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21:10 giovedì 24 settembre 2026
Sofia Coppola sta festeggiando i venti anni di Marie Antoinette con una mostra alla Reggia di Versailles Gli spazi del Petit Trianon ospitano costumi, accessori, moodboard, sceneggiature annotate, fotografie, schizzi preparatori, elementi di scenografia e anche alcune sequenze del film proiettate negli stessi ambienti in cui furono girate.
Il fatto che sempre più biblioteche permettano di prendere in prestito gli ebook sta portando a un calo delle vendite delle librerie Una ricerca sostiene che il prestito digitale fa diminuire gli acquisti soprattutto nelle prime settimane dopo l'uscita, quelle in cui si decide il destino commerciale di un libro.
El Niño ha causato delle piogge così intense da far sbocciare migliaia e migliaia di fiori nel deserto di Atacama, uno dei luoghi più aridi del mondo È un fenomeno chiamato "deserto fiorito": 15 ettari di deserto improvvisamente coperti di fiori bianchi, viola e gialli.
Dopo aver riportato al cinema le streghe, i lupi mannari e i vampiri, Robert Eggers farà la stesa cosa con Romeo e Giulietta E siccome gli piacciono gli adattamenti infedeli, il film non si intitolerà Romeo e Giulietta e potrebbe non essere ambientato a Verona.
In Israele sta iniziando a mancare l’acqua potabile perché Israele ha distrutto gli impianti di depurazione a Gaza Dal 7 ottobre 2023 i bombardamenti hanno distrutto il 90 per cento delle infrastrutture idriche e fognarie di Gaza. E adesso questo è diventato un problema anche per Israele.
Non si sa niente del nuovo film di Gregg Araki, ma il fatto che si intitoli Il declino della fottuta civiltà occidentale ci fa sperare benissimo Il regista di Mysterious Skin starebbe dirigendo una commedia dark con Ashton Kutcher, Alison Brie e Jesse Williams.
I Meta Glasses sono talmente odiati che qualcuno si è inventato un’app che si chiama Zuckoff che ti avverte se ce n’è un paio nella vicinanze Si chiama Zuckoff, intercetta le frequenze bluetooth con cui gli smart glasses si collegano al telefono e avvisa chi l'ha installata.
Trump non fa altro che parlare male dell’ONU, ma intanto è solo grazie all’ONU se Usa e Iran si sono finalmente incontrati dopo settimane di bombe, insulti e minacce Ovviamente all'incontro hanno partecipato funzionari americani e iraniani, non lui. Lui ha fatto un discorso in cui insultava e minacciava l'Iran.

Perché John Berger è stato un insuperabile padre letterario

Muore a 90 anni uno dei più influenti e prolifici critici, scrittori, pensatori del nostro tempo. Qual è l'eredità intellettuale che ci ha lasciato.

03 Gennaio 2017

In un paese dell’ex Unione Sovietica, negli anni Novanta, un uomo conosce una donna, si frequentano, lei rimane incinta, nasce un bambino. Sono entrambi giovanissimi e inesperti. Ma uno dei due è più previdente dell’altro. Non necessariamente il più forte dei due. Si lasciano un anno e mezzo dopo. La donna si fidanza con un altro, chiedendo al papà naturale del bambino di farsi da parte, rinunciando alla sua presenza nella vita del figlio. Per qualche ragione l’uomo accetta: forse perché non è il più forte dei due. La vita sembra andare così: la nuova famiglia e la storia si confermano anno dopo anno. Il padre acquisito diventa il “papà”. L’altro uomo scompare: emigra, ricomincia, guadagna un po’ di soldi. Il giorno del quindicesimo compleanno, il ragazzino si tuffa in modo sbagliato e va in coma. Pare non ci sia molto da fare, a meno di non tentare un’operazione sperimentale che si fa solo in Germania. Costa quarantamila euro. La donna non li ha, li chiede al “papà”. Lui, dopo alcuni tentennamenti, si risolve a dirle la verità: non vuole tirare fuori quella cifra per una cosa arrischiata, e per un figlio non “suo”. Lei, disperata, chiama il padre naturale, gli racconta la storia. Essendo non il più forte ma il più previdente dei due, alla nascita l’uomo aveva messo da parte del denaro, una specie di assicurazione, da riscattare quando il figlio avesse raggiunto i ventuno. Non ci pensa due volte e ritira quanto serve, lo spedisce alla madre, lei paga l’operazione: l’operazione va bene. Il ragazzino si risveglia dal coma senza danni. Ma nel frattempo la madre ha cacciato via il suo compagno, e all’ospedale tedesco il figlio ritorna alla vita incontrando quell’uomo che è il suo genitore biologico, e alla cui generosità  deve tutto. Nonostante questo, oggi il ragazzo, che sta bene ed è un giovane ingegnere, non riesce a chiamarlo “papà”. È tornato indietro dal regno dei morti, ma ci è tornato come una strana specie di orfano. Non ha mai veramente riallacciato rapporti con colui che lo ha tradito e neppure con il padre che lo ha salvato.

