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15:23 lunedì 2 novembre 2026
Maledetta primavera è diventata una delle canzoni delle proteste in Italia e il merito è tutto di un centro sociale milanese Il Centro sociale autogestito Lambretta la mette in tutte le sue serate e in tutte le sue manifestazioni. I video in cui viene cantata sono diventati virali e ora la voce di Loretta Goggi la si sente sempre più spesso nelle proteste.
Curry Barker, il regista di Obsession, ha fatto uscire a sorpresa un nuovo film e l’ha pubblicato gratuitamente sul suo canale YouTube Si intitola Mama Bear, dura sette minuti e, dopo averlo visto, tutti dicono la stessa cosa: non ci si capisce niente.
Quando si è trattato di scappare dalla giustizia, Flavio Bolsonaro si è improvvisamente ricordato delle sue origini venete e soprattutto del passaporto italiano concessogli dal governo Meloni Ha lasciato il Paese passando per Argentina ed Ecuador ed è atterrato a Miami. Nella lista passeggeri risulta cittadino italiano: un riconoscimento ottenuto nel 2023 in tempi piuttosto veloci.
È stato presentato il primo report sulle librerie italiane, in cui si scopre che nell’83 per cento dei Comuni italiani non c’è nemmeno una libreria Il settore vale 1,8 miliardi, conta 4.451 punti vendita ma otto Comuni su dieci non ne hanno neanche uno. I librai chiedono, per l'ennesima volta, una politica nazionale.
Gli studenti serbi hanno festeggiato la vittoria alle elezioni con un gigantesco rave di 24 ore nella piazza simbolo delle proteste La festa in piazza Slavija è durata quasi 24 ore, con decine di migliaia di persone che cantavano «Freed from Regime».
Dopo 100 anni è stata ritrovata la “Bibbia” perduta in cui F.W. Murnau mise tutte le foto e i disegni dal set che raccontano le leggendarie (e misteriosissime) riprese del suo Faust MUBI Editions e la Cinémathèque française pubblicano il diario di scena che per anni si credeva fosse andato perduto, e che oggi mostra come il più riservato dei registi del cinema muto costruiva le sue immagini.
Nel Mediterraneo ci sono così tanti yacht che i miliardari non trovano più posti in cui parcheggiarli Nel mondo ci sono circa 210 mila yacht più lunghi di 12 metri e 160 mila posti barca per ormeggiarli. Per i proprietari è diventata una gara, per i fondi d'investimento uno degli affari più promettenti del momento.
I Calibro 35 hanno fatto un album interamente ispirato ai romanzi di James Ellroy e alla Los Angeles dei noir Nato come colonna sonora del documentario di Francesco Zippel premiato con il Nastro d’Argento, Ellroy vs L.A. è il nuovo disco dei Calibro 35: 12 brani di funk noir ispirati al maestro del crime americano.

Good girl gone bad

Ha venduto 30 milioni di album e 120 milioni di singoli, ma Rihanna fa più notizia con la musica o con la cornice alla sua musica? Riassunto delle provocazioni e delle "sbandate" (musicali e non) della più grande pop star non impegnata del mondo.

25 Giugno 2014

Madonna ha aspettato anni prima di adottare i social network, ma alla fine si è arresa, decidendo che la sua assenza non si notava di più della sua presenza. Il sito in cui è più prolifica è Instagram: lo usa per mostrare foto del suo glorioso passato, per promuovere le sue linee di cosmetici e per sostenere la cause célèbre du jour. Il suo feed è inarrestabile e il suo account Twitter serve solo per ripostare quei contenuti. Ultimamente ha anche scoperto l’efficacia del mezzo per scopi di teasing dei suoi progetti musicali e ha iniziato a insistere molto sull’hashtag #UnapologeticBitch, lasciando intuire che potrebbe essere il titolo del suo prossimo album. Madonna, come tutte le grandi popstar, ha costruito una carriera sull’appropriazione indebita, ma l’aggettivo unapologetic (“che non chiede scusa”) appartiene inequivocabilmente già a un’altra: Rihanna. Non è solo il titolo del suo settimo album, è la sua filosofia di vita: la cantante barbadiana fa della sregolatezza una bandiera, e questa è una breve cronistoria degli episodi in cui avrebbe potuto o dovuto chiedere scusa, ma non l’ha fatto.

