voce che ho sentito. Sai, le voci esistono sul piano astrale, possono arrivare da altri luoghi. Ho provato ad affrontare Dracula così». Poi offre la ragione più semplice per raccontare l’orrore attraverso l’audio: «L’orrore vive davvero nella nostra immaginazione. Sei solo a letto di notte, senti un piccolo rumore e ti spaventi: ciò che fa paura è quello che immagini. Non vedi davvero qualcuno al piano di sotto con un coltello; non vedi davvero un vampiro orribile alla finestra. Lo stai solo pensando». E, trovando le interpretazioni giuste, era convinta che il pubblico avrebbe visto la storia nella propria testa.

Consiglia quindi di ascoltarla all’aperto, con buone cuffie, gli occhi chiusi e l’aria, il sole o il vento intorno. Sconsiglia il computer, le attività che distraggono e, soprattutto, conclude: «Non so se dovreste ascoltarlo quando state cercando di addormentarvi». Stuzzicato dall’avvertimento, le chiedo allora se abbia cercato deliberatamente di spaventare. «Certo che sì!», risponde. «Abbiamo bisogno di credere che esista un mondo oltre quello visibile e di poterci andare. Io ne ho bisogno: ogni tanto devo entrare in quel mondo per recuperare un po’ di salute mentale». E la paura può essere un modo per accedervi, attraverso una storia così coinvolgente «che apre delle porte dentro di te, che ti apre il cuore o le viscere, il fegato, i polmoni, qualsiasi cosa riesca ad aprire». Deve avermi visto perplesso, perché precisa: «I nativi americani credono che le emozioni risiedano nel fegato. E il fegato fa cose straordinarie. Anche il cuore, certo, ma pure il fegato. Non si può vivere senza». L’assistente la avvisa che l’intervista avrebbe dovuto concludersi dieci minuti prima, così Lambert chiude con un avvertimento: «Se qualcuno vuole mangiarti il fegato, non lasciarglielo fare, d’accordo?».

Le versioni inglese, francese, italiana, castigliana e latinoamericana di Dracula sono disponibili su Audible da oggi, 1° ottobre 2026; quelle in tedesco e portoghese brasiliano arriveranno l’anno prossimo. Ogni edizione ha il proprio team creativo ma, se anche solo una briciola della visione di Lambert traspare nella versione italiana, varrà la pena ascoltarla. Non so ancora se seguirò alla lettera tutte le istruzioni della regista, anche perché ascoltare un horror a occhi chiusi in uno spazio pubblico implica qualche rischio. So però che finora ne ho sentito soltanto alcuni frammenti e che, dopo avere consumato Dracula in quasi tutte le forme possibili, ascolterò senza dubbio il resto. Probabilmente prima di dormire.

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