Stavo ascoltando questa storia – una favola nera bianca e vera – dalla voce di uno dei protagonisti, quando ho appreso la notizia della morte di John Berger, il più grande di tutti, la figura paterna di chiunque si ribelli all’angustia dei generi prefissati, della separazione fra discipline visive e parola letteraria, il narratore ideale, il buon esempio, il combattente delle idee, il prosatore generoso, l’inglese espatriato, il coltivatore che viveva lontano dalle città, il formidabile oratore, protagonista di una delle più geniali trasmissioni tv della storia. Se non ci fosse stato John Berger, non avrei avuto il coraggio di iniziare un’eulogia raccontando una vicenda così apparentemente distante dal soggetto di cui devo scrivere. Ma John Berger c’è stato, e la vicenda che ho raccontato non è così lontana dalle sue opere. Vorrei spiegare perché, e così facendo illustrare perché John Berger è stato il più rispettabile dei padri letterari possibili.

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Berger è stato prolifico, e chi è prolifico principalmente si assume dei rischi. Ha scritto decine di libri, principalmente divisi in quattro filoni: saggi artistici e politici, romanzi e racconti, progetti ibridi e collaborativi, prose frammentarie, d’occasione. È una suddivisione rozza, ma credo corretta, e restituisce la varietà vitale della sua “responsabilità”: in un saggio su Leopardi del 1983, uno dei primi apparsi in lingua inglese, Berger sostiene che «nonostante il nostro inevitabile pessimismo, la realtà è sempre bisognosa». Necessità di azione, di pensiero che nutre l’azione, di pietà che corregga le traiettorie dell’azione e del pensiero. Pubblicare – oggi si direbbe anche “condividere”, ma nel senso meno deteriore del termine – è uno dei modi in cui un autore reagisce. Nel caso di Berger, la reazione è stata molto più di una reazione. È stata magistero, scoperta, tessitura, connessione, e sì, anche sperimentazione: ma quel tipo di sperimentazione che aderisce alla sostanza costruibile della vita. Berger negli anni Cinquanta dichiarò che tutta la sua attività intellettuale era una protesta contro la condizione borghese. Non conosco nessuno che altrettanto coerentemente abbia vissuto secondo principi rivoluzionari, anche quando ciò gli ha procurato scherno e ammirazione sperticata (l’altra faccia dello scherno), per esempio in occasione del famoso discorso del Booker Prize, vinto con il bellissimo romanzo G., la cui somma divise a metà con le Black Panthers di Trinidad, attive nel processo di palingenesi contro la Booker, azienda i cui profitti derivavano dallo schiavismo coloniale britannico.