Febbraio 2012. Rihanna chiama Chris Brown a collaborare al remix di “Birthday Cake“, suscitando un coro unanime di critiche per avere accolto di nuovo nella sua vita l’uomo che nel 2009 la menò così tanto da mandarla all’ospedale. Non contenti, i due tornano a cantare insieme anche a fine 2012 in Unapologetic. Il pezzo s’intitola “Nobody’s Business” e l’operazione non brilla per logica: non vogliono che se ne parli eppure ne parlano; sono cazzi loro, ma continuano a tirarli fuori. Rihanna non chiede scusa per avere chiesto scusa all’ex violento che tutto il mondo odia.

Aprile 2012. Rihanna viene fotografata a Coachella sulle spalle di un bodyguard mentre si rolla una canna, usando la testa pelata dell’armadio umano per fare la mista. Rihanna non chiede scusa, ma ci ricorda in un tweet di non volere essere un modello di vita per nessuno.

Novembre 2012. In occasione dell’uscita del settimo album, Rihanna inaugura l’iniziativa promozionale più ambiziosa e costosa degli ultimi anni, invitando 150 giornalisti e fan internazionali a viaggiare con lei su un Boeing777 per sette giorni in sette città. Il 777 Tour è un disastro organizzativo senza precedenti: il primo giorno la popstar scherza con gli ospiti e versa loro champagne, e poi scompare. La si vede solo sul palco ogni sera, sempre con ore di ritardo; i giornalisti soffrono il freddo, la fame, la sete, il jet-lag e la stanchezza. Visto che la vera protagonista è irraggiungibile, gli inviati diventano la notizia e l’hashtag del tour si trasforma nella migliore collezione di first world problem della civiltà occidentale. Rihanna questa volta si scusa un pochino, dicendo che doveva riposarsi per conservare la voce (e guardando il documentario sul tour trasmesso da Fox, ne aveva davvero bisogno), ma sotto sotto sembra un riuscitissimo esperimento di sadismo: voi, che vi stancate nel tragitto scrivania-macchinetta del caffè, passate sette giorni nella vita di una popstar e vediamo quanto resistete ai ritmi.

Settembre 2013. Rihanna, durante un viaggio in Thailandia, si fa un selfie con un lori lento, specie protetta che è vietato tenere in cattività. La polizia locale usa il suo Instagram per risalire ai bracconieri di lemuri, che vengono arrestati e multati. Rihanna non chiede scusa né al WWF né alla bestiola né ai criminali che ha spedito in carcere. (In un certo senso, questa volta si è quasi resa utile.)

Ottobre 2013. Rihanna viene cacciata da una moschea ad Abu Dhabi durante un servizio fotografico. A dire il vero, non è mai apparsa così coperta, visto che indossa un burqa. Rihanna non chiede scusa per avere violato le regole del luogo sacro, per avere portato un abito religioso e per avere fornito un’ottima motivazione ai terroristi.

Aprile 2014. Rihanna posa in topless per il mensile maschile francese Lui e carica la copertina su Instagram. Il contenuto è troppo esplicito per la piattaforma e viene richiamata all’ordine. Non è tuttora chiaro se il suo account, che contava 12 milioni di follower, sia stato sospeso dall’azienda o cancellato da lei stessa. Rihanna non si scusa e, anzi, riposta la foto incriminata su Twitter prendendo in giro quei bacchettoni di Instagram.

E arriviamo all’ultimo scandalo mediatico, che ancora una volta orbita attorno ai capezzoli della cantante. Il 2 giugno, Rihanna si presenta ai CFDA Awards coperta da una rete di Swarovski ideata per lei da Adam Selman e ritira il premio di Fashion Icon per essere la più interessante “ambasciatrice della moda” dell’anno. (In questo caso, le eventuali scuse per l’abito trasparente avrebbero invalidato l’onorificenza.) Il giorno dopo, anche i siti d’informazione più rispettabili diventano NSFW grazie alle sue gallery, si riaprono polemiche riassumibili in “qualcuno pensi ai bambini” e lei è nuovamente la responsabile del declino della società.

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Rihanna, a contrario di molte colleghe, non si è mai proclamata femminista. Lo fa Lady Gaga, spogliandosi con ambizioni artistiche; lo fa Miley Cyrus, usando la nudità con ironia e irriverenza per accentuare la sua liberazione sessuale; lo fa la sempre più politicizzata Beyoncé, che in “***Flawless” campiona il discorso “We should all be feminists” dell’autrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie e in “Partition” fa sentire una voce che, in francese, dice: “Gli uomini pensano che le femministe odino il sesso, ma è un’attività molto stimolante e naturale che le donne adorano”. Rihanna non ha bisogno di questi pretesti per celebrare il suo corpo, non ha bisogno di misurare la quantità di pelle scoperta col metro dell’empowerment: la sua carriera e il suo successo si basano su una metodica e costante missione di rottura delle regole fine a stessa – che sia violare le condizioni di utilizzo di Instagram o perdonare un ex fidanzato che, dall’esterno, sembra imperdonabile.

