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11:51 venerdì 9 gennaio 2026
Per impedire ai manifestanti di organizzare altre proteste, il regime iraniano ha spento completamente internet in tutto il Paese Tra giovedì 8 e venerdì 9 gennaio, il traffico internet in Iran si è azzerato. Letteralmente. Il regime spera così di rendere più difficile l'organizzazione di nuove proteste.
X è diventato il sito che produce e pubblica più deepfake pornografici di tutta internet Grazie soprattutto all'AI Grok, che ogni ora sforna circa 7 mila immagini porno, usando anche foto di persone vere, senza il loro consenso.
Su Disney+ arriveranno brevi video in formato verticale per gli spettatori che non vogliono vedere film né serie ma solo fare doomscrolling L'obiettivo dichiarato è quello di conquistare il pubblico il cui unico intrattenimento sono i contenuti che trovano a caso sui social.
I fan di Stranger Things si sono convinti che sarebbe uscito un altro episodio della serie e l’hanno cercato su Netflix fino a far crashare la piattaforma Episodio che ovviamente non è mai esistito, nonostante un teoria nata tra Reddit e TikTok abbia convinto migliaia di persone del contrario.
Al funerale di Brigitte Bardot c’era anche Marine Le Pen La leader del Rassemblement National era tra i pochissimi politici invitati alla cerimonia, tenutasi mercoledì 7 gennaio a Saint-Tropez.
Durante un raid a Minneapolis gli agenti dell’Ice hanno ucciso una donna che stava scappando e il sindaco ha detto che è meglio per loro se ora «si tolgono dalle palle» «Sparite. Non vi vogliamo qui», ha detto Jacob Frey dopo l'omicidio della 37enne Renee Nicole Macklin Good.
I manifestanti iraniani hanno inventato un nuovo coro per augurare la morte all’Ayatollah Khamenei Un coro abbastanza esplicito, anche: si parla dell'anno nuovo, di sangue e di cosa si meriterebbe il capo della Repubblica islamica.
La tuta indossata da Maduro mentre veniva sequestrato dagli americani è diventata uno dei capi più desiderati del momento Lo certificano i meme, ma anche Google Trend, che nel weekend ha riscontrato un’impennata di ricerche collegate al completo di Nike Tech.

Siamo tornati al cinema, ma il cinema è davvero tornato?

Dopo anni in cui le serie tv sono state il principale consumo culturale e le piattaforme streaming sembravano il futuro, i film stanno tornando rilevanti come arte ed esperienza. E il Festival di Cannes, che apre oggi, potrebbe essere un'altra conferma.

14 Maggio 2024

Nei vecchi romanzi cyberpunk di William Gibson si trova spesso un elemento del passato dissonante rispetto alla descrizione del futuro che viene fatta, piena di elementi che invece sono per l’appunto fantascientifici, o almeno lo erano per l’epoca, come i chip impiantati sotto pelle o le console per i viaggi immersivi nel cyberspazio. Per esempio nelle prime pagine di Count Zero (1986), uno dei personaggi, una donna di nome Allison, indossa un vecchio Rolex con cinturino in pelle. È un dettaglio minore e apparentemente inutile ma serve a marcare una differenza abbastanza netta tra quella fantascienza (che fiorì negli anni Ottanta) e tutta o quasi quella che l’ha preceduta.

Se pensiamo all’archetipo “fantascienza”, immaginiamo scene dove tutto è fantascientifico, anche dettagli minori come gli orologi, i vestiti, gli arredamenti. Immaginiamo viaggi nello spazio, astronavi, aggeggi laser e nessuna cosa del passato, se non oggetti con vaghe somiglianze con i loro antenati. Gibson e altri scrittori di quel movimento furono molto bravi a descrivere un mondo del futuro che non solo conservava una archeologia del passato, ma dove il passato persisteva. Poche pagine dopo, la donna col Rolex e l’uomo protagonista del romanzo bevono una lattina di birra su una spiaggia messicana in una scena che non ha veramente nulla di fantascientifico. Oggi, che in un mondo di fantascienza ci viviamo (ed è tra l’altro simile al mondo di un romanzo di Gibson), sappiamo che la grande intuizione del cyberpunk non fu soltanto immaginare una fantascienza senza viaggi interplanetari, o prevedere così precisamente il potere che avrebbe avuto la Rete, ma anche il saper delineare un futuro che avrebbe conservato pezzi di passato. Si potrebbe dire che nessun futuro realistico fa veramente a meno del passato, ma ci si potrebbe spingere anche più là, pescando da qualche parte una citazione di Mark Fisher, nel teorizzare che ogni visione futuristica include l’apparizione di fantasmi del passato.

