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La matita Fila compie cent’anni

E un libro speciale la celebra, raccontando con parole e immagini un secolo di colore, lapis ed affini.

di Serena Scarpello

È appena arrivato nelle librerie Cento anni di Fila. Un secolo di storie di colore, di lapis ed affini, un libro – elogio della matita più conosciuta al mondo, che si presenta da subito come un bell’oggetto sul quale provare a scarabocchiare un nuovo immaginario, nel momento in cui tutto è da ridisegnare. Quando lo sfogli il profumo è quello dei trucioli di matita, la carta è la stessa che si usa per disegnare e poi una matita c’è per davvero, nella costa: si chiama Lapis Cento ed è stata prodotta ad hoc per il Centenario, una matita di grafite realizzata con un sistema di recupero degli scarti di legno cedro.

«La nostra volontà era quella di fare un libro che quando lo prendi in mano hai davvero la sensazione di avere in mano qualcosa», mi spiega l’editore Pietro Corraini, «in un’intervista Sottsass diceva che quando hai in mano un bicchiere di vetro senti davvero che stai bevendo, mentre quello di plastica, essendo più immateriale, disseta di meno. L’ho sempre trovato un appunto geniale». E così la materia di cui è fatto questo libro ha l’obiettivo dichiarato di trasmettere il peso specifico della storia di F.I.L.A.: è fatto con la carta per le belle arti Canson, nata 450 anni fa nella campagna francese di Annonay dalla famiglia Montgolfier e utilizzata per le prove di volo della prima mongolfiera (passata poi per le mani di Delacroix, Van Gogh, Matisse, Dalì e Warhol). «Se lo guardi bene, troverai delle pagine in cui il nero stampato è lievissimamente diverso tra il fronte e il retro. Questo perché la carta che abbiamo scelto non è stata pensata per stampare una tale quantità di libri. Ma ci puoi buttare tutto l’inchiostro che vuoi che l’assorbe senza fatica, non spande niente, insomma è una vera gioia».

Il libro, disegnato da Pietro Corraini e Federica Ricci, raccoglie i testi di Valerio Millefoglie (tradotti in inglese da Olivia Dewey) e le illustrazioni di Andrea Antinori: si parte da Firenze nel 1920, anno di nascita della Fabbrica Italiana Di Lapis & Affini, e si vola fino ad oggi, ripercorrendo ogni tappa dell’azienda che nel 2015 si è quotata in Borsa nel segmento STAR ed è approdata fino al MoMa di New York con la sua Tratto Pen, vincitrice nel 1979 del Compasso d’Oro, e che rappresenta forse il prodotto istituzionalmente più riconosciuto. «Il Tratto Pen, al quale abbiamo dedicato un libro (La vita a un tratto di Davide Longo, nda) è sempre stato un punto di incontro molto affascinante tra noi e F.I.L.A. in quanto sintetizza perfettamente la leggerezza, il divertimento e la capacità di approfondire la pesantezza. Ma gli oggetti di Fila sono tutti oggetti di design. Mi viene in mente per esempio una matita bellissima, che è passata in secondo piano, disegnata dall’architetto Marco Zito per i 150 dell’unità di Italia e che era metà esagonale e metà rotonda, di un’eleganza incredibile».

L’amministratore delegato del gruppo F.I.L.A. è Massimo Candela, terza generazione alla guida, dopo un nonno chimico che ebbe la giusta intuizione, da dipendente, di comprare l’azienda, e dopo un padre visionario che alla fine degli anni ’60 brevettò la matita per il trucco. «Mia nonna Olimpia», ricorda Candela , «era solita svegliarsi con la voglia di darsi un tono e un po’ di colore sugli occhi, ma si lamentava di quelle matite colorate che, così come erano fatte, facevano male. Da qui l’idea di mio padre di creare matite ad hoc per truccare il viso, oggetti che oggi usano tutte le donne del mondo».