Eppure le contraddizioni e le ingiustizie del capitalismo non sono mai state per Berger un’arma narcisistica: gli stessi capolavori pittorici tanto amati, come insegna W.G. Sebald in uno splendido passaggio de Gli Anelli di Saturno, sono «incrostati del velo di zucchero delle piantagioni olandesi», e nella celeberrima prima puntata di Ways of Seeing, programma divulgativo prodotto dalla Bbc nel 1972, nel quale Berger vestiva camicie lussureggianti straordinarie, le sue mani ritagliano un dettaglio da una riproduzione di Botticelli con un coltellino, mentre la sua voce precisa senza sconti che «la prospettiva, che è connaturata ai dipinti della tradizione europea, mette al centro l’occhio di chi osserva, e l’occhio di chi osserva tende a chiamare realtà ciò che sta osservando in quel momento», e che «guardare i dipinti ci insegna molto non solo sul modo in cui guardiamo ma anche e soprattutto sul modo in cui viviamo, sulle nostre condizioni di vita».

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Berger ha pubblicato testi fondamentali sul rapporto fra arti visive ed esperienza umana contemporanea, non tanto per le idee che espone, ma per come tali idee s’intrecciano con l’umanità di chi le incrocia: l’autore, il lettore, la comunità inconfessabile delle culture. In un testo su Van Gogh del 1983 chiude dicendo che nell’antichità si guardavano i dipinti fossero specchi, ma nel caso di Van Gogh si tratta più che altro di laser, raggi luminosi che conducono il calore delle idee.

Secondo Geoff Dyer, che gli ha dedicato un libro intitolato Ways of Telling, e che è uno dei migliori tra i suoi tanti discepoli, fra le caratteristiche più rilevanti dell’eredità intellettuale di John Berger va annoverata l’apertura in tempi non sospetti a una tradizione europea e continentale da parte di un letterato britannico. La molteplicità di figure che si radunano ogni volta che Berger comincia a scrivere è in effetti parte di una tradizione polifonica: c’è un poeta lirico postmoderno, l’uomo che racconta intorno al fuoco, un letterato finissimo, un io che definisce a voce bassa la misura del nostro tempo, iniquità per iniquità.

La forma ideale della sua scrittura, dalle cinque alle dieci pagine, si mescola miracolosamente con l’umanità delle sue giornate spesso dedicate ad altro da sé: ad altri, agli amici, ai compagni di lotte, ai campi da coltivare, alle cicliche mansioni del lavoro quotidiano di abitante della terra, di attivista, di occhio che guarda. Berger ha lavorato con fotografi, registi, produttori televisivi, direttori di musei, editori, direttori di giornali. In molti dei suoi volumi compaiono in sovracoperta immagini del suo volto bellissimo, un’armonia di ciocche e segni del tempo, e le pupille azzurrissime che sembrano sempre scrutare il punto in cui qualcosa potrebbe non crollare, non spezzare la schiena al più debole.

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Berger è stato un gigante della letteratura, e un gigante della vita. Le due cose di rado coincidono: immergetevi nella lettura di uno qualsiasi dei suoi scritti, su Rembrandt, sull’Ulisse di Joyce, o sull’amore coniugale, o sul modo in cui si gestisce la merda nella vita di campagna. Emergerà qualcosa che va aldilà delle parole: un bassorilievo d’esistenza, che è la più consolante moneta di riscatto di fronte al lutto: come il padre previdente della storia che ho raccontato all’inizio, e previdenza non va inteso come valore borghese, cioè basato sulla protezione di una proprietà, ma universale, cioè proiettato verso gli altri, l’altro, la sostanza costruibile della vita. Che richiede il dono. Ogni parola di John Berger – su carta, dal vivo, o in una telecamera – è stata un dono.  Per sentire la profondità di tale dono, guardate i suoi interventi televisivi sulla storia dell’arte, confrontateli con quelli di Vittorio Sgarbi, un tipico esempio di talento sprecato nell’incapacità totale di pensare ad altro che a se stessi.

Di fronte ai maestri perduti noi vivi siamo tutti come i figli usciti dal coma, con una notizia sconvolgente (dobbiamo reagire al mondo che ci riserva sorprese e scandali continui) e una notizia rassicurante (siamo vivi). È urgente essere figli migliori, diversi: dobbiamo praticare gratitudine, ritagliare un dettaglio esemplare, e cambiare le nostre abitudini per essere fedeli ai nostri padri migliori.

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