Passiamo a noi, alla distopia iper-tecnologica in cui viviamo. Un mondo fatto di gente dipendente dalla Rete, incollata la maggior parte del proprio tempo a schermi, che potrebbero diventare tra non troppo tempo visori; un mondo di chip impiantati nel cervello, di ipotesi di colonizzazione di Luna e Marte, di intelligenze artificiali che ricreano le realtà, eccetera eccetera. Non è forse vero che mai come in questo momento storico le cose del passato sono oggetto di un culto? La retromania, il vintage o il modernariato sono alcune delle declinazioni di questo culto, ma non si tratta soltanto di celebrarle o sacralizzarle, queste cose del passato, si tratta, a volte, di considerarle (o riconsiderarle) la migliore opzione possibile: i vestiti vintage o, come si dice oggi, pre-loved, gli infiniti specchi ultra-fragola, le sedie Cesca; è un mondo questo in cui i vinili hanno sconfitto i cd, e chi mai avrebbe potuto immaginarlo venti o trent’anni fa? (in verità qualcuno lo aveva fatto: gli autori di Nathan Never, fumetto cyberpunk italiano in cui il protagonista collezionava appunto vinili nella sua casa futuristica). Non più tardi di una settimana fa, una pubblicità dell’iPad di Apple, dove si vede una pressa distruggere una serie di oggetti del passato, come un pianoforte, un giradischi, una tromba, per fonderli in un sottile dispositivo nuovo di zecca, ha provocato una specie di indignazione collettiva tanto da costringere alle scuse l’azienda di Cupertino.

In questo mondo, in questi mesi, abbiamo assistito anche a un altro fenomeno, che mi sembra abbia in parte qualche somiglianza con le cose appena elencate. Si potrebbe chiamarlo “il ritorno del cinema”. Non solo del cinema come mezzo, ma del cinema come luogo, e come apparato estetico se così si può dire. Riavvolgiamo il nastro, per usare un altro termine molto vintage (e sì sono tornate anche le audiocassette), a qualche anno fa. Ripensiamo al momento in cui Netflix ha iniziato a entrare nelle nostre case. È il 2015. Già da un po’ il discorso culturale è monopolizzato dalle “serie tv”. Parliamo di questa o quella serie tv come della “nuova letteratura”. Non riusciamo a concepire un film, anche il più lungo, capace di eguagliare la profondità di racconto, di introspezione psicologica e la forza drammaturgica di una serie tv. Il momento coincide all’incirca con l’era del film-evento. L’idea dei grandi produttori è grossomodo questa: per staccare il pubblico dallo schermo di casa e dalle amate serie tv, servono giga-eventi cinematografici con grossi investimenti di marketing. È una tendenza che trova nel Marvel Cinematic Universe la sua massima espressione. Funziona? Sì, molto, ma fino a un certo punto. Perché le cose prendono una piega più radicale con la pandemia. Le sale si devono necessariamente svuotare. Ora assomigliano terribilmente agli spazi abbandonati, fotografati e pubblicati nei vecchi blog di Ruin Porn. Luoghi morti che trasmettono il respiro spettrale di una vitalità estinta. I servizi di streaming, intanto, aumentano di numero (Disney+, AppleTV+, etc.). I più importanti, come appunto Netflix, aumentano e tantissimo anche gli abbonati . Per alcuni è stato raggiunto il picco (Peak Tv), da cui si può solo scendere.

E ora riportiamo il nastro a oggi, con la precisazione, ancora, che non stiamo parlando soltanto di biglietti staccati al botteghino, che sono necessariamente aumentati, se il termine di confronto è appunto il nulla pandemico, anche se non abbastanza da farci smettere di pronunciare il mantra che “il cinema è in crisi”. Stiamo parlando di avvisaglie, di tendenze nelle abitudini e nelle mode, magari di nicchia, che si delineano. Primo dato: nessuno oggi si sognerebbe di usare una serie tv, o peggio l’abbonamento a un servizio in streaming, come status culturale. C’è al contrario una certa stanchezza verso questa forma di intrattenimento, che abbiamo scherzosamente definito “Grande disiscrizione”. Le serie tv e lo streaming sono entrati nelle nostre abitudini ma non hanno preso posto, come all’inizio si immaginava, nell’highbrow (la cosiddetta “cultura alta”). Secondo dato: mentre il Marvel Cinematic Universe e “i film per bambini che piacciono agli adulti” della Pixar manifestano una forte sofferenza, il cinema ha mantenuto una quota di film-evento con forti budget legati al marketing (Barbie), ma nel frattempo si sono affermate produzioni medie (non per forza indipendenti) con risultati sorprendenti sia sul dibattito culturale che a livello di pubblico (per citarne qualcuno della stagione in corso: La zona di interesse, Anatomia di una caduta, Perfect Days). Terzo e più interessante dato: la rinascita della sala, con il ritorno dell’estetica “cineforum” e la proliferazione e il successo di piccoli cinema tipo cineclub (il Beltrade e il Cinemino a Milano, per esempio), tendenza a cui non è estraneo il successo, almeno a livello di posizionamento, di una piattaforma di cinema d’autore come Mubi. In definitiva, se nessuno userebbe oggi una serie tv come status culturale, il cinema negli anni post-pandemia sta stranamente ritornando a essere quello che era un tempo. Come un Rolex con cinturino in pelle, o quasi.

Questo articolo è tratto dal nuovo numero di Rivista Studio, una guida alle 10 tendenze che caratterizzano il presente e ci dicono “Dove stiamo andando” nell’immediato futuro: lo trovate nel nostro store online, qui, e in edicola.

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