Attualità

I libri del mese

Cosa abbiamo letto a marzo in redazione.

di Aa.Vv.

circa 1961: A young woman unwinds before sleep with a few pages of reading from Edmund Ward's 'Summer Retreat'. (Photo by Chaloner Woods/Getty Images)

Roxane Gay – Fame (Einaudi)
Traduzione di Alessandra Montrucchio

C’è qualcosa di molto particolare nel modo in cui Roxane Gay parla del suo corpo, della sua obesità e di quello che è stato l’inizio del processo di accumulazione che l’ha portata a costruire quella barriera di kg tra lei e il mondo, e cioè lo stupro di gruppo che ha subito a dodici anni. Doreen St. Félix sul New Yorker ha definito la sua prosa “letargica”, fredda nel suo succedersi di frasi brevi e lineari. «Il corpo obeso è espressione di eccesso, decadenza e debolezza. Il corpo obeso è il luogo di un’infezione grave. È il campo di una battaglia persa in una guerra tra volontà, cibo e metabolismo, e lo sconfitto sei tu». Cosa avrebbe dovuto scrivere di più per convincerci che, sì, sa di essere obesa, lo sa da quando ha tredici anni, e che non ha bisogno che completi sconosciuti le tolgano gli snack dal carrello della spesa? Per tutto il libro, l’autrice racconta con reiterata crudezza cosa significa portarsi dietro ogni giorno più di duecento kg e si muove, lenta ma senza fermarsi, nel territorio incerto che sono stati gli anni della sua adolescenza e giovinezza, compresi i dieci mesi di buio in cui ha lasciato il college ed è diventata centralinista in un call center erotico e, soprattutto, di quello che le è successo nel boschetto di un quartiere residenziale per mano di alcuni ragazzini che sembravano innocui. Racconta di come la sua scrittura sia cresciuta e si sia rafforzata in quegli anni, del rapporto con l’anonimato e le identità digitali, così comode per chi si odia e sente, fortissimo, l’odio degli altri su di sé. Come già Bad Feminist, anche Fame è disseminato di citazioni pop, in primis i programmi tv dedicati alla perdita di peso, quelle epopee di obesi che risolvono il loro problema con il mondo e, finalmente, dimagriscono. Il suo di corpo, però, non aderisce a quelle rotte convenzionali, anche se lo vorrebbe perché vive di contraddizioni, e si mantiene così come lei stessa l’ha costruito, difforme e sofferente. Di tanto in tanto, Roxane Gay si rivela nelle pieghe delle sue frasi a stretto giro di senso ed è impossibile fraintenderla: io sono il risultato di quello che mi è successo, con tutto quello che ne consegue. Che è ben diverso dal giustificarsi. (Silvia Schirinzi)

 

Carl Safina – Al di là delle parole (Adelphi)
Traduzione di Isabella C. Blum

Mi sembra che da qualche tempo a questa parte l’attenzione dell’industria culturale per il mondo animale si sia rinnovata. Penso, come prima cosa, ai secondi capitoli di Planet Earth e Blue Planet prodotti dalla Bbc, ma anche a romanzi e saggi (quello che chiamiamo “nature writing”) che riescono a diventare, almeno nei Paesi anglosassoni, delle specie di bestseller. È su questa onda che Adelphi ha inaugurato la nuova collana “Animalia” che inizia con questo Al di là delle parole di Carl Safina. È un saggio divulgativo su una parte di scienza che si sta sviluppando soltanto ora, e che indaga la vita interiore degli animali. Non i loro comportamenti di caccia, non il loro sviluppo comportamentale evolutivo, per così dire, ma le loro emozioni: felicità, rabbia, paura, voglia di fare amicizia o di giocare o di annoiarsi. Lo fa seguendo tre diversi mammiferi: degli elefanti in Kenya, dei lupi a Yellowstone, dei cetacei nel Pacifico. Safina, per tutta la durata del libro, fa una cosa semplice e affascinante: guarda gli animali fare gli animali. È un libro pieno di magia perché, essendo la materia nuova, lo stesso Safina guarda con meraviglia i giochi di questi elefanti che fanno gli scemi tra di loro e con lui, e ha più domande e supposizioni che risposte e teoremi. E queste quasi 700 pagine se ne vanno facilmente così, come leggendo una favola, un film pieno di cose nuove e meravigliose, uno specchio di noi stessi in cui non siamo più umani ma prendiamo le forme di elefanti, balene, lupi, che poi sembrano essere tutte la stessa cosa. (Davide Coppo)

