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Il governo inglese ha esortato la popolazione a iniziare a far scorte di cibo e acqua per prepararsi agli eventi climatici estremi causati dal Super El Niño «Chi avrà delle scorte se la caverà molto meglio di chi non ne ha», ha detto la Ministra dell'Ambiente Angela Eagle.
È valsa la pena seguire tutti gli Emmy solo per vedere Rob Reiner vincerne uno storico, da record Ha vinto il premio per Outstanding guest actor in a comedy series per la sua interpretazione nella quarta stagione di The Bear.
L’ultima volta che un partito di estrema destra ha governato in Germania era QUEL partito di estrema destra Con la vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt il Brandmauer, il muro che ha tenuto l'estrema destra fuori dai governi dal dopoguerra a oggi, potrebbe crollare.
C’è una casetta che è rimasta miracolosamente intatta nell’inondazione in Nepal e nessuno sta riuscendo a spiegare come sia stato possibile L'hanno ribattezzata "casa miracolosa" e le hanno dato un pin tutto suo su Google Maps, dove ora è classificata come "a prova di alluvione".
A 80 anni Paul Schrader ha provato l’ayahuasca e gli è piaciuta così tanto che ha deciso di farci un film Dopo otto trip consecutivi (otto!) e un mese in Costa Rica, Schrader ha capito che dall'esperienza era necessario trarre un film.
Anne Carson ha scritto un bellissimo saggio per dire che ama follemente Rosalía È così innamorata che ne perdona anche i difetti: ad esempio non sembra del tutto convinta dei testi delle sue canzoni, ma, ci tiene a specificare, lei «non è certo la giudice migliore».
La strana, stranissima storia che ha portato un collettivo antifascista italiano nella lista delle organizzazioni terroristiche degli Stati Uniti L'A/I Collective, che fornisce servizi internet anonimi, da adesso è considerata un'organizzazione terroristica di sinistra, accusata di sostenere la cosiddetta "rete antifa".
Una delle cose più belle scritte da Gloria Steinem è un capitolo del suo memoir in cui racconta che divenne femminista grazie a sua madre, che femminista non aveva mai potuto essere Un testo che si può leggere gratuitamente sul sito del Guardian, uno dei tantissimi lasciti della giornalista, scrittrice e attivista.

Gué che brilla nella zona grigia

Abbiamo parlato con il rapper del suo nuovo album, GVESVS, e di tutto quello che c'è dentro: una sensibilità nuova su certi temi e un'opinione diversa sul presente della musica e della società.

21 Dicembre 2021

Gué arriva su Zoom incazzato nero, ha dovuto annullare il concerto milanese di dicembre per le nuove disposizioni anti-Covid dei locali. Non lo consola neanche il fatto che il suo GVESVS sia il secondo nuovo album più ascoltato al mondo su Spotify. Si accende però quando parliamo di musica, di rap, di metriche, citazioni, metafore.

Come hai lavorato nella scrittura del disco? Sembra sempre di più che tu abbia una sceneggiatura in testa quando scrivi.
Il mio è un racconto personale, autoreferenziale come nella tradizione rap, non è un romanzo. La differenza con una sceneggiatura cinematografica è che il protagonista è sempre uno solo, che sono io o al massimo il mio avatar rapper.

Quanto è consapevole la scelta di declinare l’immaginario guercesco – in cui convivono spaghetti western, Lamborghini, Rolex Daytona, film gangster e piazze di ritrovo anni Novanta – su tonalità diverse? Dall’intrattenimento spaccone del tuo ultimo mixtape, Fastlife 4, al mood lirico e introspettivo di GVESVS?
Sì, alcune cose che non andavano bene per l’album le ho messe nel mixtape, e viceversa. Ma spero si capisca sempre che è lo stesso autore. Come di un regista che, pur variando da una commedia a un film di supereroi, conserva una mano riconoscibile, lo stesso vorrei succedesse nella mia musica.

