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Gervinho corre strano

Sbaglia tanto e platealmente, eppure aiuta, corre, e fa anche goal (e non pochi). Roma e l'Italia hanno scoperto Gervinho, il valore aggiunto e l'ha (ri)scoperto ancora di più Garcia, che l'ha voluto nonostante tutto e tutti.

28 Gennaio 2014

Gervinho corre strano. Sembra che lo perda, il pallone. Poi rimette il piede, corregge, tocca, si rimette in asse e va. Veloce, ma non velocissimo. Perché quello della velocità è uno dei falsi miti, positivi o negativi, che girano attorno a lui. Se metti ai blocchi di partenza lui e un sacco di molti altri giocatori e gli fai fare tutto il campo in lunghezza, non è detto che vinca Gervinho. Eppure ce l’hanno raccontato sempre così: uno sprinter che gioca a pallone. A vederlo in questa mezza stagione a Roma l’impressione è diversa, perché a differenza degli altri giocatori veloci, lui corre di più col pallone tra i piedi che senza palla. È un’altra cosa, quindi. Un giocatore diverso, unico, come dice Rudi Garcia. Non è bello, non è elegante, non ha il tocco gentile. È sgraziato. S’infila nella difesa del Verona, in mezzo a due, tocca di destro, di sinistro esterno, poi mette la palla al centro dell’area colpendola male, facendola rimbalzare un paio di volte, ma precisa, tra le gambe degli altri difensori, fino all’arrivo in corsa e in anticipo di Ljajic che fa gol.

È un Inzaghi dell’assist. Uno che non si sa bene come faccia, ma riesce a fare il passaggio decisivo, esattamente come Pippo faceva il tiro in porta. Efficace vale più di bello. L’estetica è un accessorio che soddisfa gli occhi, ma non il gusto. Se fosse stato diversamente Alessio Pirri sarebbe stato tra i giocatori più forti del mondo e Domenico Morfeo avrebbe vinto il Pallone d’oro. Invece il calcio è dei Gervinho di ciascun ruolo. Quelli che più della perfezione stilistica ci mettono la capacità di trasformare un’azione normale in un gol. A Verona ha vinto da solo, nel senso più banale possibile. Cioè: assist e dopo l’assist il suo gol decisivo, quello del 2-1. Che vuoi di più da un attaccante? Sbaglia, sì. Sbaglia la giocata, il dribbling,  si perde il pallone in un’azione potenzialmente decisiva. Pasticcione l’hanno definito a Roma soprattutto prima di vederlo giocare. Fu Rudi Garcia a mettere le mani avanti subito: «Vedrete. Sbaglierà molti gol. Ci saranno volte in cui uscirete dallo stadio pensando: ma come ha fatto a non segnare? Però tutto questo sarà superato dalla quantità di gol che farà fare alla squadra. Lui è l’unico che può creare occasioni che non esistono per nessun altro».  Cioè cambia comunque le partite, le trasforma, le sistema. Magari non lui, ma facendo qualcosa per gli altri. Roma l’aveva accolto con la diffidenza di chi non lo conosceva.

Girava sempre e solo quella fotografia mostruosa di Gervinho che si tappa una narice con la mano e scarica il contenuto dell’altra sul campo. L’avevano preso come un capriccio di Garcia, il quale era un marziano sconosciuto a sua volta. Le giocate, i numeri, i gol suoi e quelli fatti fare agli altri l’hanno trasformato in un idolo. Qualcosa che Totti un po’ entusiasticamente ha definito così: «Se segnasse di più sarebbe Cristiano Ronaldo». L’esagerazione serve a stabilire un contatto e contemporaneamente a prenderne le distanze. Perché siccome nel pallone ci sono pochi giocatori con quelle caratteristiche, bisogna accettare ciò che ti porta di settimana in settimana. Rabbia, frustrazione, gioia, estasi. Comunque Garcia lo riprenderebbe domani per quegli stessi otto milioni che ha speso l’estate scorsa. Adesso, vedendolo giocare, lo prenderebbe anche Walter Sabatini che con onestà al suo arrivo disse: «Se non me l’avesse chiesto l’allenatore non l’avrei mai acquistato».

