Nel modo con cui stiamo reagendo alle notizie sull'hantavirus si vedono le conseguenze sociali e culturali della pandemia, di un trauma che non abbiamo mai davvero elaborato e che non riusciamo a superare.
Un festival cinematografico in Canada ha iniziato a proiettare film a velocità 1.5x per attirare la Gen Z
L'esperimento è iniziato con Amour Apocalypse di Anne Émond, che a velocità x1.5 dura 66 minuti invece di 100. Ben 34 minuti risparmiati.
Di questo passo, persino quando assisteremo alle catastrofi lo faremo in timelapse. O almeno, lo faranno probabilmente tutti coloro che sono stati alla proiezione di Amour apocalypse (in inglese conosciuto come Peak Everything) di Anne Émond al festival Rendez-vous Québec Cinéma (RVQC), a Montreal, lo scorso 25 aprile.
Gli organizzatori, che o sono tutti Gen Z o hanno deciso di provare ad attirare la Gen Z con una delle cose che la Gen Z ama più fare (accorciare i tempi di consumo di qualsiasi cosa) hanno deciso di proiettare a velocità 1.5x la pellicola e condensandola in 66 minuti invece che assistere ai 100 originali. Questa iniziativa, battezzata “Les Moins Longs Métrages” (traducibile dal francese in “I lungometraggi meno lunghi”), ha permesso agli spettatori di risparmiare 34 preziosi minuti, fondamentali per scrollare, svolgere un qualche tipo di attività performativa o dedicarsi a qualche tipo di -maxxing.
L’iniziativa è paradossale. Come scritto su La Presse, incoraggiare un pubblico giovane a scoprire il cinema del Québec spingendolo a non guardare un film del Québec così come è stato immaginato e concepito dai suoi autori è quantomeno contraddittorio. L’iniziativa però poggia sulla convinzione che per convincere le nuove generazioni, abituate ai ritmi compulsivi dello streaming e dello scrolling, ad andare al cinema sia necessario sacrificare il tempo dell’arte.
Tuttavia, il rischio è quello di scambiare una «falsa buona idea» per innovazione. Se un giovane può divorare ore di serie mediocri sulle piattaforme, il problema non è la durata del film ma la capacità di proteggere il cinema come luogo, come arte e come tempo. Accelerare una scena, drammatica, comica, catartica, di transizione, qualsiasi scena, non stuzzica l’interesse dei nuovi cinefili ma li trasforma in un imitazione di un cinefilo. La cinefilia come performance, appunto.
Nel modo con cui stiamo reagendo alle notizie sull'hantavirus si vedono le conseguenze sociali e culturali della pandemia, di un trauma che non abbiamo mai davvero elaborato e che non riusciamo a superare.
Anche per pochi giorni, in un posto vicino, spendendo il minimo indispensabile. L'importante è allontanarsi dal lavoro più spesso di quanto facciamo adesso.
Si parla della variante Andina, l'unica che si trasmette da uomo a uomo tramite gocce di saliva e che ha contagiato alcuni passeggeri della nave da crociera MV Hondius.