Presentato nel 2023, il film di Aaron Trinder racconta la nascita della scena rave britannica e soprattutto il leggendario festival di Castlemorton, uno dei più grandi rave di tutti i tempi.
Questo che state per leggere è l’editoriale della direttrice di Rivista Studio Valentina Ardia, pubblicato sul nuovo numero Non chiamatela provincia. Se volete acquistare una copia, andate qui, sul nostro store online.
Il futuro non si sta scrivendo nei centri anestetizzati del mondo come lo conosciamo. Accade di sbieco, in quel fuori campo che per decenni abbiamo creduto immobile, confinato al rango di periferia della storia o del costume. Gli outsider che non avevamo visto arrivare sono invece qui, a dimostrare che il margine ha smesso di essere un luogo di esclusione o di pura nostalgia passatista per farsi il vero baricentro dell’immaginario globale. Mappare questa periferia non è un esercizio di provincialismo, ma l’unico modo per comprendere la complessità del presente. È la decodifica di un inedito riscatto culturale che compone, tessera dopo tessera, il mosaico della periferia come nuovo centro del contemporaneo.
«Ho sempre pensato alla provincia come a un luogo per eccellenza dal quale si può guardare il mondo, forse proprio perché i confini sono più sfumati e la realtà si presenta meno codificata che nelle grandi metropoli». In questa riflessione di Luigi Ghirri si condensa il manifesto metodologico del numero che avete tra le mani. Quello che resta fuori dall’inquadratura, il non visto, è importante quanto ciò che mostriamo. Se il limite, come scriveva il filosofo Jean-Luc Nancy, non è una linea che separa ma lo spazio in cui le identità si incontrano mantenendo la propria singolarità, allora la periferia diventa il luogo dove l’inaspettato si organizza prima di diventare globale. È la dimensione della “restanza” indagata dall’antropologo Vito Teti nel suo saggio Il senso dei luoghi: chi rimane nei territori marginali compie un atto politico e culturale, in grado di ripensare le nostre radici. Ma si tratta di una restanza dinamica, che rivendica il diritto a evadere e a connettersi. Una spinta che si specchia nell’analisi che Kit Mackintosh ha scritto per Rivista Studio. Critico e pioniere delle geografie musicali invisibili, Mackintosh ha attraversato i luoghi e le storie dell’underground prima del loro debutto nel pop globale, ricavandone una sola, affilata certezza: l’underground non finirà mai.
Muovendo lo sguardo più vicino a noi, questa urgenza si misura con territori e geografie specifiche. Lo sottolinea la scrittrice Giulia Scomazzon quando ci spiega quanto sia necessario smettere di trattare la provincia come un’estetica della distruzione dal destino ineluttabile. La sua indagine dialoga (senza paura di scontrarsi) con l’orizzonte evocato dal regista Marco Sossai nel suo Città di pianura, dove la provincia si manifesta attraverso una precisa poetica dello spazio: strade secondarie, nebbie che cancellano i confini della terra, muretti di periferia e case coloniche isolate. In questa rarefazione, il margine cessa di essere isolamento e diventa spazio d’elezione, un presidio in cui la realtà resiste alla banalizzazione. Questo nuovo atlante di prossimità trova una perfetta sponda visiva nello sguardo di due artisti che hanno dato al tema del numero un profondo valore sociale: Alessio Bolzoni illustra le otto storie centrali attraverso un portfolio fotografico che sposta la sua indagine sul corpo in una serie visiva fatta di luoghi sospesi, persone, spazi liminali, capace di scardinare i soliti cliché. Aitor Laspiur firma invece una storia di moda immersa tra le architetture e i contrasti della provincia basca, esplorando il dialogo silenzioso e antropologico tra l’essere umano e lo spazio circostante. Entrambi ci ricordano che la provincia ha smesso di essere l’anticamera del mainstream: è, finalmente, il luogo da cui si riscrive il presente.
