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18:21 giovedì 19 marzo 2026
Gli impallinati di alieni sono convinti che gli Usa stiano per dire che gli alieni esistono perché il governo ha registrato il dominio aliens.gov Tutti quelli che non sono impallinati di alieni, invece, dicono che è solo un altro tentativo di Trump di distrarre l'opinione pubblica dagli Epstein Files.
Qualcuno si è inventato un traduttore che traduce qualsiasi cosa dici nella ridicola lingua tipica di LinkedIn Si chiama Kagi Translate e vi insegnerà come trasformare qualsiasi cosa vi succede sul lavoro in un «nuovo emozionante capitolo!».
Dopo averci investito 80 miliardi di dollari e averci guadagnato zero dollari, Zuckerberg ha chiuso il metaverso di Meta Quattro anni a ripetere che in futuro avremmo tutti vissuto in Horizon Worlds. Oggi Horizon Worlds non esiste più.
Per i 25 anni della saga si terrà un rave party a tema Signore degli Anelli in cui il dj sarà Elijah Wood, cioè Frodo Baggins Insieme all’attore Zach Cowie, suo partner nel duo Wooden Wisdom, Wood guiderà un «rave in pieno stile Terra di Mezzo» il prossimo 31 maggio.
Zendaya sarà la protagonista di tutti i film più attesi del 2026 Sette film in un anno, uno più atteso dell'altro: si inizia con The Drama l'1 aprile e si finisce a dicembre con Dune 3.
Tulsi Gabbard, la Direttrice dell’Intelligence Usa, ha detto che non c’è nessuna prova che l’Iran stesse costruendo una bomba atomica Contraddicendo apertamente Trump, che il 4 marzo aveva detto che «se non avessimo attaccato entro due settimane, avrebbero avuto l'atomica».
Elio Germano si è fatto un profilo Instagram solo per far campagna per il No al referendum sulla giustizia La “canzone” che Germano canticchia nel video riprende quella che cantava Gigi Proietti in uno spot per il no al referendum sul divorzio.
Una ragazza ha trovato la discarica in cui è stato buttato il tappeto rosso degli Oscar, ci è entrata, ha strappato un pezzo del tappeto, se l’è portato a casa e ne ha fatto un tappeto da salotto La ragazza, Paige Thalia, ha documentato tutto su TikTok e ha precisato che con la stoffa avanzata ha fatto una copertina per il suo cane.

Come essere felici con un gruppo Whatsapp

E se la soluzione fosse non chiudere i social ma chiudersi nei gruppi?

08 Luglio 2019

Negli ultimi mesi ho riscoperto il piacere di scorrere i social network, se mi guardo intorno decisamente in controtendenza e perciò, come vorrebbero Vonnegut e Marie Kondo, ho il dovere di condividere questa gioia. Capisco, la disaffezione per i social è un sentimento molto comune e anche io, a lungo, non ne sono stato immune. Sono uno di quelli che ha letto Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social annuendo a ogni pagina e poi Chiudete internet annuendo ancora, e però, appena finito di annuire, con la testa ancora bassa ho aperto Instagram e messo una valanga di like. Sono rimasto dentro a leggere e a osservare, senza combattere nessuna battaglia interiore. Vedendo che mi apparivano prodotti che avevo appena nominato o citato altrove – dunque mi spiano! Fa niente, li ho comprati lo stesso. Senza immaginarmi come un moderno stilita a-social, senza atteggiarmi a sapiente convinto da un paesino di aver detto la cosa giusta e aver fatto la mia parte.

Il merito va a una funzionalità che avevo sempre creduto fosse stata realizzata dal Maligno in persona per rovinarci le vite: le chat private (su Whatsapp, Messenger, dove capita). In certe chat (ovviamente non quelle coi genitori o coi compagni di classe delle superiori) ho riscoperto la sensazione di complicità che trovavo nei social quando ho cominciato a usarli. Non le notizie, lo stare al passo coi tempi, il saper trovare lo spunto interessante in mezzo alle ossessioni degli altri che, nella migliore delle ipotesi troviamo sui social quotidianamente, ma proprio il divertimento e il piacere. Per esempio ho un gruppo che si chiama “Stay tuned” e lì, quotidianamente, ci scambiamo tweet o screenshot di persone che promuovono il proprio lavoro in maniera rocambolesca. Sì, certo, è necessario, ce ne rendiamo tutti conto. Fa parte dei compiti della moderna Partita Iva. Anche se sta bruciando Notre Dame e non sappiamo ancora se la struttura della cattedrale crollerà, non possiamo fare a meno di segnalare la nostra intervista a Radio Lippa sull’anniversario della guerra di Corea (potete trovarla anche dopo sul podcast, comunque, a fiamme spente, ecco il link), e come non ricordare a tutti che siamo a Pulline Lanosa nella libreria Libr’aria a presentare il nostro libro o che proprio stamattina abbiamo detto la nostra in tv sul ballottaggio a Sassari? I social ci costringono a un’immagine pubblica che pure noi stessi sappiamo essere ridicola, ma vivono sul tacito accordo per cui il nostro tratto più imbarazzante e autopromozionale verrà taciuto in cambio di altrettanta riservatezza.

