Si chiama Mujeres Anarquistas e al momento include sette grandi italiane: Virgilia D'Andrea, Luce Fabbri, Giovanna Berneri, Maria Roda, Tina Tomasi Ventura, Anna Maria Mozzoni e Marie Louise Berneri.
La cosa incredibile di questa crisi energetica è che tutti sapevano che prima o poi sarebbe arrivata, perché tutti sapevano che le scorte di petrolio prima o poi sarebbero finite
Ed evidentemente nessuno è riuscito a fare nulla per evitare lo scenario peggiore. Che è quello che stiamo vivendo in questi giorni.
Per mesi è stata un’ipotesi da scenario peggiore possibile, adesso secondo i petrolieri americani è realtà. Come racconta l’Italian Times, riprendendo un’inchiesta del Wall Street Journal, il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz e l’esaurimento delle riserve stanno spingendo i mercati verso una crisi dei carburanti su scala globale, senza che per ora si veda una via d’uscita. Il più esplicito è stato Mike Wirth, amministratore delegato di Chevron: i meccanismi che finora avevano attutito l’impatto sui prezzi, ha detto, hanno «in gran parte esaurito la loro funzione». Le scorte commerciali si stanno svuotando da oltre sei mesi, quelle strategiche sono già state ampiamente usate, e negli Stati Uniti il gasolio ha toccato un prezzo record vicino ai 6,20 dollari al gallone. L’amministrazione Trump, per bocca del Segretario all’Interno Doug Burgum, continua a definire la situazione «temporanea».
A rendere tutto più fragile è il fatto che le alternative a Hormuz stanno saltando una dopo l’altra. L’11 settembre l’oleodotto East-West, che per 1200 chilometri attraversa l’Arabia Saudita collegando il Golfo Persico al Mar Rosso, è stato colpito da droni partiti dall’Iraq, togliendo dal mercato circa 2,5 milioni di barili al giorno. L’infrastruttura è tornata in funzione il 22 settembre, ma per riportarla alla piena capacità potrebbero volerci dalle sei alle otto settimane. Nel frattempo, continuano anche gli attacchi ucraini alle raffinerie russe, e negli Stati Uniti alcuni esponenti repubblicani chiedono di limitare l’export di diesel, un’ipotesi che la Casa Bianca per ora esclude. Le conseguenze vanno oltre il prezzo alla pompa: carburanti scarsi e cari rischiano di alimentare l’inflazione e di mettere in difficoltà anche la sicurezza alimentare globale.
Poi c’è la Cina. All’inizio della guerra Pechino aveva potuto contare su scorte record, sospendendo gli acquisti sul mercato e raffreddando così la domanda mondiale. Ora però anche quel cuscinetto si sta assottigliando: secondo Reuters, le scorte di benzina cinesi sono ai livelli più bassi dal 2011 e quelle di gasolio dal 2015, e gli analisti si aspettano nuove restrizioni alle esportazioni già da ottobre. La corsa di Pechino a cercare barili fuori dal Medio Oriente e dalla Russia sta spingendo ancora più in alto la domanda, e con lei i prezzi. Per questo la riapertura di Hormuz è diventata una priorità anche per la Cina, ma l’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping alla Casa Bianca non ha prodotto passi avanti decisivi. Senza un accordo rapido tra Washington e Teheran, il blocco non si potrà più tamponare con soluzioni d’emergenza come il rilascio delle riserve strategiche.
In Italia, intanto, a muoversi sono state le compagnie petrolifere. Come racconta Reuters, i grandi gruppi sono corsi in aiuto del governo Meloni introducendo dei tetti ai prezzi dei carburanti. Il motivo è che lo Stato non riesce più a sostenere da solo il taglio delle accise introdotto a marzo: costa circa un miliardo di euro al mese, e il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha ammesso che serve un approccio diverso. A fine settembre lo sconto è stato dimezzato, da 12,2 a 6,1 centesimi al litro, e dal 6 ottobre lascerà il posto al meccanismo delle accise mobili. Così Eni ha fissato per trenta giorni, prorogabili fino a fine anno, un prezzo massimo di 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 per il gasolio, spiegando che le crisi geopolitiche hanno reso i carburanti estremamente cari per famiglie e imprese. IP e Q8 hanno seguito con riduzioni modulate distributore per distributore, e Tamoil si è aggiunta dopo i contatti tra Palazzo Chigi e il governo libico. In tutto le stazioni di servizio coinvolte sono più della metà della rete nazionale, e Meloni ha ringraziato le aziende per il segnale di attenzione verso le famiglie italiane.
La verità, ovviamente, è un’altra: le aziende sono intervenute sui prezzi prima che a farlo, e in maniera assai più drastica ed emergenziale, fosse il governo. Così tutti, industrie petrolifere e governo, fanno bella figura. O almeno ci provano, quantomeno ci sperano, nonostante sia molto difficile far dimenticare alle persone i prezzi che si leggevano all’ingresso delle stazioni di servizio fino a prima che iniziasse la crisi nello Stretto di Hormuz.