Credi esista ancora la famigerata street credibility? E in che modo questa convive con la credibilità artistica?
Nel mio caso parlerei di autorità e rispetto, più che di credibilità di strada. Arrivato alla mia età, con il mio status nel business del rap, non è che posso stare in strada col passamontagna come i ragazzini dei videoclip, devo trovare un’altra via. Hai presente Christopher Walken in King of New York quando ci sono i pischelli che lo vogliono derubare e lui gli lancia il rotolo di banconote? È questo il mio ruolo oggi nel rap game. Quello che manca oggi è una credibilità artistica, non di strada. La strada cambia, io vengo da un’altra era: oggi la gente si minaccia su Instagram, filma i reati col telefonino. Artisticamente è un’era molto superficiale, è tutto un deep fake, come quel software dove metti la tua faccia nei film di Schwarzenegger. Il primo pezzo dell’album – “La G la U la E pt.2” – mette proprio in chiaro e in rima quest’idea, prendendo le distanze da tutto e tutti.

A proposito dell’autorità artistica di cui parli, chi te lo fa fare di prendertela con chi spara opinioni sui social per essere più popolare? Davvero credi di giocare lo stesso campionato di Fedez e altri come lui?
Hai ragione, però oggi quando vado a fare un’intervista purtroppo è di quello mi chiedono. Ci sarà una differenza tra me che vendo dischi facendo musica e questi che cercano ogni espediente che non sia la musica per far andare avanti le loro carriere da musicisti? Non voglio essere un boomer, uno che si lamenta, semplicemente guardo altri film, sento altri dischi, vado anche in altri posti rispetto a loro, ma sono nello stesso business. Anche gli influencer mi fanno sorridere: siamo arrivati in un’era in cui non serve un talento. Anche quando c’era Non è la Rai, nonostante tutto il suo trash, le tipe ballavano, cantavano, oggi neanche provano a fare questo. Dobbiamo accettare che siamo in un momento storico in cui un diciottenne che scarta i videogiochi guadagna più di me e di te? Ok, accettato. Semplicemente nella musica dovrebbero esserci delle classifiche diverse: la Fimi e la Tik Tok Chart.

Non c’entra anche il fatto che, se non prendi posizione – quando tutti esprimono opinioni – hai paura di rimanere tagliato fuori? Una sorta di sindrome F.O.M.O. che nel rap, in quanto racconto della realtà, è implicita.
È così, il rap ce l’ha di default, ma io godo nello scrivere in un certo modo, evocare delle immagini con un particolare beat. Non godo se vengo citato in qualche tweet dal tal personaggio, non mi hanno calcolato fino adesso e quindi io continuo a fare dischi, non do opinioni.

Veniamo ai temi di alcuni pezzi: “Fredda, triste, pericolosa”, “Futura Ex”, “Veleno“. Ho trovato delle analogie con gli ultimi dischi di Marracash. Da dove arriva la decisione di mettere il lato emotivo e psicologico in primo piano? Consapevolezza data dall’età o una nuova declinazione del tuo racconto?
Mi riconosco in questa cosa della declinazione del racconto. Ho un passato di musica da club, ma ho sempre scritto pezzi di questo tipo e oggi – sarà per l’età, o per la mia scrittura e tecnica che si sono affinate – penso di dare il meglio in una narrazione più matura che si rivolge a un pubblico più ampio.

E così ti è venuto fuori un racconto dell’etero maschio quarantenne bianco – che gran parte della narrazione mainstream vuole “in crisi” – dove rappi cose come «Nasco solo/Muoio Solo» (in “Futura Ex”).
Non l’ho deciso a tavolino di fare un disco così. Il marketing che faccio di me stesso è molto hip hop: non devo annunciare che questo album è la mia psicoanalisi per attirare l’attenzione di un certo tipo di pubblico, per essere invitato nei salotti o nei talk show. Né avrei bisogno di parlare di rehab, o inclusività, per far accorgere di me il mainstream culturale. Non me ne frega nulla. Non ho neanche parlato di mia figlia. Io m’impegno da anni per portare avanti uno stile, fatto di immagini, citazioni, metafore.