Il suo presenzialismo è secondo solo alla sua versatilità, che la rende perfetta per un’epoca di generi musicali dai confini sempre più vaghi.

In tutto questo, la musica è soprattutto un mezzo per rinforzare il marchio. Dopo due album che la posizionavano sul mercato come una generica popstar dal volto esotico, Rihanna inizia una trasformazione stilistica mirata a fugare ogni dubbio che sia una brava ragazza. Lo era, ma ha scelto la cattiva strada: Good Girl Gone Bad. È il 2007 e le biondine preppy repubblicane conoscono un momento di crisi col progressivo deragliamento di Britney Spears: l’impero vacilla quando la cantante si rasa la testa, e crolla con la sua rovinosa esibizione di “Gimme More” agli MTV Video Music Awards. Mentre il settore discografico si arrende alla carestia iniziando a cedere le responsabilità di A&R ai talent show ed MTV fatica a trovare una nuova identità senza la musica (Jersey Shore arriverà solo due anni dopo), quella Britney confusa e sedata si trasforma nell’ultima icona sacrificale: è la fine di un’era. Ma sullo stesso palco, durante la stessa cerimonia, avviene un simbolico passaggio del testimone: Rihanna si esibisce sia con Chris Brown che coi Fallout Boy e vince i premi di Miglior video e Miglior singolo con “Umbrella”. È una canzone rassicurante sul potere dell’amore e dell’amicizia, ma il video è tetro e, a volere sentire gli amanti delle teorie del complotto, pieno di riferimenti occulti (la silhouette di Rihanna nuda e coperta di vernice nera dentro un triangolo andrebbe a formare il volto di Bafometto); c’è un prestigioso cameo del suo manager Jay-Z, ma la base è fatta con un campionamento che chiunque può trovare su GarageBand. Rihanna si dimostra già attrezzata per il nuovo mercato: è pronta a incidere un album all’anno e vivere in tour, ma è anche disposta a mettere la faccia su qualsiasi prodotto.

Il suo presenzialismo è secondo solo alla sua versatilità, che la rende perfetta per un’epoca di generi musicali dai confini sempre più vaghi. Che sia la dance di Calvin Harris, il pop di Sia, l’R&B di Drake, il rap di Eminem o il rock di Slash, Rihanna costruisce una discografia schizofrenica che riesce a essere anche credibile (è una delle poche popstar a venire regolarmente recensita da Pitchfork). I suoi album sono assemblati da decine di produttori, e i brani possono arrivare da appositi raduni per parolieri, dalla stanza di Calvin Harris o da uno studio in cui l’autrice Esther Dean, come si legge in un profilo del New Yorker, canta parole a caso fino a trovare una sequenza abbastanza martellante. La sua voce – inconfondibile anche sotto strati di autotune – è l’unica costante in collezioni prive di qualsiasi filo conduttore, perché Rihanna è sregolata anche nella sua versione audio.

Eppure, malgrado 30 milioni di album e 120 milioni di singoli venduti, le sue produzioni diventano notiziabili solo nel momento in cui arrivano i video. Essi non hanno quasi mai narrativa né messaggio, non hanno brillanti trovate artistiche e non c’è nessun’altra scusa per parlarne: chi mette in homepage un video di Rihanna può solo volere molte visualizzazioni o volere spiegare qual è il problema con la quantità di carne in vista. Vengono accolti con aggettivi che vanno da risqué a raunchy dai siti anglofoni, mentre Repubblica e Corriere di solito ricorrono a hot – e a lei, più di ogni altra cosa, interessano quelle parole chiave accostate al suo nome.

Quanto può durare una sovraesposizione simile, quante regole può ancora infrangere e da quante piattaforme riuscirà a farsi cacciare? Viene in mente un’altra popstar che, a forza di cercare lo scandalo, ha smesso di scandalizzare e, a forza di usare la musica come accessorio, ha smesso di vendere dischi. Ha fatto una brutta fine: sta tutto il giorno su Instagram a taggarsi con #UnapologeticBitch.

Nell’immagine in evidenza, Rihanna durante un concerto a Londra nel suo “777 Tour”. Nel testo, la cantante durante i CFDA Awards, e uno scatto da Elle Uk del 2013.

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