Il punto è che quando ho cominciato a usare i social – ma non credo solamente io – vivevo l’illusione (stupida) di aver trovato un posto dove il mio codice fosse condiviso. Leggevo gli altri e potevo riconoscere quel codice. Potevo fare certe battute sapendo che qualcuno ne avrebbe riso o meno, ma non pensavo che potevano offendersi. Il dubbio era: gli altri le avrebbero considerate divertenti? Le avrebbero considerate intelligenti? O, quantomeno, interessanti? Offensive no. Non volevano esserlo, come potevano diventarlo? Il tweet alla base de I giustizieri della rete è il modello perfetto della trasformazione: (“Sto andando in Africa. Spero di non prendere l’AIDS. Sto scherzando. Sono bianca!”) una battuta sui luoghi comuni che diventa una battuta razzista. Valeva lo stesso per molti. Era come stare in un club. Credevamo, insomma, di essere tra amici anche quando quegli amici non li avevamo mai visti. Ma in breve non è stato più così.

Invece nelle chat private ho recuperato quello spirito. Ne ho un’altra in cui condividiamo messaggi di sedicenti guru dell’internet italiano, quelli che spaziano dalla politica alla navigazione alla gestione strategica di grandi gruppi industriali con la stessa sicurezza. (Di solito sono gli stessi che, prima, si struggono per la fine del principio di autorevolezza e poi, nel tweet successivo, parlano di un argomento a muzzo). Invece di perdere tempo con i tweet che dicono e non dicono, invece di provare a ingaggiare conversazioni che non hanno mai né capo né coda, invece di perdersi in quei litigi da dodici botta e risposta (i peggiori sono quelli in cui i protagonisti retwittano le proprie risposte per mostrare quanto ci sanno fare negli scambi sferzanti) quanto è più salutare mandarsi un link e commentare “ehi, guardate il nostro campione che oggi polemizza con Philip Roth”. Una volta si chiamava “lurkare”, ma, a me sembra, che ci sia qualcosa in più del lurkare. Perché c’è, di nuovo, un divertimento, un modo per sentirsi tra chi si capisce – ecco cos’era, parlare sapendo di essere capiti – che assomiglia più ai primi social che al lurkare.

Ho ancora un gruppo in cui ci segnaliamo notizie sulla Campania. Sulla base del principio del vittimismo campano e cioè “queste cose succedono ovunque ma fanno notizia solo quando succedono qua”, ci scambiamo notizie sulle varie malefatte che i campani fanno in giro per il mondo. Io sono campano e so bene che i campani detestano che chiunque faccia battute sulla Campania. Tranne loro. A loro stranamente è concesso dire qualsiasi cosa: possono dire che amano abbandonare i materassi in campagna o che la diossina conferisca un inconfondibile sapore alla mozzarella, ma se la stessa battuta la facesse uno di Verona sarebbe un mostro razzista. Questo meccanismo si è imposto su scala planetaria. Facciamo tutti parte di una minoranza vilipesa e siamo tutti iper-sensibili a qualsiasi sollecitazione. (Facendo, peraltro, un grosso danno alle minoranza davvero vilipese perché non si riesce più a fare distinzione fra vera e falsa discriminazione. E, per contrasto, dando modo anche ai peggiori oscurantisti di atteggiarsi spesso a vittime). È un meccanismo che in tanti riconosciamo come inutile, ma non troviamo un modo per venirne fuori. Stretti tra ipocrisia e volgarità. Ammiro chi prova ancora a trasformare quei luoghi in luoghi in cui l’ironia o il sarcasmo possano essere condivisi, ma io temo non sia così. Preferisco rifugiarmi nella comodità del mio codice. Se oggi Corrado Guzzanti\Pippo Chennedy apparisse in tv ne chiederebbero la rimozione come se stesse prendendo in giro i napoletani…

C’è, però, allo stesso tempo un altro aspetto per cui i social assomigliano tuttora a un circolo anche se in una maniera, probabilmente, deteriore. Sono, infatti, per molti una grande bolla professionale in cui qualsiasi cosa dici rischia di inimicarti qualcuno. Perché per molti sono già il lavoro. E dunque, fosse anche solo per quieto vivere, la chat privata ti dà la possibilità di sfogare quella tua idiosincrasia in maniera sana e rilassata. Come quando te ne vai in sala caffè a parlare male del capo o di un tuo collega.

A tratti potrebbe apparire una cosa da stronzi, ma, in realtà, è il miglior modo che esiste per fare l’esatto opposto e non essere mai stronzi. Io, nelle chat private, capisco le idiosincrasie, le incazzature, le polemiche e le battute di tutti. Anche quelle sbagliate. Soprattutto quelle sbagliate. Perché c’è la fiducia che in pubblico non c’è più. Mi sento immediatamente accogliente. E per questo tutte le frustrazioni, tutte le volte che ripensate a un commento appena letto e vi dite, basta, adesso rispondo, sì gli scrivo così, è quello che si merita, lo capirà anche lui, perché mi daranno ragione, ecco, un bel “condividi in privato su Whatsapp” e tutto passa.

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