La famiglia Candela si è concentrata negli anni nell’espansione e diversificazione dell’azienda che oggi conta 22 sedi produttive e 35 filiali in 15° Paesi, e che raggruppa marchi iconici tra cui Giotto, Tratto, Das, Didò, Pongo, Lyra, Maimeri, le carte Canson (di cui sopra) e Arches. Un’evoluzione raccontata attraverso manifesti, pagine di giornale (come quella de La Stampa di Torino in cui Fellini racconta della sua infanzia e del suo rapporto con i pastelli), cataloghi degli anni ’30, matite reclamistiche che risalgono agli anni del dopoguerra, foto di Fiere, schizzi, scatole illustrate da grafici futuristi, che hanno contribuito alla creazione di un’immagine entrata nell’immaginario collettivo. Lo stesso Giotto che disegna su una pietra al cospetto del maestro Cimabue, presente su tutti i prodotti del marchio dal 1933 ad oggi, ce l’abbiamo in mente tutti. «Così come il profumo del Didò», sottolinea Pietro, padre di tre figlie, «o la sensazione vellutata che ti rimane dopo che hai lavorato con il das. Una cosa che è proprio nel nostro dna».

Per festeggiare i cento anni di F.I.L.A., Corraini ha voluto unire all’archivio fisico quello immateriale, chiedendo a cento personaggi, completamente diversi tra loro per storia e professione, di raccontare un aneddoto legato ad uno o a più oggetti del marchio fiorentino. «Questa azienda ha una permeazione nel privato delle persone che trovo molto affascinante. Se ci pensi, il fatto di aver utilizzato una penna o una matita per firmare il mutuo di casa, o per prendere un appunto dal quale poi magari è nato un progetto che ti ha cambiato la vita … ne fa molto di più di un semplice oggetto». Oggetti che quest’anno forse più che mai sono entrati nelle nostre vite, sulle nostre scrivanie casalinghe da smart working, nei nostri astucci della didattica a distanza. «Sono cose alle quali non fai caso ma che hanno una fisicità, un peso, una provenienza. E se prima alla fisicità delle cose non ci davi conto, adesso è una festa incredibile».

Ed è una festa leggere le parole dell’illustratore Emiliano Ponzi, quando scrive: «I primi ricordi che ho del disegno sono avvolti da una luce molto calda, quelle delle estati tra giugno e settembre. Ci sono la televisione accesa alle mie spalle e mia madre, mia nonna, una zia intenta a stirare». Così come il racconto della scrittrice Simonetta Agnello Hornby, che trascorreva molto del suo tempo da piccola scrivendo e disegnando, perché le dava un gran “senso di libertà”; definisce le sue matite “preziose”: «se rompevo una punta temperandola, usavo poi il pezzettino di colore con le mani».

Ci sono poi collezionisti compulsivi di matite come Linus, o di segnalibri come Michaela Menestrina e Alex Merseburger, autori del catalogo Uno su 500. Storia del segnalibro FILA. Ma anche l’impiegato Yuri Corcia che, come probabilmente moltissimi di noi, quando è al telefono prende carta e matita, anche se della conversazione non deve appuntarsi nulla, e inizia ad annerire la pagina, stendendo uno strato sfumato di grafite e disegnandoci sopra con una gomma da cancellare, per poi disseminare questa sua “galleria cancellata” dove capita, nei cassetti dell’ufficio, su un tavolo in sala: «racconta la parte nascosta di me che forse qualcuno un giorno ritroverà». E ancora una fiorista, una sarta in pensione, un chirurgo, una maestra, una bambina di 9 anni intenta ad elaborare un tema su cosa farà da piccola, con “almeno dieci pennarelli” e ogni parola scritta con un colore diverso.

Scoprire, pagina dopo pagina, quanta storia e quanti sogni ci sono dietro ad ognuno di questi oggetti eterni, capaci anche di sopravvivere alla rivoluzione tecnologica, è il vero piacere di questo libro. «Siamo andati a vedere come si fanno il Didò e il Das nell’azienda storica dell’Adica», conclude Corraini, «un posto di veri visionari. Abbiamo parlato con la loro memoria storica che ci ha raccontato come il pongo sia venuto fuori dallo scarto di lavorazione di un’altra cosa. Ne parlava come Willy Wonka parla del cioccolato. E poi vedere il laboratorio dove si testa la durata dei pennarelli, con le macchine che continuano a scrivere per vedere quanto ci impiegano a scaricarsi .. Una meraviglia continua». E di colori e di meraviglia oggi ne abbiamo un gran bisogno.

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