Perché è un giocatore atipico. Unico non per talento, quanto per utilizzo. Cioè: a dispetto di un passato da punta pura, è uno che puoi far giocare solo in un modulo che preveda i tre attaccanti. Se cambi modulo, lo rendi inefficace. Perché non è lo spazio di cui ha bisogno. Cioè: non è che lo metti sulla fascia, sperando che lui la faccia tutta, con palla o senza, puntando gli avversari o inserendosi senza palla. Non ha necessariamente bisogno di metri da percorrere, quanto di una relativa vicinanza alla porta che lo spinga a fare ciò che sa fare meglio: una giocata. Un dribbling. Un allungo. Un triangolo. Che se riesce lo mette in condizioni di tirare o di metterla comoda per un compagno. Se non riesce lo porta nel territorio dei dannati e pure dei maledetti, perché è capace di cercare di fare la stessa cosa tre volte di seguito e di non riuscirsi per tre volte. Il più delle volte, quest’anno, riesce. Motivo per cui, Gervinho è uno dei giocatori più decisivi del campionato. L’ha scritto Giovanni Fontana sul Post: «L’esistenza di Gervinho in campo rende la squadra avversaria più vulnerabile. Nelle prime 12 partite (quindi prima della sosta di novembre), complice il suo infortunio, la Roma ha giocato più o meno gli stessi minuti con Gervinho in campo (548 min) e senza Gervinho (534 min). Con Gervinho ha segnato 19 gol. Senza ne ha segnati 7. Nell’ultimo mese e mezzo, come detto, Gervinho – così come la Roma – è parzialmente calato, e la statistica si è un po’ riequilibrata: 1244 minuti con Gervinho, per 34 gol: cioè un gol ogni 36 minuti. 568 minuti senza, per 8 gol: cioè un gol ogni 71 minuti. Questo vuol dire che, anche quando non partecipa direttamente all’azione, con Gervinho in campo la Roma ha precisamente il doppio di possibilità di fare gol (senza contare che con Gervinho 90 minuti in campo la Roma ha giocato con Juve, Inter, Milan e Fiorentina, e senza Gervinho ha giocato contro Chievo, Udinese, Torino, Sassuolo)».

Le statistiche regalano certezze e spiegano perché Garcia lo abbia voluto a tutti i costi. Che poi ha avuto anche la fortuna che all’Arsenal Gervinho non si trovava bene. Aveva desiderato andarci per raggiungere Wenger che, stando ai racconti suoi, l’aveva seguito sin da quando era bambino e giocava ancora in Costa d’Avorio e si chiamava solo Gervais. Il primo contratto in Europa arrivò al Beveren, poi da lì al Le Mans, dove incontrò Rudi Garcia. Rudi lo spostò: da punta centrale a punta esterna, convinto che le sue caratterstiche fisiche e tecniche lo spingessero a essere più decisivo partendo più dall’esterno, puntando l’avversario, saltandolo eccetera. Ecco, eccetera, perché Garcia allora come oggi non gli chiedeva di segnare più di quanto possibile. Non ha mai sofferto di questo, né lì a Le Mans, né al Lille, dove Garcia lo portò per provare a fare il salto di qualità insieme: 28 gol in due stagioni. Qui conviene fermarsi un momento. Perché è vero che ne sbaglia, Gervinho. Però forse ‘sta leggenda del mangiagol è anche sovradimensionata.

È tutto un problema di appariscenza dell’errore: ha una capacità unica di sbagliare platealmente, ma dal punto di vista statistico non ci sono picchi, non ci sono eccessi. Il pallone è pieno di grandi attaccanti che sbagliavano. La differenza è che Gervinho è diventato un simbolo, come Cesarini che non segnava più di altri negli ultimi minuti, come Niccolai che non fece più autogol di altri difensori. È una simbologia e una mitologia con la quale Gervais convive anche adesso che comunque i suoi cinque gol li ha fatti. Domanda: ma se ne segnasse dieci fino a fine stagione sarebbe un fallimento? Dico, anche al netto di tutti gli assist che fa, delle situazioni che crea, dei rigori che si procura? No. Dieci gol per un attaccante esterno di una squadra che arriva tra le prime tre è un risultato normale.  Però, vedrete, non finirà. Adesso ha segnato due gol in una settimana e sono tutti felici, poi ne sbaglierà uno e sarà un inferno. Succede, succederà. Nel frattempo Roma se lo gode, come se fosse davvero Cristiano Ronaldo, attribuendogli ovviamente caratteristiche che non ha, ma che qualcuno vede solo sulla scorta delle prestazioni decisive di questi giorni. Basta non aspettarsi il tocco di Messi.

A Gervais bisogna dare la possibilità di avere di fronte un avversario, di puntarlo, di provare a dribblarlo. Può sbatterci contro dieci volte, può saltarlo a destra o a sinistra quindici volte: è sempre lui, prendere o lasciare. Conviene prendere guardando i numeri, perché chi gioca in quel ruolo, con quelle caratteristiche deve fare quello, anche se un giorno non funziona. È il valore aggiunto, è la forza di una giocata, il motivo per cui giochi titolare sempre, perché non c’è nessun altro che abbia il coraggio di provare anche alla undicesima dopo dieci errori. Rudi Garcia vuole questo e ha già messo in conto ciò che non c’è ancora verificato: il momento in cui accadrà e Gervinho sarà messo in discussione perché fa parte della storia dei giocatori così. Lo metterà ancora in campo, giustamente. Gervinho è un’idea, oltre che un giocatore. Cioè: fondamentale se vuoi giocare in una certa maniera. È stato preso per questo, non per segnare. Se fa gol, e ne farà ancora, va oltre le richieste.

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