 

Jacopo Iacoboni – L’Esperimento (Laterza)

L’Esperimento è stato pubblicato due mesi fa, e proprio per questo fa un certo effetto leggerlo ora. E non soltanto perché, nel frattempo, i Cinque Stelle hanno preso più del trenta per cento alle elezioni: più che a Beppe Grillo e ai pentastellati, infatti, leggere questo saggio mi ha fatto pensare… a Cambridge Analytica e a quello che si è scoperto nelle ultime settimane grazie alle inchieste del Guardian e del New York Times. Intendiamoci, questa è, come recita il sottotitolo, un’«inchiesta sul Movimento Cinque Stelle». Ma è anche soprattutto una storia del partito, che però viene inquadrato come un esperimento ingegneristico e sociale. Il motore non è Grillo, ma Casaleggio Sr: anzi, Grillo è, come lo descrive Iacoboni, il «paziente zero» di Casaleggio. I temi centrali sono la cyber propaganda, l’intersezione tra psicologia e informatica, la manipolazione per via digitale. E come tutto questo si ricollega con gli istinti, politici e umani, già presenti nella società. Suona familiare? «Quando parliamo di ingegneria sociale nella stagione di Trump o della Brexit, pensiamo a campagne elettorali nelle quali hanno avuto un peso decisivo un certo uso delle reti sociali ingegnerizzate per la demolizione del nemico e l’utilizzo scientifico dei dati per il microtargeting degli elettori indecisi attraverso società di estrazione dati e profilazione (nel caso angloamericano Cambridge Analytica e Aggregate IQ)», scrive Iacoboni. L’Italia però è un caso unico: «La società internettiana, qui, dà direttamente vita a una forza politica». (Anna Momigliano)

 

Bella Bathurst – Rumore (Utet)
Traduzione di Eleonora Gallitelli

Sono ormai diversi anni che ho il vizio di leggere memoir, in particolare scritti da donne. Dopo averne sfogliati tanti posso dire che i migliori si assomigliano un po’ tutti, perfino nel modo in cui sono scritti: con un tono distaccato, tra l’ironico e il saggistico, che si apre a tratti, improvvisamente, sulla carne morbida dell’autrice, con struggenti squarci di intimità, confessioni dolenti, salvifiche epifanie. Questo memoir di Bella Bathurst, fotografa, scrittrice e giornalista, non fa eccezione. Allo stesso tempo, però, è assolutamente unico. Forse ancora più unico degli altri. Come le altre autrici dei memoir che più ho amato (Olivia Laing e Helen Macdonald, per dirne due già citate in questa sede) Bathurst è abituata a scrivere saggi e articoli: ha collaborato con The Guardian e The Observer e ha scritto un libro dedicato alla famiglia degli Stevenson, grandi costruttori di fari nonché nonni e bisnonni dell’autore dell’Isola del Tesoro. Se in Rumore, Bathurst parla anche dei problemi incontrati durante la genesi di Lo splendore degli Stevenson, è perché racconta di un fatto davvero insolito, ovvero la perdita graduale dell’udito. A causa di una caduta sugli sci, prima, e un incidente in macchina, sette anni dopo, ancora giovanissima Bathurst comincia a sentire sempre meno, finché non diventa completamente sorda. Il racconto alterna il tono scientifico (si parla molto di acustica, delle leggi fisiche che regolano il propagarsi delle onde sonore e di come il suono cambia in relazione agli ambienti, dai pub al mare aperto), la precisione giornalistica (quando cerca riparo e sostegno nelle esperienze di chi ha vissuto qualcosa di simile, ad esempio intervistando il figlio di George Martin, aka il “quinto Beatle”, che diventa sordo dopo un’immensa carriera da produttore discografico) e la delicatezza con cui vengono trattati fatti e pensieri personali. Uno dei pregi di Rumore, poi, è la grande diversità tra le sue parti: si passa dal reportage dettagliato di un’uscita in barca a vela all’esperienza con il gruppo serale per imparare la BSL (lingua dei segni britannica), fino al racconto del primo concerto di Schubert sentito quando, dopo 12 anni di sordità, Bella Bathrust recupera l’udito. (Clara Mazzoleni)

 

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