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21:47 martedì 15 settembre 2026
A quanto pare, il nuovo ayatollah Mojtaba Khamenei ha due grandi passioni: i film di Christopher Nolan e le startup tech Lo hanno detto il cognato e la suocera, parenti della moglie Zahra Haddad-Adel, uccisa nello stesso attacco in cui è morto il padre Ali, a diversi media vicini al regime.
Per la prima volta nella storia, e “grazie” agli Stati Uniti, ci sono armi anche nello spazio aperto Non esistono dettagli sul tipo di armi ma la US Space Force ha detto che «possono essere impiegate sia a scopo difensivo che offensivo».
Non contento di stare girando già una dozzina di film contemporaneamente, Luca Guadagnino ha pure disegnato una collezione di arredamento e abbigliamento di 140 pezzi per Zara 65 pezzi tra mobili e oggetti per la casa, a cui si affiancano 75 capi tra abbigliamento e accessori. Realizzati nei ritagli di tempo tra un set e un red carpet, si capisce.
La colonna sonora più incredibile dell’anno è quella di un documentario sulla scena rave ucraina in cui suonano Fred Again, Brian Eno, Aphex Twin, Sega Bodega e gli Idles Si intitola Black Sunflowers, ha debuttato al Toronto International Film Festival l'11 settembre e, anche e soprattutto grazie alla musica, è già uno dei documentari più chiaccherati dell'anno.
Secondo una ricerca pubblicata su Lancet, basterebbe una patrimoniale del 3 per cento sulla ricchezza dei miliardari per salvare la vita a 30 milioni di persone Un minuscolo contributo dei 3 mila miliardari che vivono nel nostro mondo, che collettivamente possiedono un patrimonio di 17 mila miliardi.
Bernie Sanders ha proposto una legge per punire chi sviluppa una “super AI” con la stessa pena di chi sviluppa un’arma nucleare illegale Proposta di legge (che difficilmente verrà approvata) a cui ha dato l'esplicativo titolo di Ban Artificial Superintelligence Act.
Sulle Dolomiti quest’anno ci sono davvero tutti, pure Timothée Chalamet Assieme a suo padre Marc, compagno di un'escursione che l'attore ha dettagliatamente raccontato in un post Instagram.
Il governo israeliano vuole revocare la cittadinanza ai registi di NAZA, Yuval Abraham e Rachel Szor, per alto tradimento Vincitori del Premio speciale della giuria a Venezia, i due si sono ritrovati accusati dal Ministro della Cultura Miki Zohar.

Iran, perché adesso

Non è affatto detto che Israele voglia bombardare Teheran. Ma se attaccherà, lo farà a breve

07 Novembre 2011
Il rifugio antiatomico era una stanza in cemento armato nel seminterrato, ad altezza garage. Daniela, la coinquilina che studiava architettura, lo utilizzava come ripostiglio per accatastare i plastici. Quando le autorità hanno annunciato un’esercitazione antinucleare, le ho chiesto di spostarli ma lei non ha voluto. Le sirene hanno suonato e tutti sono rimasti in salotto perché il rifugio era impraticabile. Nulla di grave, le esercitazioni antinucleari non sono prese molto sul serio in Israele.Questa volta, dicono, è diverso. La settimana scorsa c’è stata una tripla esercitazione “pericolo nucleare, biologico e chimico” nell’area metropolitana di Tel Aviv e pare nel Paese si respiri “una preoccupante frenesia di autodifesa” in vista di un possibile attacco dall’Iran – leggi: una rappresaglia a un possibile attacco israeliano contro le centrali nucleari iraniane. 

Ora, io non vivo più a Tel Aviv, quindi non so se la “frenesia” di cui scriveva Giulio Meotti in prima pagina del Foglio rifletta o meno il mood che si respira in Israele (ho l’impressione che i plastici siano ancora dove stavano, ma posso sbagliarmi). Però so una cosa: se Israele vuole davvero bombardare le centrali iraniane, lo farà adesso.

Questo non significa che Israele attaccherà l’Iran, né che realmente intenda farlo. Esistono valide ragioni per credere che le parola del presidente Shimon Peres – che sabato ha definito un attacco contro Teheran “sempre più probabile” – siano un bluff, che Israele stia alzando il tono per aumentare la pressione internazionale. Che un raid aereo non sia nell’interesse dello Stato ebraico. Troppo rischioso: e se il programma nucleare fosse più avanti di quanto non ci aspettiamo? E se i caccia israeliani non riuscissero a eliminare proprio tutte le centrali? Teheran potrebbe rispondere nel peggiore dei modi.

Si potrebbe obiettare che la Mutual Assured Destruction è un’evenienza che Israele tiene in conto da tempo. Il premio Pulitzer Seymour Hersh, nella sua controversa inchiesta su un possibile programma nucleare segreto israeliano, la chiamava l’“Opzione Sansone”: Gerusalemme sarebbe pronta a lanciare una rappresaglia atomica in grado di cancellare dalle mappe i Paesi arabi, nel caso questi distruggessero Israele – muoia Sansone con tutti i Filistei.

Se abbiano ragione quelli che “gli israeliani mica sono così scemi da rischiare un conflitto nucleare” oppure i Seymour Hersh, si vedrà nel prossimo futuro. Il punto è che se Israele vuole attaccare l’Iran, questo è il momento più adatto.

Perché oggi, non ieri né domani è una faccenda che dipende da fattori molteplici. Il primo, e il più ovvio, è che il programma nucleare iraniano sta progredendo e che martedì l’Agenzia internazionale per l’energia atomica dovrebbe presentare un dossier che potrebbe sancirne ufficialmente la natura militare. Questo per Israele significa Adesso o Mai Più. Incidentalmente, significa anche potere fare leva sul rapporto dell’Agenzia atomica per ottenere il sostegno, se non altro tacito, da parte delle nazioni occidentali.

Poi c’è la Primavera araba, che ha sconvolto – e con ogni probabilità continuerà a sconvolgere – gli equilibri mediorientali. In particolare dalle rivoluzioni in Egitto e in Tunisia, nonché dai sommovimenti tuttora in corso contro il regime siriano, è emerso come grande collante regionale l’Islam politico sunnita – ossia quella galassia di movimenti che predica un ritorno all’identità islamica forte ma non disdegna la democrazia come mezzo, e che va dai Fratelli musulmani in Egitto all’Akp di Erdogan in Turchia passando per quell’Ennahda che ha appena vinto le elezioni tunisine.

Questo, in breve, significa che l’Iran sta perdendo colpi. Il regime degli ayatollah – sciita, poco amico dei Fratelli musulmani e più antagonista di loro – è sempre più isolato in Medio Oriente. Lo ha spiegato bene lex vicesegretario di Stato americano Martin Indyk su Foreign Policy, ma chi ancora nutrisse dei dubbi può osservare quello che sta accadendo a Damasco, dove il regime sciita e filo-iraniano di Bashar al-Assad è stato abbandonato persino da vecchi sostenitori come la Turchia e Hamas. L’Iran è solo, ed è debole. Al contrario Israele (come fa notare l’ultimo numero di Limes in edicola dal 3 novembre) è solo ma più forte, perché sa bene sfruttare le debolezze dei suoi nemici. Se non ora, quando?

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