Ho notato che ci sono meno parolacce in questo album. Hai capito che non era più opportuno l’uso del turpiloquio per qualche ragione?
Sono stato particolarmente feticista sui testi in GVESVS: ce ne sono alcuni (“Blitz”, “Domai”) – catalogabili nel mondo street, banger, G (gangsta) – che sono scritti in modo particolare, meno freestyle, più poetico. Punto tutto su questo, sull’essere un bravo rapper che costruisce testi densi e corposi.

Mi chiedo se ci sia dell’ironia quando scrivi: il titolo “Piango sulla Lambo” potrebbe starci in una commedia dei nuovi Vanzina, se esistessero.
È un pezzo amaro ma che ha quello humor nero che è una delle mie cifre stilistiche.

GVESVS è pieno di pezzi romantici, e mi chiedevo se in qualche modo fossi stato influenzato dall’onda indie che sulle sofferenze d’amore ha costruito la sua identità. Penso anche alle collaborazioni dell’album con artisti come Franco 126 e Coez.
È un mondo che apprezzo, ma sono lontano anni luce dal romanticismo dell’indie. Quello con Franco – “Fredda, triste, pericolosa” – è uno dei pezzi più amari che abbia mai scritto. E con Coez avrei potuto fare un pezzo paraculo indie rap, ma non è quello che mi interessa.

Comunque sei passato dal “mi piacciono le tipe” dei primi dischi al “le donne mi fanno soffrire”, o sbaglio?
In Italia, a differenza che nel resto del mondo, prima che arrivasse la trap italiana (che era a sua volta debitrice dei Club Dogo) era difficile avere successo dicendo “mi piace la fica, mi piace scopare”. In America già negli anni Sessanta e Settanta le canzoni parlavano di sesso, qui invece – a parte eccezioni tipo Califano – se scrivi pezzi espliciti come ho fatto io, non ti invitano da Fazio. Devi per forza scrivere che l’amore ti fa soffrire, il vincente che va in giro a scopare non funziona.

Però in GVESVS quello che soffre sei tu.
Ho capito, ho scopato in tutti gli altri dischi, ora basta (risata). Sono comunque arrivato in classifica facendo pezzi espliciti, da vero G, come ne ho visti pochi: Buscaglione, Fred Bongusto, Califano, i veri playboy della tradizione italiana. Oggi ci sono solo canzoni con tipi innamoratissimi che vengono cornificati, poi soffrono, e mi spiace per loro. Detto questo l’indie ha fatto bene alla musica italiana. A me invece piace il rap, da sempre, sono in fissa, ne sono innamorato.

Di Marracash hai detto: «È tutta la vita che vuol dimostrare che un ragazzo di quartiere può essere un intellettuale, uno scrittore, un poeta, e ce l’ha fatta, nonostante tutti i suoi demoni». Tu invece, figlio di giornalisti e scrittori, non credi di essere un intellettuale, a modo tuo, ovviamente?
Non è che ho mai detto che intellettuale equivale a stronzo di merda, semplicemente io ho scelto un percorso che mi facesse vivere e sentire quello che scrivo, nel bene e nel male. Non c’entra nulla venire da una situazione umile per essere un vero G, non rinnego la mia famiglia e la cultura letteraria fa parte della mia formazione, ma ho chiaramente scelto un’altra strada.

C’è qualcuno che vedi come tuo erede?
No, al momento non c’è nessuno che brilla nella zona grigia dove sono io. I miei fan sono sia colti che ignoranti e questo arriva dal mio background: sono un figlio di intellettuali che ha scelto di vivere nell’underground, nel mondo di sotto raccontato da Guy Ritchie, e fondendo queste due cose ho creato uno stile unico.

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